aprile 11, 2013

Puoi vedere i suoi piccoli piedi picchiettare sulle mattonelle di un marciapiede costruito almeno dieci anni prima. Le sue scarpe luminose, composte da diamantini gialli e azzurri, illuminano i suoi passi perché i riflessi del sole la seguono nella sua lunga camminata. All’inizio ti senti un attimo disorientato. Prima di sollevare lo sguardo un po’ più su, ti volti nel tuo lato destro e noti un bellissimo muro, lungo forse cento passi. E’ colorato, stilizzato con tanti omini. Qualcuno di essi si tiene per mano, qualcun altro regge un cuore. Ti volti di nuovo, ecco sì, proprio lì davanti a te. E allora continui ad osservare le sue gambe. Collant un po’ strappati e il pizzo nero di un vestito. Sei ancora confuso, quindi guardi di nuovo attorno a te. Stavolta alla tua sinistra. C’è una donna che porta un taglio particolare di capelli. Corti ai lati e un bel ciuffone biondo platino davanti. Dici a te stesso: “No, non può essere.” Porta anche un orecchino pendente a forma di croce. Sembra tutto andare a rallentatore. Guardi nuovamente dinnanzi a te. Lo sguardo si spinge un po’ più in su, e si affaccia sulla parte bassa del vestito. Scorgi piccola frutta colorata immersa nello spazio nero del tessuto che lo stilista ha scelto per sottolinearla. Stavolta non ti volti né a destra, né a sinistra. Però puoi sentire l’eco di Shadowplay dei Joy Division. <<To the centre of the city where all roads meet, waiting for you. To the depths of the ocean where all hopes sank, searching for you. I was moving through the silence without motion, waiting for you. I a room with a window in the corner I found truth.>> Vai avanti. Gli occhi si arrampicano alla cintura del vestito. Un ragazzo mentre cammina non si accorge che sta per andarmi addosso e mi chiede scusa. Lo guardo negli occhi e poi osservo la sua maglietta. The Smiths. Vado avanti e allora vedo le punte dei capelli rossicci di quella ragazza. Porta anche una bellissima pashmina. Probabilmente Vivienne Westwood mi son detto. Ora vedo anche il suo sorriso, ha dei denti bellissimi. Dritti, bianchi, perfetti. Le sue ciglia lunghe e nere mi accompagnano un po’ più su e vedo anche i suoi occhi grandi e verdi. Le sue sopraciglia sono ben delineate, un po’ scure ma perfette per fare da contrasto al suo sguardo luminoso e deciso. Si ferma davanti a me, mi da un abbraccio stretto. Chloe. Chloe è il suo nome. Io sono semplicemente un ragazzo, un amico. Il suo migliore amico.

Eravamo molto giovani. Spensierati. New York era molto bella in quel periodo, sai? Uscivamo di nascosto, io vivevo nell’Upper – East side e lei nei dintorni di Broadway. Sua madre era una nota attrice di teatro. La mia? Una noiosa dottoressa. Voi vi chiederete perché non ci credo. Perché non credo a ciò che vedo. La verità è che ho quarant’anni. E lei sembra così giovane. Come quando avevamo diciassette anni. Ad un certo punto, dopo averla presa a braccetto, mi volto e vedo il mio viso riflesso nel finestrino di un auto. Sgrano i miei occhi e mi rendo conto che anch’io ho lo stesso aspetto che avevo nel 1984. Mi sento un po’ nervoso a dir la verità. Quindi significa che devo di nuovo affrontare tutto. Devo affrontare di nuovo la fine della mia adolescenza, i miei cambiamenti più significativi. L’accettazione del mio modo d’essere. La mia passione per la street art, il fatto che un giorno voglio diventare un giornalista musicale e vestire alla moda grazie ai miei futuri guadagni. Accettare il fatto che adoro le ragazze ma la stessa cosa vale anche per i ragazzi. Specialmente quest’ultima. E poi incontrare il mio fidanzato durante un giorno di pioggia estivo. Chiedergli di sposarmi, scappare via di casa. Andare a vivere con lui a soli vent’anni. Avere un infarto nei miei trenta, aspettare il suo sì sino ai miei trentacinque per poi venire scaricato per un cantante da quattro soldi il quale non sapevo sarebbe poi diventato famoso. E poi? E poi incontrare una donna, sposarmici, avere una bambina con lei. E poi tradirla con il suo migliore amico gay, tutt’ora mio compagno di vita.

Il fatto è che. Beh, sono in ospedale. Qualcuno mi ha aggredito per derubarmi. Mi ha sparato qui, intorno al fegato. E sono in bilico tra la vita e la morte. Da una parte ne sono cosciente, dall’altra vedo tutta la vita che ho trascorso sino ad ora passarmi davanti.

Mi trovavo a Manhattan, dovevo prendere la mia bambina a scuola. La mia piccola. Mi ha aspettato per ore e non sapeva che il suo papà non sarebbe riuscito a prenderla quel giorno. Mi sono sentito male anche per quello quando ho ripreso i sensi. Stavo davvero male. Mia madre si dimenticò di me quand’ero piccolo. Aspettavo, aspettavo. Dovevo recitare la parte di un pianeta per lo show di fine anno. Ma lei non c’era. Prima i suoi pazienti e poi suo figlio. Papà? Papà non c’era. In realtà non so nemmeno chi sia mio padre. Ho sempre e solo conosciuto mia madre e i suoi innumerevoli fidanzati. La lasciavano e lei poi veniva e ancora viene sempre a piangere da me.

Per fortuna qualcuno ha avvertito la mamma della mia dolce bambina in tempo, così è andata a prenderla e sono corse in ospedale. Ora si trovano proprio davanti a me. Chloe e mia figlia Rebecca mi stanno guardando. Sarai sorpreso di sapere che mi sono sposato proprio con lei dopo che il mio fidanzato mi lasciò a metà dei primi anni duemila. E’ lei che ho rincontrato dopo tanti anni, è lei che mi ha consolato e mi ha amato. Aveva da sempre una cotta per me, e soffrì molto quando mi allontanai dal nostro piccolo mondo sofisticato. E poi, il 27 Marzo 2004, riconobbi i suoi ricci, ora neri, e i suoi occhi, sempre verdissimi. E’ durata poco, sapete? Però è stato intenso e ora senza di loro non potrei nemmeno essere un padre. Lei aveva rimpiazzato la mia figura con un ragazzo italiano, Domenico. Un tipo in gamba, un professore di italiano ma anche uno scrittore di libri gialli per ragazzi. Aveva sbagliato a presentarmelo. Non per altro: me ne sono innamorato. A quest’ora probabilmente saremmo ancora una famigliola felice. Però lei insistette. Doveva invitare lui e il suo ragazzo di allora. Non eravamo molto felici in quel momento della nostra storia. E quell’uomo mi guardava nello stesso modo in cui lo osservavo io. Eravamo incuriositi l’uno dall’altro. Così, dato che Chloe insistette per farci diventare amici, uscimmo quasi tutti i giorni per portare i cani a fare lunghe passeggiate. Tempo un mese e ci mettemmo insieme.

Eccolo. E’ appena arrivato. Mi ha appena baciato la fronte. Chloe ormai quando ci vede mostra un sorriso smagliante. Si è risposata, comunque. Ho trovato anch’io qualcuno per lei. Dovevo sdebitarmi in qualche modo.

Sono veramente debole. Questi antidolorifici mi fanno pensare un po’ troppo, immaginare all’eccesso, ricordare sino allo sfinimento. Ma pensavo di morire. Quindi cosa pretendo? Ma è meraviglioso che vi siate interessati a me. E vi ringrazio per avermi ascoltato. Spero però non ci sia una prossima volta. Non così vicina perlomeno. Se devo rivedere tutto ciò che è accaduto durante la mia vita voglio passino almeno altrie ventanni. E poi diciamoci la verità, ho bisogno di un altro po’ di tempo per raccontarvi le mie prossime disavventure.

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Untitled

marzo 6, 2013

 

Ogni giorno sembra uguale agli altri. Mi alzo, faccio una doccia, mi vesto, preparo la colazione, lavo i denti, infilo le scarpe e poi esco di casa. Faccio sempre il solito percorso. Dal portone alla fermata dell’autobus. Sento sempre tanto freddo nella mia testa rasata con cura dal mio barbiere di fiducia una volta al mese. Quindi ho una cuffia a cui sono affezionato e che mi porta sempre molta fortuna. La cuffia è rosa salmone, ed è un oggetto a cui tengo moltissimo perché me l’ha regalata il mio ex-fidanzato. Quante volte mi ha sopportato… Tante. E ogni giorno quest’indumento me lo ricorda. E io così sorrido come un idiota e canto la nostra canzone preferita per strada. E non mi importa se gli altri mi prendono per matto. Affatto. Mi sembra quasi di rivivere le colazioni a letto, i suoi baci sulla fronte, i suoi abbracci stretti mentre penso ai miei genitori, del tutto estranei ai miei segreti e ai miei cambiamenti.

L’unico a sapere tutte queste cose, all’interno della mia famiglia, è mio fratello. Non ho avuto nemmeno la necessità di parlargliene perché l’ha capito semplicemente osservandomi e guardandomi ripetutamente negli occhi. E’ stato poi lui a presentarmi Vincenzo, ed è stato lui a consolarmi quando Vincenzo è venuto a mancare in quella famosa notte d’estate, subito dopo avermi riaccompagnato a casa. Proprio quella sera non era rimasto a dormire da me. Diceva che  il mattino dopo doveva alzarsi presto e sarebbe poi passato dopo essersi liberato dai suoi impegni. Ci baciammo, lo abbracciai stretto stretto, gli sussurrai che lo amavo e poi corsi dentro, sempre per colpa di quel maledetto freddo.
Qualcuno ci spiò dal vicolo buio disposto proprio davanti a casa mia. Lo inseguì e non appena voltò l’angolo lo riempì di botte sino a quando non cadde a terra esanime e cessò di respirare. Quel cuore che batteva per me ormai si era fermato. L’omofobia invece continuava a correre tra le vie della mia piccola città. Incredula di poter essere sconfitta, si infilò nella mente di un uomo qualsiasi e rubò un pezzo della mia vita.
Sono passati ormai due anni. Oggi doveva compiere venticinque anni, e chissà magari oggi si sarebbe anche laureato. Lo chiamavo il mio piccolo dottore. Era lui che mi obbligava a fare le visite di routine per il mio asma e mi osservava prima di inalare quella sostanza che mi concedeva di liberare le mie vie respiratorie.
Ogni tanto mi lascio soffocare e attendo prima di farlo. Voglio provare quello che ha provato lui quando stava assaporando la fine dei suoi giorni. Lo faccio sino a quando non raggiungo quasi il limite. E dopo che prendo le medicine non mi sento nemmeno così tanto sollevato. A volte sento così tanto la sua mancanza che vorrei raggiungerlo. E ogni volta mio fratello suona il campanello e me lo impedisce quasi come se Vincenzo gli consigliasse di andare a vedere come sto, che cosa sto facendo, se sto vivendo un po’ anche per lui. Allora poi piango sulla sua spalla, lui mi accarezza la nuca e rimane in silenzio con me.
Ogni giorno da dietro il bancone del mio bar cerco di esaudire qualche stupido desiderio. Un cocktail, un amaro, un caffè, una cioccolata, una fetta di torta, il numero di qualche ragazza per qualche altro ragazzo, qualche parola di conforto per gli amori appena finiti, per un lavoro appena perso o per un lavoro che non si trova. In questo modo penso ad altro e mi sento utile. Passano tanti discorsi dal mio bancone. Passano tanti pensieri contrastanti, tante sofferenze ma anche tante gioie. La musica è sempre la stessa. Ogni fase del mio dolore ha come colonna sonora un cd in particolare e così anche ogni loro scelta giusta o sbagliata. Non passano mai per caso. Sanno che sono il ragazzo dalla cuffia color salmone che ha perso qualcuno di importante e ancora fa i conti con quella mancanza. Sanno che posso ascoltarli, consolarli e incoraggiarli. E avevo perso le speranze che potesse venire qualcuno per tranquillizzare me, per incoraggiarmi, e farmi riacquisire la voglia di vivere sino a quando non venne a visitarmi la mia mamma, con Antonio, il mio secondo destino. Anche la mamma aveva capito. Non c’era stato il bisogno di dirglielo. Anche perché ad un certo punto ci aveva pensato mio fratello e lei non aveva esitato a stringermi a sé e a far crollare il mio volto sicuro di fronte ai miei clienti. Applaudirono incessantemente, soprattutto quelli abituali. Mi dissero “Bravo, finalmente ce l’hai fatta.”
Ero riuscito ad abbattere quella barriera fatta di solitudine e di tormento. E così quel ragazzo mi vide senza veli. Era un collega di lavoro di mia madre nella casa di moda per cui lavorava, il quale aveva così tanto sentito parlare di me che era curioso di conoscermi.

Uscimmo insieme tante volte prima che lui prendesse il coraggio e mi rivelasse di tutte le volte che mi aveva osservato mentre andavo a lavoro, mi sedeva affianco sull’autobus, mi vedeva consolare le persone. E’ stato anche lui un mio cliente ma io proprio non me lo ricordavo e ancora mi vergogno di questa mia pecca. Aveva anche tentato di farmi aprire nei mesi successivi la morte di Vincenzo, senza ottenere alcun successo. Era come se vagassi senza meta, in uno stato perenne di sonnambulismo e di routine. Volevo aiutare e non essere aiutato.

Io e Antonio ora stiamo bene, e gli chiedo ogni notte di dormire al mio fianco perché non voglio gli capiti niente. Il primo periodo tenevo gli occhi aperti sino alle quattro del mattino, per assicurarmi che lui fosse lì al mio fianco, protetto da tutti i mali che potevano esserci all’esterno del nostro semplice rifugio, dalle critiche, dalla poca educazione, dall’odio di coloro che non ci avrebbero mai accettato. Ma la più grande vittoria sono stati i miei genitori. Temevo potessero detestarmi, ripudiarmi, umiliarmi. Invece mi hanno aiutato tanto, incoraggiandomi ad andare avanti perché era questo che Vincenzo desiderava per me. Una piccola isola felice con qualcuno che gli somigliava.
Sembrava quasi gli avesse donato le sue conoscenze sui miei difetti. Ed ogni volta, dopo che mi osserva inalare un po’ di ossigeno, mi accarezza, mi prende la mano e andiamo a cantare quella canzone, perché non vuole che io dimentichi chi c’è stato prima di lui, non vuole che io smetta di raccontargli le mie cose, di andare a trovarlo, di piangere per lui e di sorridere per lui, che sembra quasi avermi fatto una sorpresa dopo tanta sofferenza.

 

A Frozen August

luglio 29, 2012

Sentiva cadere la neve
ma in realtà erano soltanto cubetti di ghiaccio
diceva che tutto sembrava lieve
ma il suo viso mancava di coraggio.
La mente confusa così tanto temeva
che la bocca a stento si muoveva
Gli occhi mancavano di gioia
ed i pensieri si facevano offuscare dalla noia.
Le finestre col vento si spalancarono
e le pupille di tutto punto si dilatarono.
Si rese conto di essere seduta
e che una fune avvolgeva la sua pelle…
la fronte di panico era imbevuta,
ma il suo rapitore notò che sapeva ancora di mele.
Si allontanò senza farsi notare
e lei riprese a poco a poco a tremare.
Un’ombra si impadronì del pavimento
ed il suo cuore era assopito dal tormento.
Sentì una voce sussurrarle all’orecchio
“Cerca di far silenzio, altrimenti ci sente”
e slegandola senza correre alcun rischio
la portò via correndo abilmente.
Lei, nel frattempo, riuscì a riconoscere il suo odore:
era stato quel ragazzo timido del mare
da cui lei, a stento, riuscì a farsi baciare.
La avvolse in un telo e la strinse a sé,
e solo più tardi le svelò il perché.
Era stata la solitudine a portarla via
perché i sentimenti per lei erano stati una malattia.
Le sue piccole mani cominciarono a tremare
e da lui senza aver paura si fece accarezzare.
Una vita fatta di tormenti
cominciò ad essere un’esistenza fatta di bei momenti.
Era passato tanto tempo da quando riusciva a lasciarsi andare
ma lui arrivò in tempo per concederle di ricominciare.

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luglio 17, 2012

Le luci del bar sono ormai state già spente. Mi trovo già lì in attesa che cominci il mio spettacolo preferito. Si tratta di un’esperienza nuova, una scossa gentile nel mio leggero vivere quotidiano. Mi sono trasferita in questa città da poco tempo ma vedo già il chiarore della vita rinascere sul mio viso.

Non vedevo quel sorriso dall’infanzia. Non sentivo le palpebre rilassarsi dal tempo dei limoni. Non vedevo qualcuno di nuovo affezionarsi a me da anni ormai. Pensavo di trovarmi sola in questo posto che conta il numero degli abitanti del mio piccolo paesino moltiplicato per trenta circa. Eppure, quando mi dissero che c’era un posto per me in quella piccola redazione a Roma, in centro, aspettai un po’ prima di dire di sì, prima di dirlo ai miei, ai miei fratelli, ai miei amici, al mio relatore. Credevo che non avrei mai messo quella coroncina di alloro sulla mia testa, non sarei dimagrita di qualche chilo, non avrei mai indossato quel bellissimo abito azzurro a fiori. Eppure c’ero riuscita, e rimasi per un po’ di tempo incredula quando mi resi conto che stavo per andare via e abbandonare tutto ciò che avevo sempre conosciuto. Conoscere qualcosa significa anche averne dimestichezza, sentirsi a proprio agio, non aver paura, andare avanti con i propri passi, sentirsi liberi di camminare anche da soli. Stavolta dovevo prendere un aereo da sola, cercare un appartamento da sola, andare a vivere da sola, piangere e ridere da sola, perché sino ad installare una buona connessione internet sarebbero passati due mesi e il telefono anche se squillava restava in quell’angolo disperso del tavolino della mia nuova camera da letto. Avevo tanto da fare, tanto da scrivere nella mia moleskine, tanto da disfare e rimettere in quei cassetti che sapevano di nuovo. Anche io sapevo di nuovo, e per l’occasione decisi anche di acquistare un nuovo profumo portafortuna che mi avrebbe fatto compagnia sino all’incontro di nuove fragranze, quella degli altri umani.

Cominciai con l’inserire una bella app per il mio telefono, una specie di google map che mi aiutasse a capire quale tragitto dovessi fare tutti i giorni sino al palazzo azzurro e nero in cui dovevo vivere gran parte delle mie giornate a fare ricerche e a compilare delle scartoffie per gli assistenti del capo-redattore. Immaginatevi cosa devo dire tutte le volte che mi chiedono di cosa mi occupo al lavoro. “Sono l’assistente dell’assistente del capo-redattore.” “E…quindi?” “E quindi compilo dei moduli, invio fax, e porto caffè, cappuccini, bistecche ed insalate per pranzo a tutti. Insomma faccio un po’ di tutto.” “E perché non scrivi?” “Perché non ho mai lavorato in vita mia, perché devo imparare prima a rimboccarmi le maniche e capire cosa c’è sotto un giornale prima di scriverci sopra.” “Ah… capisco.” La verità è che non capivano un emerito cazzo. A me piaceva il nuovo lavoro. Cinquecento euro al mese non erano poi così tanti, però ero veramente felice di essere per la prima volta padrona della mia vita, di girare libera senza vincoli di tempo o di luogo, di rendere conto solo e soltanto a me stessa di quanto spendevo – anche perché non mi limitavo solo al lavoro in redazione, facevo anche la cameriera il fine settimana nel bar sotto casa – di quando svolgevo le mansioni domestiche o cantavo a squarciagola perché le urla non servono a niente quando si è nervosi, ma cantare è lecito e divertente, oltre che rilassante.

Una sera proprio mentre cantavo Ma che freddo fa di Nada, bussano alla mia porta. Non me n’ero proprio accorta, e infatti continuavo a cantare noncurante degli inquilini che abitavano accanto o sotto, o sopra. La porta era socchiusa, e ad un certo punto mi misi persino a ballare con il mocio vileda sino a quando non mi accorsi di una seconda voce divertita che mi accompagnava, e smisi di cantare di tutto punto. Era un giovanotto con i capelli corti castani, gli occhi altrettanto scuri, molto alto, lentigginoso, che se la rideva come un matto perché la sottoscritta non era abituata a chiudere la porta a chiave. “Oddio, scusami… cioè… non è mia abitudine fare queste cose…” Grossa bugia, ero abituata eccome. Quando vivevo con i miei inscenavo delle vere e proprie performance. Lui rise tra sé e sé e dopo un sorriso protratto per più di venti secondi mi domandò se stavo bene. No, affatto. Non stavo bene. “Sì, va tutto alla perfezione. Grazie! Ma… tu chi saresti?” “Sono Stefano, abito nell’appartamento di fronte.” Che scena bizzarra. Uno sconosciuto, probabilmente mio coetaneo, che si metteva a cantare con me dal nulla. “Io sono Emma.” Rimanemmo un po’ in silenzio. Lui non faceva che toccarsi i capelli, era imbarazzatissimo, ed io non ero da meno. “Allora, io vado. Di qualsiasi cosa tu abbia bisogno suona, sia io che Davide, il mio coinquilino, siamo a disposizione. La signora che vive accanto a te ha novant’anni, quindi non ti conviene fare affidamento su di lei.” Scoppiammo in una fragorosa risata. “Eh, in effetti. Grazie Stefano.” “Figurati, Emma. Ti lascio a Nada e alle pulizie.”

Da quella volta non ci parlammo più di tanto, giusto un Ciao, un come stai ogni tre giorni, un sorriso tutte le mattine mentre entrambi uscivamo dalle nostre abitazioni per andare a fare il nostro dovere, qualche sguardo sulla metropolitana – lui scendeva alla prima fermata, io alla terza – ma niente di più.

Una mattina il mio capo (l’assistente dell’assistente) mi disse che dovevo incontrare un discografico. Dovevo prenotare un’intervista che avremmo dovuto fare ad un nuovo talento di cui aveva appena prodotto l’album d’esordio. Il compito del mio capo, in questo caso, era quello di ascoltare l’album in anteprima, recensirlo ed intervistare l’artista. “Buongiorno, sono Emma, sono venuta per conto della redazione di New Music Energy.” “Salve, sono Antonio, sono l’assistente del discografico. Che ne dice se l’intervista la prenotiamo per martedì pomeriggio alle 16.00?” Controllai velocemente sull’agenda del caporedattore e fortunatamente era libero. “Va benissimo. La ringrazio. Ha anche la copia del disco?” “Ah, sì, giusto.” Me la porse. Cover accattivante ma semplice. “Perfetto. Allora aspettiamo lei o il suo capo e l’artista per martedì pomeriggio. Arrivederci.” “Okay. Arrivederci.”

Andai via dal bar felice e spensierata perché si trattava del primo compito semiserio che mi assegnavano. Fortunatamente la fermata era vicina e la camminata fu abbastanza corta. Mentre attendevo arrivasse la metropolitana vidi Stefano, sembrava essere tra le nuvole, ricciolute come i suoi capelli. Appena il nostro mezzo arrivò, entrammo dalla stessa parte. Mi sorrise e poi mi disse ciao, però in playback, neanche un filo di voce. Ed io feci lo stesso, tanto non mi sentiva. Mossi giusto le labbra e simulai quelle due sillabe. Mi sedetti nel primo posto libero che trovai, e ad un certo punto si avvicinò e mi chiese, sempre in playback, “posso?” e io simulai un “certo”. Sentivo la musica uscire da quegli auricolari. Ascoltava i Radiohead. Ottimi gusti, vicino. Senza accorgersene si mise a canticchiare High and Dry, e io cominciai a sorridere. La mia canzone preferita. Mi voltai verso il finestrino, e di tanto in tanto notai che guardava la mia immagine riflessa sul vetro. Arrossii un po’ e poi ripresi a far finta di niente. Quando scendemmo, si tolse le cuffie e mi rivolse la parola. “Come stai, Emma?” ”Stefano, Ciao di nuovo. Bene, bene. Tu?” “Anch’io. Sei di ritorno a casa?” “Purtroppo no, sto passando a ritirare un cappotto in tintoria poi filo dritta al lavoro. Tu?” “Per ora ho finito. Più tardi vado di nuovo in studio.” Pensai che lavorasse in uno studio dentistico perché i suoi erano i denti più bianchi che avessi mai visto. Spesso mi divertivo ad indovinare i mestieri altrui e Stefano per me era un simpatico igienista dentale. “Bene, bene. Allora buon pranzo e buon riposo.” Sorrise e poi mi ringraziò. Ci guardammo ancora una volta prima di separarci. Poi andai a prendere quel benedetto cappotto e ritornai alla ‘base’.

Appena rientrai, mi arrivò una chiamata dal padrone del bar per cui lavoravo. Una delle cameriere era a casa con la varicella, ed io, nuova cittadina di quest’immenso caos, necessitavo di denaro extra, qualora fosse possibile. Così, appena arrivai a casa, misi la mia divisa e corsi giù veloce. “Emma, mi dispiace per il poco preavviso, ma oggi è venerdì, serata pianobar, e vengono sempre molti clienti.” “Non si preoccupi, Signor Germano. Mi metto subito all’opera.” Presi qualche ordinazione, poi ad un certo punto, non accorgendomi che fossero già le 21.00 si abbassarono le luci. Stavo quasi per inciampare perciò decisi che era il caso di stare un attimo ferma. Per fortuna mi trovavo vicino al bancone e potei passare le ordinazioni a Michele, il mio simpatico collega fiorentino. Qualcuno cominciò a suonare il pianoforte. Era una canzone familiare, mi sembrava di conoscerla. Sì, era quella della pubblicità di una macchina, ora non ricordo bene quale. Ma era un brano bellissimo. Scordavo sempre di cercare il nome e questa forse era l’occasione giusta per scoprirla. Appena terminò, tutti, me compresa, cominciarono ad applaudire. Poi il musicista disse “Grazie. Sono Stefano e questa era Silent sleeping of a morning light.” Stefano, era Stefano, il mio vicino Stefano. “Ora vi presenterò la cover di Girl dei Beatles.” Di nuovo un applauso. Muoveva velocemente le sue dita delicate e sottili, e il suo polso era adornato da un bracciale nero. Sembrava uno di quei bracciali che preparavo per le mie amiche del cuore con il cotone grosso. Ad un tratto mi accorsi persino che era scalzo. Stefano. Bravissimo Stefano. Fece almeno altre due cover, e tra queste vi fu anche High and Dry. Da quel momento, ogni volta che pensavo a lui canticchiavo <<Don’t leave me high, don’t leave me dry… Don’t leave me high, don’t leave me dry.>> e sorridevo come una cretina. Stefano, che bravo Stefano. Poi mi resi conto che dovevo finirla. Quella sera rientrammo alla stessa ora, e mentre aprivamo ciascuno la porta della propria casa ci girammo e risalutammo. “Complimenti Stefano, sei bravissimo.” “Grazie… ma per cosa?” “La tua musica, Stefano. Sai… faccio la cameriera al bar qua sotto. Ti ho sentito suonare e cantare. Stavolta sono stata io a beccare te.” Ridemmo. “Oh, sì, osservavo la cameriera e mi dicevo ‘questa ragazza l’ho già vista’” “Ero io, ero io. Mamma mia, poi hai fatto High and Dry, è la mia canzone preferita.” Sorrise, imbarazzato e contento. Stavolta si grattò dietro la nuca. “Davvero? Mi fa piacere. I Radiohead mi piacciono tanto, poi trovavo che fosse nelle mie corde e quindi l’ho preparata tra ieri e oggi.” “Scelta azzeccata direi.” Sbadigliai, ero davvero sfinita. “Allora Stefano, ci vediamo presto okay?” “Sì. Buonanotte Emma.” “Buonanotte”. Non fu proprio una buonanotte perché mentre mi facevo la doccia scivolai sulla vasca e mi slogai la caviglia. Fortunatamente, avevo il telefono vicino e riuscii a chiamare la guardia medica. Fecero un po’ di baccano, tanto che Stefano, ancora in piedi, si accorse che qualcosa non andava ed entrò insieme a loro a casa mia. “Emma che ti è successo?” “Sono scivolata come un imbecille. E ora come faccio? Devo andare al bar di pomeriggio, sabato e domenica turno extra.” “Signorina, lei non andrà proprio da nessuna parte. La caviglia va fasciata e lei dovrà stare almeno una settimana a riposo.” Così dissero i medici. “Lei è il fidanzato?” “No… no. Sono il vicino di casa.” “Ecco, faccia un favore, si prenda cura di lei e controlli che non vada a lavorare in queste condizioni”. Dopo questo avvertimento al mio giovane vicino, Stefano mi rivolse la parola e mi chiese se volessi andare a casa sua. Davide non c’era e aveva scordato le chiavi. Io invece vivevo da sola, non avevo ancora trovato qualcuno che condividesse l’appartamento con me. Quindi mi aiutò ad arrivare al suo divano. Mi resi conto che rispetto a me era altissimo. Ci facemmo compagnia, e dopo tanti attimi di silenzio si sedette al pianoforte e cominciò a far rivivere Chopin, Ryuichi Sakamoto e il nostrano Einaudi. Mi rilassai talmente tanto che mi addormentai. Il mattino seguente, mi ritrovai con addosso un plaid con raffigurati dei gatti neri. Era soffice e profumava ancora di ammorbidente. Annusai meglio nell’aria, e c’era un buon profumo di saccottini riscaldati al micro-onde. Erano proprio loro, inconfondibili amici ripieni di nutella. Stefano me ne porse uno su un vassoio, accompagnato da una tazza di cappuccino e una zuccheriera colma di tempo da passare insieme.

Ancora oggi, quando mi ritrovo al bar e le luci si spengono, continuo a sentire quegli odori. E anche quando lui comincia a suonare il suo nuovo brano, penso a quella mattina e ai mille discorsi che cominciammo e non concludemmo. Ai giorni successivi, al mio incidente e ai suoi abbracci mentre guardavamo i film che avevamo in comune. Al bacio che mi diede quella sera stessa, così delicato che sembrava suonasse il pianoforte con le mie labbra. Ai suoi occhi gentili che si posavano sui miei, i quali, a poco a poco si rilassavano. A me, che parlavo da sola di fronte allo specchio del bagno di casa sua mentre lui si vestiva per andare alle prove con i suoi nuovi musicisti. E pensando a come vanno le cose oggi, mi balenano per la mente una serie di piccola cose speciali. La sua sveglia sul cellulare che spaventa Davide tutte le mattine, il quale, a sua volta, ci prende in giro per i nostri scherzi stupidi. Le mie lacrime di felicità ogni volta che lo vedo salire quei gradini con i piedi nudi, bianchi quasi quanto i suoi denti, e si presenta al pubblico ogni volta come se fosse la prima, perché qualche nuovo spettatore c’è sempre. Ma anche le sensazioni che provo quando lo osservo mentre se ne sta seduto da solo in mezzo al buio, con solo un riflettore attorno, ammaliante come quel suono armonico, quelle onde cerebrali che solo il tocco del suo pianoforte riesce a darmi. E ancora gli abbracci, i suoi sguardi specchiati sulla mia immagine riflessa nel vetro della metro, della finestra della cucina, nello specchio di camera mia, nei miei stessi occhi che ringraziano la vita per l’esistenza della musica.

Non importa quanto tu possa essere ricco, elegante o se tu sia fisicamente perfetto. Passeresti per essere invisibile, perché cretini come te che se la tirano ne vedo tanti, tutti i giorni. Vogliono tutti diventare delle star, sfondare, fingere di vivere di musica quando sono i primi a non ricordarsi le parole delle canzoni composte per loro da altri come Stefano, dotati di un vero talento e una buona passione senza essere mai stati notati. Persone così non le ho mai osservate e non le osserverei mai. Osserverei solo un ragazzo timido come il mio vicino di casa, come il mio adorato amico e amante, il quale mi riempie le giornate di sogni che prima non avevo, di sicurezze che prima non pensavo di poter vedere sul mio fisico imperfetto, pieno di cellulite, smagliature, le quali, quando lui mi osserva, spariscono. Perché ciò che più gli piace sono i miei occhi e i miei denti storti, le mie guance rosse, e i racconti sulla mia moleskine, compresi quelli con le descrizioni di noi due, vicini, mano nella mano ai concerti al circolo degli artisti, mentre fingiamo ogni volta di incontrarci e conoscerci per la prima volta, rivelando parti del nostro passato che ci saremo vergognati di raccontare a chiunque altro.

Discorsi interiori.

aprile 27, 2012

Mi sono svegliata di sussulto e ho sentito una voce urlare dentro di me. Era l’universo di emozioni che parlavano della mia storia, di come stanno funzionando e si stanno arrugginendo i marchingegni del mio corpo. Ho scordato di mettere via un paio di cose che ultimamente non funzionano. La sveglia si è guastata, il telefono si sta guastando, io mi sto guastando. Ho cambiato la disposizione delle cose, ho spostato la mia mente altrove, ma non ha ancora funzionato. Ritorno sempre indietro, forse sbaglio o forse è giusto così. Non c’è più tempo, solo un piccolo giorno di poche ore. Il resto è fatto di pensieri che vagano, non misurabili in secondi. Il pianoforte mi guida in una danza solitaria. Mi muovo senza accorgermene. Fingo di ballare con qualcuno che poi mi stringe a sé e dice che non devo preoccuparmi. Mi dice di assorbire le negatività, di sorridere al mondo. Ma il dolore mi dice di restare ancora un po’ e allora decido di assecondarlo. Entrambi riflettiamo sulle stranezze della vita, dei sentimenti umani. “Prova a capire il perché ci sono delle cose che ogni tanto non quadrano, perché passiamo da un giorno bellissimo a un giorno passato fingendo di non esistere”. “Io l’ho già capito. E’ questo il problema” gli rispondo. “Prima o poi finisce tutto. Finirai anche tu. Mi lascerai e io smetterò di cercarti. So che probabilmente un giorno ritornerai a visitarmi. Ti inventerai qualche scusa. Fingerai che mi sono spenta e che ho bisogno di affogare su di te.” Ha replicato: “Sei solo una piccola stella che ogni tanto si spegne per poi ricrearsi. Concediti un po’ di tregua. Metti il silenziatore e sparami. Vedrai una nuvola dissolversi e cospargersi nell’aria. Concedimi di andar via. Ci vediamo presto.” “Sapevi che gli androidi sono più sentimentali degli esseri umani? I loro corpi brillano di innocenza, sincerità, amore per il mondo e odio per i prodotti dell’uomo. Cos’è la guerra dinnanzi al loro sguardo candido? E’ polvere da sparo, è un’arma che disarma gli innocenti e li priva della loro essenza. Cos’è un fiore? Una piccola parte di me che si è richiusa. Nemmeno la primavera ci ha pensato. Se ne sta sulle sue, lo ignora per il momento. Credo proprio sia colpa tua. Ma dovevi proprio creare la tua ‘casa bianca’ in questo universo? Ci sono tanti posti bellissimi nelle galassie e hai scelto proprio di sederti qui accanto a me. In un tiepido buco dimenticato da tutti.” “Sparami e me ne vado. Te lo giuro. Mi piace tanto ragionare, prendere delle scelte con te. Mi mancherai.” “A me no.” Questa è stata la mia ultima battuta.

Uno sparo nell’aria ha colpito il dolore che si è tramutato in una strana pioggia. Il mio viso si è bagnato di materiale invisibile. Infondo non gli dovevo niente, perché avrei dovuto reagire diversamente? Il mio cuore mi spingeva a smuovere quelle gambe mollicce, a rimetterle in sesto. Devo ritornare al corso naturale delle cose. Far tornare l’aria dentro, per poi riportarla fuori. Vivere fingendo che il mondo è realtà e il mio percorso una magnifica bugia. Devo portare le mani sugli occhi e dire a me stessa “E’ tutto finito. Torniamo a casa”.

Vorrei starmene seduta ancora una volta in quell’aeroporto. Mi manca la sensazione di prendere un aereo ed allontanarmi giusto un po’ dai soliti pensieri. Ricordo ancora l’emozione provata nell’andare via. In qualsiasi posto io vada, alla fine di un viaggio mi sentirò sempre estremamente malinconica. Ricordo quelle lacrime versate nel salutare la mia amica. Dovette salutarmi in fretta perché i mezzi di locomozione in questa penisola ci lasciano appesi costantemente ad un filo. Trascorsi due ore a ricordare quella semplice settimana,  il desiderio di restare, di non lasciare lo stivale. Amo la mia terra, ma spesso mi rendo conto che bisogna andare via per volerle più bene. Siamo spesso in conflitto io e lei, eppure mi piace parlare la sua lingua, mi piace affermare con orgoglio da dove provengo. Mi piace ascoltare gli altri parlare con una cadenza differente dalla mia. Mi piace non capirci niente e mi piace anche capirci qualcosa in frasi strettamente dialettali. Mi piaceva rimanere incantata a fissare tutto ciò che vedevo all’entrata di Roma, la città che più di tutte da piccola volevo visitare. Ero triste perché ero stata solo poche ore lì. Ero contenta invece perché potevo dire che l’aereo era atterrato proprio lì. Il piacere di averne visto un solo scorcio a luci spente, rendeva il tutto più sentito, magico. Ero talmente incantata da ciò che vedevo che non mi è nemmeno venuto in mente di scattare qualche foto. Prima di partire volevo documentare tutto. Volevo tutto nel dettaglio. Ma la mia anima una volta lì, dal centro al sud, e dal sud al centro ha solo deciso di tenere quei resti antichi, gli Appennini, i mari tutti per sé. Ora ci sto ripensando attentamente e forse il libro che sto leggendo mi aiuta a ricordare tutto quello che ho vissuto anch’io. Lo rifarei altre centomila volte. E ci voglio riandare cavoli. Io, piccola piccola rispetto a quegli edifici che mi facevano sentire ancora più piccola, la mia valigia azzurra che contiene speranze, voglia di conoscere e vivere dei momenti intensi. Mi sembra di ritornare di nuovo a quel 22 novembre.  Le lacrime sono le stesse, così come la voglia evadere e conoscere cose diverse da quelle che vedo tutti i giorni. Voglio di nuovo lasciarmi andare, vivere nel vero senso del termine. E so che solo queste cose possono darmi quelle emozioni che spesso cerco.

Me l’avevano detto che una volta che avrei preso l’aereo ne avrei voluto prendere tanti altri. Me l’avevano detto che mi sarei innamorata dei nuovi paesaggi che avrei incontrato per strada. Me l’avevano detto che avrei voluto ancora più bene a quella che è una mia cara amica da quasi cinque anni. Me l’avevano detto che viaggiare è una droga e che dopo la prima volta non ne puoi più fare a meno. Anche se il mio corpo è qui, forse una parte di me l’ho lasciata lì a fiorire in attesa del mio ritorno.

 

<<Strana la vita. Quando uno è piccolo, il tempo non passa mai. Poi, da un giorno all’altro ti ritrovi a cinquant’anni, e l’infanzia o quel che ne resta è in una piccola scatola, che è pure arrugginita.>>

<<Mia piccola Amélie, lei non ha le ossa di vetro. Lei può scontrarsi con la vita. Se lei si lascia scappare questa occasione con il tempo sarà il suo cuore che diventerà secco e fragile come il mio scheletro. Perciò si lanci, accidenti a lei!>>

Mangia Prega Ama

aprile 5, 2012

“Quando chiedo alla mia mente di restare immobile, è incredibile come diventi subito 1) annoiata, 2) irritata, 3) depressa, 4) ansiosa o 5) tutte e quattro le cose insieme.
Come la maggior parte degli umanoidi, sono oppressa da quella che i buddhisti chiamano <<scimmia mentale>> – i pensieri che dondolano da un ramo all’altro, fermandosi solo per grattarsi, sputare e ululare. Dal lontano passato al futuro imperscrutabile, la mia mente oscilla senza sosta, soffermandosi su decine e decine di idee al minuto, indisciplinata e fuori controllo. Di per sé non sarebbe grave, il problema è la tensione emotiva che si accompagna al pensare. I pensieri felici mi rendono felice, ma – oplà! – ecco che con un salto vado a finire in un pensiero angosciante, che mi rovina il buon umore; oppure è il ricordo di un momento di rabbia che mi irrita, così mi scaldo e mi saltano i nervi, o ancora la mia mente decide che è il momento giusto per commiserarsi, ed ecco puntualissimo il senso di solitudine. Dopotutto, tu sei quello che pensi. Le tue emozioni sono schiave dei tuoi pensieri, e tu sei schiavo delle tue emozioni.
L’altro problema di questo continuo dondolarsi sulle liane della mente è che tu non sei mai dove sei. Stai sempre scavando nel passato, o indagando nel futuro, ma raramente sei fermo nell’attimo presente.”

I have to stay here.

marzo 29, 2012

Erano le sei del mattino, ed era tempo di fare la sua passeggiata mattutina. Dopo una colazione a base di caffé e pane tostato con marmellata alle fragole, si mise la tuta e si diresse verso il vialetto che separava la sua abitazione e la spiaggia. Mise gli auricolari, e con la sua nuova fissazione musicale attraversò la strada. Quella mattina c’era un vento forte, ma ciò non lo scoraggiò né gli impedì di fare il suo solito giro. Ad un certo punto cominciò a vibrargli il telefono e poteva essere soltanto una persona. Si strinse la giacca con la mano sinistra, e con l’altra rispose alla chiamata.

<<Buongiorno Lucia. Mi risponderò da solo alle solite domande. Oggi non sono proprio di buon umore. Ho dormito male, e durante le poche ore in cui sono riuscito a sonnecchiare ho visto in sogno delle persone sgradevoli. Quando credo di essere sulla buona strada ecco cosa accade. Tu come stai?>>

<<Non c’è male. Dai, pensa che è stata soltanto una nottata difficile. Hai tutta una giornata per rimediare e per fingere di non ricordarti nulla. Ci vediamo alle 8 e 30 in ufficio, okay? Ricordati di portarmi il DVD di American Beauty. Te lo scordi sempre.>>

<<Va bene. Lo segno nell’agenda del telefono. Sei sola?>>

<<Non proprio Chris.>> Rise fragorosamente. Lui sorrise perché sapeva che ogni mattino, quando suo marito usciva di casa per andare a lavoro, arrivava suo figlio Luca ad abbracciarla e a dormire con lei. Sei anni e già tante storie inventate. Era talmente bravo che Christopher pensava già ad una sua imminente carriera come scrittore di favole per bambini, pubblicato esclusivamente dalla casa editrice di sua madre.

<<Dagli un bacio sulla fronte da parte mia. Continuo la mia passeggiata. A dopo.>>

Tolse la vibrazione e stavolta mise il cellulare nella tasca destra dei pantaloni. Era stravolto, stanco. Pensava di aver dimenticato ma ad un certo punto rivide nuovamente i suoi ricordi passargli davanti. Si fermò per un attimo, strinse forte gli occhi con l’intento di concentrarsi sulla musica e di andare avanti. “E’ proprio vero che quando ci si sveglia in malo modo poi la giornata si arricchisce di dettagli. Possono passare mesi, anni, ma quell’angoscia provata resta, seppur nascosta, nel nostro cuore. Mi definiscono uomo, ma spesso non mi sento come tale. Forse non mi sentirò come un adulto. Ogni volta che mi riprometto di fare la cosa giusta, non vedo altro che un nuovo errore. Quest’ultimo viene accompagnato da vecchi pensieri, che come degli amici pericolosi gli vanno vicino e lo inondano di botte. Sono andato via dal mio Paese per stare meglio, ed ora che sono stato ferito nella terra che con affetto mi ha adottato mi sento di nuovo perso. Per fare la cosa giusta, devo restare, vedere e sentire. Devo rattristarmi tutte le volte che la vedo, altrimenti non potrò raggiungere l’indifferenza, non potrò crescere come vorrei. Forse devo proprio sopportare per stare bene.”

A trenta minuti trascorsi da quel pensiero, la spiaggia cominciò ad affollarsi. A 4 km da casa sua tutte le mattine si svolgeva un raduno di donne e uomini di tutte le età. Facevano yoga. Cercavano di mettere d’accordo la propria mente con il proprio corpo attraverso un rilassamento totale del corpo e il richiamo alla spiritualità. Avevano dei volti sereni, sembrava quasi non avessero alcun tipo di problema. Incuriosito, Christopher tolse gli auricolari e si sedette nei dintorni per osservarli. Vigeva un perfetto silenzio in cui echeggiavano soltanto i respiri e il rumore delle onde che sbattevano nel bagnasciuga. Non si facevano intimidire nemmeno dal fischio di quel terribile vento. La pace dei loro sensi contrastava il maltempo e sembrava quasi lo facesse calmare. Le nuvole si distanziarono le une dalle altre e cominciò ad apparire un sole raggiante. Quel paesaggio che percorreva tutte le mattine non gli era mai parso così bello. Sembrava quasi diverso. “I posti non mutano, ma lo fanno le persone per loro. Se il punto in cui si sono posizionati per meditare era quello in cui passavo il mio tempo libero a parlare con Lei, ora ho la possibilità di cambiare quel ricordo e sostituirlo con uno nuovo.”

Erano ormai le sette. Tutti si alzarono e presero il proprio telo. Andarono ciascuno per la propria strada. Christopher si mise il cappuccio, si sdraiò e chiuse nuovamente gli occhi. Sentiva filtrare il sole sulla sua pelle, era come se vedesse il calore appropriarsi di lui. Di lì a poco si sarebbe rialzato per tornare a casa e andare a fare il suo dovere quotidiano. Aveva dei libri da leggere e correggere sulla scrivania del suo studio. Ma quei cinque minuti in più gli servivano per fingere che andasse tutto bene.

<<Dovresti aggiungerti al nostro gruppo, sai. Ti farebbe proprio bene.>>

Aprì gli occhi di soppiatto. C’era una donna, forse un po’ più giovane di lui, che lo fissava posizionata di lato.

<<Ho un aspetto terribile?>>

<<Più che terribile, sembra ti sia passata la morte sotto gli occhi.>>

Christopher sorrise e le domandò:<<Aiuta davvero stare in silenzio?>>

Cominciarono a parlare, senza fermarsi. Stava davvero creando un nuovo ricordo. Non si era mosso. Era stata un’altra presenza ad avvicinarsi a lui. Poteva cominciare a mettere da parte colei con la quale si svegliava la mattina e si riaddormentava la sera. Quella donna che non era poi stata così tanto donna. Era una bambina che in quel momento aveva bisogno di essere amata, che quando raggiunse il successo e mise via l’insicurezza non esitò ad andare via senza neanche ringraziarlo. Si era tormentato per ben 90 giorni, fingendo di non aver versato neanche una lacrima e interrogandosi sui suoi difetti invece di comprendere che doveva sbarazzarsi di quell’insensato senso di colpa.

Appena rientrò a casa, si prese il giorno libero e comincio a scrivere ciò che aveva appena imparato. “Il destino spesso aiuta a togliere i paletti che ciascuno di noi dispone tra sé e il proprio passato, quasi senza far rumore. Si sente solo un fruscio di sottofondo. Il rumore di un giradischi che ha terminato di farci ascoltare le tracce della nostra vita. Lottando contro noi stessi, ci rendiamo conto che passiamo le giornate andando, inconsapevolmente, alla costante ricerca di qualcuno che lo riposizioni e ci consenta di ascoltarlo da capo, per poterlo concepire ed interpretare in modo diverso. L’unica cosa da fare in questi momenti è abbracciare sé stessi come non siamo mai riusciti a farlo con qualcun altro. Dobbiamo ascoltarci un po’ di più, capire di non essere sempre nel torto. Bisogna gestire la propria mente e accettare ciò che la vita ci propone. Non si può sempre annegare nel dispiacere, tanto meno nella gioia. La rotta ci porta nella terra di mezzo, dove tutto comincia ad avere un senso. Rivedere fiorire il piacere per noi stessi in modo progressivo ma cauto, ricominciare ad ascoltare i suggerimenti della mente e applicarli in modo istintivo sono solo l’inizio del nostro percorso di restaurazione. Ho conosciuto una persona stamattina e tra poco andrò a pranzo con lei. Ascoltare le sue parole, la sua storia, mi hanno fatto capire che sono meno solo di quanto pensassi. Perché dobbiamo aspettarci qualcosa dal futuro se non lavoriamo per noi stessi nel presente? L’unica soluzione per il momento è stare qui, muoverci prima stando al nostro posto e poi correre per altre corsie. Non c’è una via d’uscita se non quella di stare nello stesso posto in cui ci siamo feriti, perché abbiamo tutto il diritto di chiedere in cambio al cielo di essere curati.”

When I was inspired…

marzo 24, 2012

In memoria dei tempi in cui l’ispirazione mi faceva tanta compagnia, pubblico nel blog questo racconto che avevo realizzato tempo fa sulla base di un racconto di Cechov.

The Black Lady

Ritmo incalzante. I riflettori puntati al centro del palco. Una ballerina si muoveva su una musica macinata da un giovane pianista. Ne aveva visto tante esibirsi in quel pianobar, ma la donna dal volto coperto e dai passi di un delicato velluto, difficilmente poteva essere dimenticata. Gioco di piedi, in una moltitudine di secondi confusi che portavano lo spettatore a credere di trovarsi in una dimensione temporale quasi inesistente, dinnanzi all’essenza di quell’immagine. Trasparivano solo dei ricci lunghi e castani che la accarezzavano sino a metà schiena. Era fasciata da un abito di seta nera,  che rinforzava la sua muscolatura, quasi volesse sottolineare la forza del suo corpo nel trasformare quelle note in una catena di emozioni. Sensazioni così vive che il pianista Charles Morris designò la mora danzatrice come il più bel ricordo della sua carriera, della sua intera vita.

 

Nessuno gli aveva mai chiesto prima chi fosse la black lady che aveva dato il nome al suo brano più celebre. Tranne Ella, la ragazzina indiana di cui lui decise di occuparsi cinque anni fa. Le era stato assegnato per casa un racconto e l’unica cosa da fare, una volta arrivata a casa, fu chiudere gli occhi e guardare oltre il buio. Per trovare l’ispirazione mise il vinile di Charles, che la spinse ad interrogarsi su una serie di immagini sparse che le passavano per la mente. Alcuni di questi scatti luminosi si sarebbero poi messi d’accordo con la penna che impugnava, per trovare le parole atte a descrivere una realtà diversa, desiderata, sognata.

 

Cominciò a descrivere un prato fiorito immerso in una piena giornata di sole primaverile. Con Black Lady l’immagine di una donna che correva al centro del prato e cominciava a danzare e  roteare. Veloce, lento, veloce, un giocoso crescendo che poi la portò a lasciarsi stravolgere da quell’uomo che ostinatamente la osservava. Al termine della canzone la sua immaginazione si bloccò. Così ripeté l’ascolto del brano con un volume più cauto, e porse subito a Charles delle domande che lo spinsero a raccontare la sua storia.

 

<<Ella, mettiti comoda e prendi carta e penna. E’ giunto il momento di raccontarti la mia storia.   Avevo soli ventidue anni, e ormai congedato dall’esercito, facevo tutti i lavori che gli amici di mio padre mi offrivano. Prima barista, poi commesso e cameriere. Il tutto nell’arco di una sola giornata. Allora era difficile anche solo avere del denaro per un po’ di pane, dell’acqua e un quotidiano. Mio padre faceva il pescatore a Liverpool, non lo vedevo quasi mai, perciò la mia solitudine una volta tornato a casa veniva occupata dal mio pianoforte. La nonna mi aveva insegnato la tecnica, le strade mi avevano regalato delle storie da impiegare, le mie dita giocavano con delle parole che andavano a far recepire il mio messaggio al mondo. Cominciai a comporre qualche brano riuscendo a formare una scaletta. Una volta perfezionato lo stile, feci domanda in tutti i pianobar del centro. Mi sentivo un cantastorie che voleva dar colore agli ambienti cupi in cui i lavoratori inglesi andavano a bersi la loro birra preferita, dopo un’estenuante giornata di lavoro. La mia e la loro valvola di sfogo. Relax e riflessione, era questo il miscuglio di emozioni che volevo suscitare loro. Poi finalmente arrivò una risposta: il pianobar del Signor Thompson. Te lo ricordi? Quel signore paffutello, con i baffi, che veniva sempre a trovarci. Ecco. Da quel momento cominciai quella che ormai posso definire dopo lunghi anni “la mia più importante avventura musicale”, soprattutto a partire dal momento in cui le mie musiche furono assaggiate da quel corpo, da quell’anima danzante. La donna in nero, la donna mascherata, la donna del mistero e della notte che ci accompagnava.

 

Arrivava sempre a metà concerto. Poggiava le scarpe accanto all’ingresso e a piedi nudi raggiungeva il palcoscenico. La prima volta che la vidi portava una maschera bianca. Aveva un fisico semplice e composto, una lunga treccia e un altro particolare che la caratterizzava era dato da dei bracciali colorati da gitana, che accompagnavano il sound che promuoveva il mio piano.

 

Tutte le notti, una volta terminata la sua canzone preferita, correva verso l’uscita continuando a simulare una danza. Lasciava il suo profumo, un aroma intenso che la distingueva da qualsiasi altra creatura all’interno di quella sala.

 

La sognavo tutte le notti e ancora oggi è un ricordo vivido nella mia mente. Neanche la distanza mi separa dall’idea che ho sempre avuto di lei.

 

Una sera mi aspettò fuori dal locale. Quel giorno portava solo una metà del viso scoperta. Potevo vedere le sue labbra scure e carnose e la sua pelle ambrata e luminosa. Mi parlò attraverso un biglietto. Mi fece i suoi complimenti, dicendomi di avere talento, che mai nessuno avrebbe saputo accompagnare le sue coreografie come facevo io. Una volta letto, mi sentì il calore salire sulle gote ma lei era già andata via, trascinata da quella nottata di vento.

 

La sera successiva suonai i soliti brani della scaletta più due pezzi nuovi che avevo preparato la mattina. Volevo farle una sorpresa, perché uno di questi brani era quello che più apparteneva all’alchimia che si era formata tra noi. Era come se in quel posto ci fossimo solo io e lei. I passi felpati e la musica, a riempire i nostri cuori.

 

Non si presentò al pianobar per due settimane, suscitando in me uno strano vuoto. Non mi sarebbe mai passato per la mente che una donna con cui avevo a malapena parlato tramite un bigliettino potesse mancarmi così tanto. Appena uscito dal lavoro mi ritrovai a cercarla fuori disperatamente. Era la mia musa, vivevo una certa passione per lei, inspecificabile e non classificabile. Ormai stanco di camminare, mi sedetti sulla panchina del parco che sta affianco a casa nostra. Ad un tratto sentii il fruscio di piccoli pezzi di metallo in movimento che furono poi interrotti da un brusco silenzio. Scorgeva un’ombra sull’asfalto e non feci in tempo ad inseguirla che era già svanita. Così tornai a casa e mi addormentai di soppiatto. La sognai e scrissi una seconda canzone, ma sulla sua assenza. Una sola base musicale con una voce assente, un assaggio di malinconia e un pizzico della speranza che conservavo di poterla rivedere, ancora una volta.

 

L’indomani mi accorsi che nel pubblico c’era una nuova spettatrice. Una donna in tailleur, con i capelli raccolti in uno chignon. Stava parlando con un signore che tentava di corteggiarla forgiando un inglese masticato. Sembrava ascoltarlo, prestandogli una minima attenzione, ma continuavo a sentire il suo sguardo poggiarsi su di me. Era un volto famigliare, una presenza già sentita. Ma ancora non mi diceva niente, come quando per strada ti trovi dinnanzi una persona che ti hanno già presentato, ma in quel momento sfugge dai tuoi ricordi. Durante l’esecuzione di Black Lady la vidi allontanarsi. Sorpresi il pubblico abbandonando la mia postazione e la inseguì. Il battito del cuore aumentava con il crescere dei passi che mi distanziavano da lei. Curiosità mista a frustrazione e il cuore che esplodeva. Ad un tratto si fermò. Rimase di spalle il tempo necessario per raggiungerla, per prendere la mia mano e continuare a passeggiare sotto il dominio di una notte senza fine. Ogni volta che provavo ad aprire bocca mi zittiva. Lo fece sino a quando non mi invitò ad entrare nella sua villa.

 

Quel signore che sedeva affianco a lei nel pianobar era l’uomo che aveva pagato per averla con sé. Chiarì subito che non era una prostituta, ma la sua bellezza indescrivibile convinse lo straniero a stipulare un accordo con i suoi genitori. Aveva pagato per dare agli altri l’immagine di essere un uomo fortunato oltre che ricco, e questo poteva pure ingannare gli altri ma ciò che potevo dedurre dalle lacrime appena riprodotte sul viso di questa donna andava controcorrente, al di là di  ogni possibile travestimento. Il suo compagno aveva scoperto il suo rifugio quotidiano e le aveva vietato tassativamente di venire al pianobar, eccetto nel caso in cui uscisse con lui. Doveva indossare necessariamente solo gli abiti che lui acquistava per lei, e parlare solo quando lui glielo concedeva. Una donna d’immagine, che non poteva esprimere alcuna idea o opinione. Una donna privata della libertà di essere una persona. Solo un’icona di bellezza. Non poteva più danzare e a questo punto nemmeno sorridere e meritare un po’ di felicità.

 

Presi l’abitudine di andare a trovarla quando suo marito non c’era, cercando di non lasciare le mie tracce. Ci innamorammo clandestinamente, ci facemmo travolgere dal palco che noi stessi avevamo costruito. Trovai il modo di farla esibire in altri locali, sino a quando non mi accorsi dei suoi dolori all’addome. Continuava comunque a ballare, nonostante cercassi di fermarla. La portai dal dottore e scoprì che aspettava un bambino.>>

 

Ella, incuriosita, cercò di capire se quella donna di cui parlava fosse sua madre e se Charles fosse il  padre biologico. Nutrì da sempre il desiderio di scoprirlo.
Era stata abbandonata da sua madre, una donna problematica che soffriva di depressione, quando aveva soli dieci anni. Non riusciva più ad andare avanti e, malgrado la presenza di sua figlia, si sentiva sola e annullò l’idea di avere una compagnia preziosa. Ella, nonostante la tenera età, si prendeva cura di lei e aiutava le zie nelle faccende domestiche per racimolare qualche paghetta e poter comprare le medicine per sua madre. Era una donna bellissima e anche lei, come la black lady, aveva una forte passione per la musica e parlava tanto di un uomo che cambiò la sua vita durante la gioventù. Tutto combaciava in quell’oasi emotiva fino ad allora inscenata.

 

<<Ma quindi si tratta di mia madre? Vuoi dirmi tutto questo per rivelarmi, solo oggi, dopo cinque anni, che io e te abbiamo amato diversamente la stessa donna e ci siamo presi cura di lei? E soprattutto… mi stai dicendo che sei mio padre?>>

 

Charles sorrise. Sembrava indossare la maschera dell’aspra verità, ma spiazzò la piccola Ella terminando il racconto.

 

<<Mi piacerebbe farti credere che si tratta di tua madre, ma di una di queste donne porto solo il ricordo ed un fardello troppo pesante mentre dell’altra non ho più avuto notizie.

 

La black lady si chiamava Jasmine, come te era indiana ed aveva due sorelle, Sureny e Shanika. Purtroppo Jasmine morì prima di poter partorire. Non si capacitava dell’idea che dentro di sé si stesse formando una nuova vita. Non poteva sopportare il fatto che quei dolori all’addome le impedissero di esprimere la propria libertà. Prima della visita medica aveva pensato al peggio, ad un tumore in quella stessa zona del corpo. Non aveva mai riflettuto sull’idea di diventare madre un giorno, e morì in un momento della sua vita in cui non aveva nemmeno avuto il tempo di concepire cosa potesse essere la morte, cosa significasse non vivere più. E nemmeno io ebbi il tempo di abituarmi all’idea che lei potesse svanire così in fretta, quasi fossimo stati protagonisti di un brevissimo sogno. Ma era la realtà e dovevo abituarmici.

 

Lo straniero, dopo la morte di Jasmine, andò in India per parlare nuovamente con i suoi genitori. Voleva un’altra donna, alla svelta, altrimenti gli abitanti della città si sarebbero presto resi conto della sua assenza. Scelse quella che più le somigliava, Shanika, una donna fragile, vulnerabile, che aveva sofferto moltissimo a causa dell’allontanamento di Jasmine dalla loro terra.

 

Il cammino della sua sofferenza continuò per lungo tempo. In Inghilterra la vita era difficile, non riusciva a parlare con nessuno. Quando la vidi credevo di aver visto un fantasma. Te lo giuro, portava gli stessi vestiti di Jasmine e quei famosi bracciali.

 

Ma un giorno Shanika venne a farmi visita. Mi raccontò la sua storia in India e di come era arrivata qui. In particolare mi spiegò come aveva scoperto il mio indirizzo. Jasmine aveva un diario di viaggio, e lo definiva come tale perché non era mai riuscita a sentire l’Inghilterra come sua terra madre, benché vi permanesse da tanti anni. Voleva tornare in India, dai genitori e dalle sorelle, in particolare da Sureny, sua sorella minore. Le aveva fatto da madre, da sorella e da amica. Non sopportava l’idea di abbandonarla, ma i genitori, abbastanza poveri, dovettero concederla a quell’uomo in cambio di denaro. Jasmine visse un’esistenza infelice sino a quando non conobbe me e la mia musica, che la aiutavano a continuare a sperare anche solo in un piccolo attimo di serenità. Ero l’uomo che l’aveva segnata, le aveva dato speranza, amore e giornate diverse. Ero un giovane romantico, e avevo da sempre sperato di incontrare una donna come lei, che potesse farmi sentire pieno. Shanika mi confidò che aspettava anche lei un figlio, ed aveva paura di morire come era successo in precedenza a sua sorella. La guidai verso il dottore più bravo che conoscessi, e riuscì a vivere una gravidanza controllata e tranquilla.
Così nascesti tu, Ella.

La aiutai a scappare dall’Inghilterra agli Stati Uniti grazie ad una nave che trasportava merci. Non si fece più chiamare Shanika, ma Nina, il nome con cui la chiamava Jasmine quando erano piccole. Tuo padre invece, quell’uomo ricco e insensato, è morto qualche anno fa di vecchiaia. Io sono semplicemente quello che puoi definire tuo zio. Sono l’uomo che promise a tua madre di prendersi cura di te qualora lei se ne fosse andata. Sono la persona che ha deciso di dedicarti l’ultimo brano della sua carriera, in memoria degli anni che mi hai regalato e dei ricordi che ti hanno preceduta.>>