Untitled

marzo 6, 2013

 

Ogni giorno sembra uguale agli altri. Mi alzo, faccio una doccia, mi vesto, preparo la colazione, lavo i denti, infilo le scarpe e poi esco di casa. Faccio sempre il solito percorso. Dal portone alla fermata dell’autobus. Sento sempre tanto freddo nella mia testa rasata con cura dal mio barbiere di fiducia una volta al mese. Quindi ho una cuffia a cui sono affezionato e che mi porta sempre molta fortuna. La cuffia è rosa salmone, ed è un oggetto a cui tengo moltissimo perché me l’ha regalata il mio ex-fidanzato. Quante volte mi ha sopportato… Tante. E ogni giorno quest’indumento me lo ricorda. E io così sorrido come un idiota e canto la nostra canzone preferita per strada. E non mi importa se gli altri mi prendono per matto. Affatto. Mi sembra quasi di rivivere le colazioni a letto, i suoi baci sulla fronte, i suoi abbracci stretti mentre penso ai miei genitori, del tutto estranei ai miei segreti e ai miei cambiamenti.

L’unico a sapere tutte queste cose, all’interno della mia famiglia, è mio fratello. Non ho avuto nemmeno la necessità di parlargliene perché l’ha capito semplicemente osservandomi e guardandomi ripetutamente negli occhi. E’ stato poi lui a presentarmi Vincenzo, ed è stato lui a consolarmi quando Vincenzo è venuto a mancare in quella famosa notte d’estate, subito dopo avermi riaccompagnato a casa. Proprio quella sera non era rimasto a dormire da me. Diceva che  il mattino dopo doveva alzarsi presto e sarebbe poi passato dopo essersi liberato dai suoi impegni. Ci baciammo, lo abbracciai stretto stretto, gli sussurrai che lo amavo e poi corsi dentro, sempre per colpa di quel maledetto freddo.
Qualcuno ci spiò dal vicolo buio disposto proprio davanti a casa mia. Lo inseguì e non appena voltò l’angolo lo riempì di botte sino a quando non cadde a terra esanime e cessò di respirare. Quel cuore che batteva per me ormai si era fermato. L’omofobia invece continuava a correre tra le vie della mia piccola città. Incredula di poter essere sconfitta, si infilò nella mente di un uomo qualsiasi e rubò un pezzo della mia vita.
Sono passati ormai due anni. Oggi doveva compiere venticinque anni, e chissà magari oggi si sarebbe anche laureato. Lo chiamavo il mio piccolo dottore. Era lui che mi obbligava a fare le visite di routine per il mio asma e mi osservava prima di inalare quella sostanza che mi concedeva di liberare le mie vie respiratorie.
Ogni tanto mi lascio soffocare e attendo prima di farlo. Voglio provare quello che ha provato lui quando stava assaporando la fine dei suoi giorni. Lo faccio sino a quando non raggiungo quasi il limite. E dopo che prendo le medicine non mi sento nemmeno così tanto sollevato. A volte sento così tanto la sua mancanza che vorrei raggiungerlo. E ogni volta mio fratello suona il campanello e me lo impedisce quasi come se Vincenzo gli consigliasse di andare a vedere come sto, che cosa sto facendo, se sto vivendo un po’ anche per lui. Allora poi piango sulla sua spalla, lui mi accarezza la nuca e rimane in silenzio con me.
Ogni giorno da dietro il bancone del mio bar cerco di esaudire qualche stupido desiderio. Un cocktail, un amaro, un caffè, una cioccolata, una fetta di torta, il numero di qualche ragazza per qualche altro ragazzo, qualche parola di conforto per gli amori appena finiti, per un lavoro appena perso o per un lavoro che non si trova. In questo modo penso ad altro e mi sento utile. Passano tanti discorsi dal mio bancone. Passano tanti pensieri contrastanti, tante sofferenze ma anche tante gioie. La musica è sempre la stessa. Ogni fase del mio dolore ha come colonna sonora un cd in particolare e così anche ogni loro scelta giusta o sbagliata. Non passano mai per caso. Sanno che sono il ragazzo dalla cuffia color salmone che ha perso qualcuno di importante e ancora fa i conti con quella mancanza. Sanno che posso ascoltarli, consolarli e incoraggiarli. E avevo perso le speranze che potesse venire qualcuno per tranquillizzare me, per incoraggiarmi, e farmi riacquisire la voglia di vivere sino a quando non venne a visitarmi la mia mamma, con Antonio, il mio secondo destino. Anche la mamma aveva capito. Non c’era stato il bisogno di dirglielo. Anche perché ad un certo punto ci aveva pensato mio fratello e lei non aveva esitato a stringermi a sé e a far crollare il mio volto sicuro di fronte ai miei clienti. Applaudirono incessantemente, soprattutto quelli abituali. Mi dissero “Bravo, finalmente ce l’hai fatta.”
Ero riuscito ad abbattere quella barriera fatta di solitudine e di tormento. E così quel ragazzo mi vide senza veli. Era un collega di lavoro di mia madre nella casa di moda per cui lavorava, il quale aveva così tanto sentito parlare di me che era curioso di conoscermi.

Uscimmo insieme tante volte prima che lui prendesse il coraggio e mi rivelasse di tutte le volte che mi aveva osservato mentre andavo a lavoro, mi sedeva affianco sull’autobus, mi vedeva consolare le persone. E’ stato anche lui un mio cliente ma io proprio non me lo ricordavo e ancora mi vergogno di questa mia pecca. Aveva anche tentato di farmi aprire nei mesi successivi la morte di Vincenzo, senza ottenere alcun successo. Era come se vagassi senza meta, in uno stato perenne di sonnambulismo e di routine. Volevo aiutare e non essere aiutato.

Io e Antonio ora stiamo bene, e gli chiedo ogni notte di dormire al mio fianco perché non voglio gli capiti niente. Il primo periodo tenevo gli occhi aperti sino alle quattro del mattino, per assicurarmi che lui fosse lì al mio fianco, protetto da tutti i mali che potevano esserci all’esterno del nostro semplice rifugio, dalle critiche, dalla poca educazione, dall’odio di coloro che non ci avrebbero mai accettato. Ma la più grande vittoria sono stati i miei genitori. Temevo potessero detestarmi, ripudiarmi, umiliarmi. Invece mi hanno aiutato tanto, incoraggiandomi ad andare avanti perché era questo che Vincenzo desiderava per me. Una piccola isola felice con qualcuno che gli somigliava.
Sembrava quasi gli avesse donato le sue conoscenze sui miei difetti. Ed ogni volta, dopo che mi osserva inalare un po’ di ossigeno, mi accarezza, mi prende la mano e andiamo a cantare quella canzone, perché non vuole che io dimentichi chi c’è stato prima di lui, non vuole che io smetta di raccontargli le mie cose, di andare a trovarlo, di piangere per lui e di sorridere per lui, che sembra quasi avermi fatto una sorpresa dopo tanta sofferenza.

 

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