marzo 9, 2010

Credendoci ciecamente prese un cero e andò verso il corridoio. La notte ormai non riusciva più a prendere sonno, sentiva la sua pelle ingrigire e i suoi occhi annerire, quasi fosse una luce che poco dopo viene spenta.

Cercava di compiere silenziosamente i suoi passi, per poter giungere all’ingresso ormai deserto della sua casa. Dormivano tutti sereni e tranquilli, ma lei aveva un peso che non riusciva più a contenere.

Era stufa di stare ferma, di non poter fare niente per curare quest’insonnia che ormai la disturbava da un anno e mezzo. Dormiva qualche ora la mattina sino a quando gli incubi non arrivavano a farle compagnia. Era stufa di vivere solo la notte, voleva anche vedere il sole. Voleva partire, ma i confini tracciati non glielo permettevano.

Voleva andare lontano, imparare nuove cose, vedere i giorni prendere una piega diversa, voleva lasciarsi trascinare dai cambiamenti, dai sentimenti che ancora lei non conosceva. Non conosceva l’amore e il motivo per cui esso regnava sovrano negli esseri umani di tutte le età.

Le sue idee non potevano mutare, così come il senso di vita che le apparteneva. Vedeva solo la neve cadere, e la pioggia che bagnava i vetri della finestra e quel mondo fuori.

Desiderava oltrepassare quella linea rossa, voleva vedere il suo corpo cambiare così come la sua mente. Aveva semplicemente bisogno di preparare una valigia, stampare quel biglietto e avere il coraggio di rischiare.

C’era qualcuno che l’aspettava lì fuori, e non era così semplice per lei mostrare ciò che aveva dentro, in un mare di infinite sensazioni che non trovavano spiegazioni.

La mattina successiva non fu più risvegliata da un incubo, ma vi erano delle semplice immagini nella sua mente che le indicavano cosa avrebbe dovuto fare e anche quali vestiti indossare. Provò a seguire quei comandi, scoprendo poi che erano il trucco per andar via senza lasciare tracce. Mise il cappotto bianco, la sua fedele sciarpa blu, dei jeans striminziti e delle all star viola. I ricci erano raccolti in uno chignon e la borsetta in Jeans le avvolgeva schiena e petto. Prese la valigia e oltrepassò il passato, presa dall’idea di una vita ingestibile, incalcolabile e piena di dubbi. Ma a lei piaceva così. Dentro quella casa era tutto troppo scontato. Le mancavano i brividi del rischio, il fatto di poter incontrare qualcuno che non aveva mai visto, mai parlato, mai sentito nominare. Le mancava sapere cosa si provava fisicamente e mentalmente prendere un aereo, vedere il cielo alla sua stessa altezza, andare incontro alle nuvole.

Voleva capire perchè lì dentro aveva così tanti pensieri ma non era mai riuscita a scriverli. Voleva conoscere il perchè fosse difficile credere ancora in qualcosa di bello.

Era semplicemente giunto il momento di iniziare a conoscere, ad imparare, a recepire e a modellare dei sentimenti. Era giunta l’ora di aprire gli occhi e di vivere anche le proprie paure.

 


Il cassetto del passato. Un mare di cose vecchie, talvolta inutili. Momenti vissuti, la lettera per quel ragazzo che non ho mai conosciuto e che due giorni fa mi era parso di vedere in stazione a Cagliari, persona a cui ho dedicato un personaggio in quel libro che non ho più rivisto ne corretto, il biglietto del treno che mi ha riportata a casa dopo quel Concerto, le lettere di persone che non ho più visto, la lettera di una persona che mi ha ferita e che dal giorno di quella famosa litigata ho cercato di nascondere nella mia mente, monetine da cento lire, vecchi biglietti del cinema alcuni spesi bene altri male, un segnalibro di Paulo Cohelo, un orologio, delle cartoline che non hanno più senso, più valore, delle vecchie foto in cui viene ritratta una me stessa più giovane, il vecchio libretto universitario che credevo perso, una foto delle superiori che non ho esitato a gettare via, i braccialetti contro la nausea in auto e dei vecchi cd musicali che ero solita ascoltare. I miei occhi d’impatto sono diventati lucidi quando poi parte unintended ed inizio a capire che sta per compiersi un passaggio cruciale da ieri a oggi. Non sono più ferma mentre il mondo va veloce. Sono veloce insieme a lui, e corro sempre più forte per dimenticare e per continuare a ricordare.

marzo 5, 2010

Una casa nuova, che si affacciava in un panorama che con il passare degli attimi cambiava. Da una vista sull’oceano ad una distesa verde. Dipendeva tutto dalla sua immaginazione, da quella pianista che tanto si ostinava a riprendere a suonare, nonostante fosse un pò arruginita. Il mondo cadeva là fuori, così come gli obbiettivi di qualcuno. Donne e uomini, pronti con la macchina fotografica in mano, dipingevano una guerra tra media, dentro una scatola di diverse dimensioni e di diversi colori. Giocavano a chi scopriva più scandali, a chi faceva più ascolti, a chi aveva più pubblico.
La pianista si dimenticava di aprire quella scatola di informazioni, perchè la data di scadenza era già stata oltrepassata da un pezzo. Ormai non era più buona, e l’unica cosa importante era addomesticare quei tasti.
Nonostante al di là della finestra vi era un mondo che moriva, che nasceva, che piangeva o che gioiva, lei trovava la sua forza in quell’unica cosa che magari per gli altri non aveva alcuna importanza, ma per lei costituiva la vita e il modo che essa deteneva per affrontarla.
Aveva letto che l’anima di un Samurai risiede nella Katana, così come la loro forza. La sua Katana era il piano, e ad ogni nota corrispondeva un colore, l’arcobaleno che regnava dentro di lei dopo una giornata di pioggia. Aspettando il sole scriveva, raccontava la sua storia, che da sempre era stata conservata in un cassetto, nell’attesa di un cambiamento che l’avrebbe resa parte di un universo più grande, e non solo una misera esistenza che per la nostra società non contava.

marzo 4, 2010

C’erano le idee dell’infanzia
quelle piccole storie inventate
quei giochi in miniatura
quegli occhi sognatori
quegli abiti indossati
perché la mamma ci guidava.
C’erano le emozioni dell’adolescenza
i cambiamenti allo specchio
le gocce che rigavano il volto
i sorrisi apparsi mentre una canzone passava alla radio
e costituiva la melodia delle tue prime riflessioni.
C’era una rivoluzione
dagli occhi di una bambina agli occhi di una adulta
che troppo cresciuta
chiedeva un po’ di anni
persi ad osservare
una vita troppo complicata
per poter essere già entrata nella sua ottica.
C’era un libro, un film,
una nuova amica
che passeggiava con te in ogni dove
e ancora si ostina ad appartenere al tuo mondo
perché li ci sarà sempre il suo posto,
quel “qui” che cambia vento e direzione,
quel “dove” che gioca tra le orme di una sabbia bagnata
quel “quando” che ci portò a sentire più vive noi stesse e gli altri.
Gli stessi “altri” che ci prendono e ci lasciano
ci deludono e ci sorprendono
nella corsa animata da quel rumore che ritorna sempre.