aprile 11, 2013

Puoi vedere i suoi piccoli piedi picchiettare sulle mattonelle di un marciapiede costruito almeno dieci anni prima. Le sue scarpe luminose, composte da diamantini gialli e azzurri, illuminano i suoi passi perché i riflessi del sole la seguono nella sua lunga camminata. All’inizio ti senti un attimo disorientato. Prima di sollevare lo sguardo un po’ più su, ti volti nel tuo lato destro e noti un bellissimo muro, lungo forse cento passi. E’ colorato, stilizzato con tanti omini. Qualcuno di essi si tiene per mano, qualcun altro regge un cuore. Ti volti di nuovo, ecco sì, proprio lì davanti a te. E allora continui ad osservare le sue gambe. Collant un po’ strappati e il pizzo nero di un vestito. Sei ancora confuso, quindi guardi di nuovo attorno a te. Stavolta alla tua sinistra. C’è una donna che porta un taglio particolare di capelli. Corti ai lati e un bel ciuffone biondo platino davanti. Dici a te stesso: “No, non può essere.” Porta anche un orecchino pendente a forma di croce. Sembra tutto andare a rallentatore. Guardi nuovamente dinnanzi a te. Lo sguardo si spinge un po’ più in su, e si affaccia sulla parte bassa del vestito. Scorgi piccola frutta colorata immersa nello spazio nero del tessuto che lo stilista ha scelto per sottolinearla. Stavolta non ti volti né a destra, né a sinistra. Però puoi sentire l’eco di Shadowplay dei Joy Division. <<To the centre of the city where all roads meet, waiting for you. To the depths of the ocean where all hopes sank, searching for you. I was moving through the silence without motion, waiting for you. I a room with a window in the corner I found truth.>> Vai avanti. Gli occhi si arrampicano alla cintura del vestito. Un ragazzo mentre cammina non si accorge che sta per andarmi addosso e mi chiede scusa. Lo guardo negli occhi e poi osservo la sua maglietta. The Smiths. Vado avanti e allora vedo le punte dei capelli rossicci di quella ragazza. Porta anche una bellissima pashmina. Probabilmente Vivienne Westwood mi son detto. Ora vedo anche il suo sorriso, ha dei denti bellissimi. Dritti, bianchi, perfetti. Le sue ciglia lunghe e nere mi accompagnano un po’ più su e vedo anche i suoi occhi grandi e verdi. Le sue sopraciglia sono ben delineate, un po’ scure ma perfette per fare da contrasto al suo sguardo luminoso e deciso. Si ferma davanti a me, mi da un abbraccio stretto. Chloe. Chloe è il suo nome. Io sono semplicemente un ragazzo, un amico. Il suo migliore amico.

Eravamo molto giovani. Spensierati. New York era molto bella in quel periodo, sai? Uscivamo di nascosto, io vivevo nell’Upper – East side e lei nei dintorni di Broadway. Sua madre era una nota attrice di teatro. La mia? Una noiosa dottoressa. Voi vi chiederete perché non ci credo. Perché non credo a ciò che vedo. La verità è che ho quarant’anni. E lei sembra così giovane. Come quando avevamo diciassette anni. Ad un certo punto, dopo averla presa a braccetto, mi volto e vedo il mio viso riflesso nel finestrino di un auto. Sgrano i miei occhi e mi rendo conto che anch’io ho lo stesso aspetto che avevo nel 1984. Mi sento un po’ nervoso a dir la verità. Quindi significa che devo di nuovo affrontare tutto. Devo affrontare di nuovo la fine della mia adolescenza, i miei cambiamenti più significativi. L’accettazione del mio modo d’essere. La mia passione per la street art, il fatto che un giorno voglio diventare un giornalista musicale e vestire alla moda grazie ai miei futuri guadagni. Accettare il fatto che adoro le ragazze ma la stessa cosa vale anche per i ragazzi. Specialmente quest’ultima. E poi incontrare il mio fidanzato durante un giorno di pioggia estivo. Chiedergli di sposarmi, scappare via di casa. Andare a vivere con lui a soli vent’anni. Avere un infarto nei miei trenta, aspettare il suo sì sino ai miei trentacinque per poi venire scaricato per un cantante da quattro soldi il quale non sapevo sarebbe poi diventato famoso. E poi? E poi incontrare una donna, sposarmici, avere una bambina con lei. E poi tradirla con il suo migliore amico gay, tutt’ora mio compagno di vita.

Il fatto è che. Beh, sono in ospedale. Qualcuno mi ha aggredito per derubarmi. Mi ha sparato qui, intorno al fegato. E sono in bilico tra la vita e la morte. Da una parte ne sono cosciente, dall’altra vedo tutta la vita che ho trascorso sino ad ora passarmi davanti.

Mi trovavo a Manhattan, dovevo prendere la mia bambina a scuola. La mia piccola. Mi ha aspettato per ore e non sapeva che il suo papà non sarebbe riuscito a prenderla quel giorno. Mi sono sentito male anche per quello quando ho ripreso i sensi. Stavo davvero male. Mia madre si dimenticò di me quand’ero piccolo. Aspettavo, aspettavo. Dovevo recitare la parte di un pianeta per lo show di fine anno. Ma lei non c’era. Prima i suoi pazienti e poi suo figlio. Papà? Papà non c’era. In realtà non so nemmeno chi sia mio padre. Ho sempre e solo conosciuto mia madre e i suoi innumerevoli fidanzati. La lasciavano e lei poi veniva e ancora viene sempre a piangere da me.

Per fortuna qualcuno ha avvertito la mamma della mia dolce bambina in tempo, così è andata a prenderla e sono corse in ospedale. Ora si trovano proprio davanti a me. Chloe e mia figlia Rebecca mi stanno guardando. Sarai sorpreso di sapere che mi sono sposato proprio con lei dopo che il mio fidanzato mi lasciò a metà dei primi anni duemila. E’ lei che ho rincontrato dopo tanti anni, è lei che mi ha consolato e mi ha amato. Aveva da sempre una cotta per me, e soffrì molto quando mi allontanai dal nostro piccolo mondo sofisticato. E poi, il 27 Marzo 2004, riconobbi i suoi ricci, ora neri, e i suoi occhi, sempre verdissimi. E’ durata poco, sapete? Però è stato intenso e ora senza di loro non potrei nemmeno essere un padre. Lei aveva rimpiazzato la mia figura con un ragazzo italiano, Domenico. Un tipo in gamba, un professore di italiano ma anche uno scrittore di libri gialli per ragazzi. Aveva sbagliato a presentarmelo. Non per altro: me ne sono innamorato. A quest’ora probabilmente saremmo ancora una famigliola felice. Però lei insistette. Doveva invitare lui e il suo ragazzo di allora. Non eravamo molto felici in quel momento della nostra storia. E quell’uomo mi guardava nello stesso modo in cui lo osservavo io. Eravamo incuriositi l’uno dall’altro. Così, dato che Chloe insistette per farci diventare amici, uscimmo quasi tutti i giorni per portare i cani a fare lunghe passeggiate. Tempo un mese e ci mettemmo insieme.

Eccolo. E’ appena arrivato. Mi ha appena baciato la fronte. Chloe ormai quando ci vede mostra un sorriso smagliante. Si è risposata, comunque. Ho trovato anch’io qualcuno per lei. Dovevo sdebitarmi in qualche modo.

Sono veramente debole. Questi antidolorifici mi fanno pensare un po’ troppo, immaginare all’eccesso, ricordare sino allo sfinimento. Ma pensavo di morire. Quindi cosa pretendo? Ma è meraviglioso che vi siate interessati a me. E vi ringrazio per avermi ascoltato. Spero però non ci sia una prossima volta. Non così vicina perlomeno. Se devo rivedere tutto ciò che è accaduto durante la mia vita voglio passino almeno altrie ventanni. E poi diciamoci la verità, ho bisogno di un altro po’ di tempo per raccontarvi le mie prossime disavventure.

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luglio 17, 2012

Le luci del bar sono ormai state già spente. Mi trovo già lì in attesa che cominci il mio spettacolo preferito. Si tratta di un’esperienza nuova, una scossa gentile nel mio leggero vivere quotidiano. Mi sono trasferita in questa città da poco tempo ma vedo già il chiarore della vita rinascere sul mio viso.

Non vedevo quel sorriso dall’infanzia. Non sentivo le palpebre rilassarsi dal tempo dei limoni. Non vedevo qualcuno di nuovo affezionarsi a me da anni ormai. Pensavo di trovarmi sola in questo posto che conta il numero degli abitanti del mio piccolo paesino moltiplicato per trenta circa. Eppure, quando mi dissero che c’era un posto per me in quella piccola redazione a Roma, in centro, aspettai un po’ prima di dire di sì, prima di dirlo ai miei, ai miei fratelli, ai miei amici, al mio relatore. Credevo che non avrei mai messo quella coroncina di alloro sulla mia testa, non sarei dimagrita di qualche chilo, non avrei mai indossato quel bellissimo abito azzurro a fiori. Eppure c’ero riuscita, e rimasi per un po’ di tempo incredula quando mi resi conto che stavo per andare via e abbandonare tutto ciò che avevo sempre conosciuto. Conoscere qualcosa significa anche averne dimestichezza, sentirsi a proprio agio, non aver paura, andare avanti con i propri passi, sentirsi liberi di camminare anche da soli. Stavolta dovevo prendere un aereo da sola, cercare un appartamento da sola, andare a vivere da sola, piangere e ridere da sola, perché sino ad installare una buona connessione internet sarebbero passati due mesi e il telefono anche se squillava restava in quell’angolo disperso del tavolino della mia nuova camera da letto. Avevo tanto da fare, tanto da scrivere nella mia moleskine, tanto da disfare e rimettere in quei cassetti che sapevano di nuovo. Anche io sapevo di nuovo, e per l’occasione decisi anche di acquistare un nuovo profumo portafortuna che mi avrebbe fatto compagnia sino all’incontro di nuove fragranze, quella degli altri umani.

Cominciai con l’inserire una bella app per il mio telefono, una specie di google map che mi aiutasse a capire quale tragitto dovessi fare tutti i giorni sino al palazzo azzurro e nero in cui dovevo vivere gran parte delle mie giornate a fare ricerche e a compilare delle scartoffie per gli assistenti del capo-redattore. Immaginatevi cosa devo dire tutte le volte che mi chiedono di cosa mi occupo al lavoro. “Sono l’assistente dell’assistente del capo-redattore.” “E…quindi?” “E quindi compilo dei moduli, invio fax, e porto caffè, cappuccini, bistecche ed insalate per pranzo a tutti. Insomma faccio un po’ di tutto.” “E perché non scrivi?” “Perché non ho mai lavorato in vita mia, perché devo imparare prima a rimboccarmi le maniche e capire cosa c’è sotto un giornale prima di scriverci sopra.” “Ah… capisco.” La verità è che non capivano un emerito cazzo. A me piaceva il nuovo lavoro. Cinquecento euro al mese non erano poi così tanti, però ero veramente felice di essere per la prima volta padrona della mia vita, di girare libera senza vincoli di tempo o di luogo, di rendere conto solo e soltanto a me stessa di quanto spendevo – anche perché non mi limitavo solo al lavoro in redazione, facevo anche la cameriera il fine settimana nel bar sotto casa – di quando svolgevo le mansioni domestiche o cantavo a squarciagola perché le urla non servono a niente quando si è nervosi, ma cantare è lecito e divertente, oltre che rilassante.

Una sera proprio mentre cantavo Ma che freddo fa di Nada, bussano alla mia porta. Non me n’ero proprio accorta, e infatti continuavo a cantare noncurante degli inquilini che abitavano accanto o sotto, o sopra. La porta era socchiusa, e ad un certo punto mi misi persino a ballare con il mocio vileda sino a quando non mi accorsi di una seconda voce divertita che mi accompagnava, e smisi di cantare di tutto punto. Era un giovanotto con i capelli corti castani, gli occhi altrettanto scuri, molto alto, lentigginoso, che se la rideva come un matto perché la sottoscritta non era abituata a chiudere la porta a chiave. “Oddio, scusami… cioè… non è mia abitudine fare queste cose…” Grossa bugia, ero abituata eccome. Quando vivevo con i miei inscenavo delle vere e proprie performance. Lui rise tra sé e sé e dopo un sorriso protratto per più di venti secondi mi domandò se stavo bene. No, affatto. Non stavo bene. “Sì, va tutto alla perfezione. Grazie! Ma… tu chi saresti?” “Sono Stefano, abito nell’appartamento di fronte.” Che scena bizzarra. Uno sconosciuto, probabilmente mio coetaneo, che si metteva a cantare con me dal nulla. “Io sono Emma.” Rimanemmo un po’ in silenzio. Lui non faceva che toccarsi i capelli, era imbarazzatissimo, ed io non ero da meno. “Allora, io vado. Di qualsiasi cosa tu abbia bisogno suona, sia io che Davide, il mio coinquilino, siamo a disposizione. La signora che vive accanto a te ha novant’anni, quindi non ti conviene fare affidamento su di lei.” Scoppiammo in una fragorosa risata. “Eh, in effetti. Grazie Stefano.” “Figurati, Emma. Ti lascio a Nada e alle pulizie.”

Da quella volta non ci parlammo più di tanto, giusto un Ciao, un come stai ogni tre giorni, un sorriso tutte le mattine mentre entrambi uscivamo dalle nostre abitazioni per andare a fare il nostro dovere, qualche sguardo sulla metropolitana – lui scendeva alla prima fermata, io alla terza – ma niente di più.

Una mattina il mio capo (l’assistente dell’assistente) mi disse che dovevo incontrare un discografico. Dovevo prenotare un’intervista che avremmo dovuto fare ad un nuovo talento di cui aveva appena prodotto l’album d’esordio. Il compito del mio capo, in questo caso, era quello di ascoltare l’album in anteprima, recensirlo ed intervistare l’artista. “Buongiorno, sono Emma, sono venuta per conto della redazione di New Music Energy.” “Salve, sono Antonio, sono l’assistente del discografico. Che ne dice se l’intervista la prenotiamo per martedì pomeriggio alle 16.00?” Controllai velocemente sull’agenda del caporedattore e fortunatamente era libero. “Va benissimo. La ringrazio. Ha anche la copia del disco?” “Ah, sì, giusto.” Me la porse. Cover accattivante ma semplice. “Perfetto. Allora aspettiamo lei o il suo capo e l’artista per martedì pomeriggio. Arrivederci.” “Okay. Arrivederci.”

Andai via dal bar felice e spensierata perché si trattava del primo compito semiserio che mi assegnavano. Fortunatamente la fermata era vicina e la camminata fu abbastanza corta. Mentre attendevo arrivasse la metropolitana vidi Stefano, sembrava essere tra le nuvole, ricciolute come i suoi capelli. Appena il nostro mezzo arrivò, entrammo dalla stessa parte. Mi sorrise e poi mi disse ciao, però in playback, neanche un filo di voce. Ed io feci lo stesso, tanto non mi sentiva. Mossi giusto le labbra e simulai quelle due sillabe. Mi sedetti nel primo posto libero che trovai, e ad un certo punto si avvicinò e mi chiese, sempre in playback, “posso?” e io simulai un “certo”. Sentivo la musica uscire da quegli auricolari. Ascoltava i Radiohead. Ottimi gusti, vicino. Senza accorgersene si mise a canticchiare High and Dry, e io cominciai a sorridere. La mia canzone preferita. Mi voltai verso il finestrino, e di tanto in tanto notai che guardava la mia immagine riflessa sul vetro. Arrossii un po’ e poi ripresi a far finta di niente. Quando scendemmo, si tolse le cuffie e mi rivolse la parola. “Come stai, Emma?” ”Stefano, Ciao di nuovo. Bene, bene. Tu?” “Anch’io. Sei di ritorno a casa?” “Purtroppo no, sto passando a ritirare un cappotto in tintoria poi filo dritta al lavoro. Tu?” “Per ora ho finito. Più tardi vado di nuovo in studio.” Pensai che lavorasse in uno studio dentistico perché i suoi erano i denti più bianchi che avessi mai visto. Spesso mi divertivo ad indovinare i mestieri altrui e Stefano per me era un simpatico igienista dentale. “Bene, bene. Allora buon pranzo e buon riposo.” Sorrise e poi mi ringraziò. Ci guardammo ancora una volta prima di separarci. Poi andai a prendere quel benedetto cappotto e ritornai alla ‘base’.

Appena rientrai, mi arrivò una chiamata dal padrone del bar per cui lavoravo. Una delle cameriere era a casa con la varicella, ed io, nuova cittadina di quest’immenso caos, necessitavo di denaro extra, qualora fosse possibile. Così, appena arrivai a casa, misi la mia divisa e corsi giù veloce. “Emma, mi dispiace per il poco preavviso, ma oggi è venerdì, serata pianobar, e vengono sempre molti clienti.” “Non si preoccupi, Signor Germano. Mi metto subito all’opera.” Presi qualche ordinazione, poi ad un certo punto, non accorgendomi che fossero già le 21.00 si abbassarono le luci. Stavo quasi per inciampare perciò decisi che era il caso di stare un attimo ferma. Per fortuna mi trovavo vicino al bancone e potei passare le ordinazioni a Michele, il mio simpatico collega fiorentino. Qualcuno cominciò a suonare il pianoforte. Era una canzone familiare, mi sembrava di conoscerla. Sì, era quella della pubblicità di una macchina, ora non ricordo bene quale. Ma era un brano bellissimo. Scordavo sempre di cercare il nome e questa forse era l’occasione giusta per scoprirla. Appena terminò, tutti, me compresa, cominciarono ad applaudire. Poi il musicista disse “Grazie. Sono Stefano e questa era Silent sleeping of a morning light.” Stefano, era Stefano, il mio vicino Stefano. “Ora vi presenterò la cover di Girl dei Beatles.” Di nuovo un applauso. Muoveva velocemente le sue dita delicate e sottili, e il suo polso era adornato da un bracciale nero. Sembrava uno di quei bracciali che preparavo per le mie amiche del cuore con il cotone grosso. Ad un tratto mi accorsi persino che era scalzo. Stefano. Bravissimo Stefano. Fece almeno altre due cover, e tra queste vi fu anche High and Dry. Da quel momento, ogni volta che pensavo a lui canticchiavo <<Don’t leave me high, don’t leave me dry… Don’t leave me high, don’t leave me dry.>> e sorridevo come una cretina. Stefano, che bravo Stefano. Poi mi resi conto che dovevo finirla. Quella sera rientrammo alla stessa ora, e mentre aprivamo ciascuno la porta della propria casa ci girammo e risalutammo. “Complimenti Stefano, sei bravissimo.” “Grazie… ma per cosa?” “La tua musica, Stefano. Sai… faccio la cameriera al bar qua sotto. Ti ho sentito suonare e cantare. Stavolta sono stata io a beccare te.” Ridemmo. “Oh, sì, osservavo la cameriera e mi dicevo ‘questa ragazza l’ho già vista’” “Ero io, ero io. Mamma mia, poi hai fatto High and Dry, è la mia canzone preferita.” Sorrise, imbarazzato e contento. Stavolta si grattò dietro la nuca. “Davvero? Mi fa piacere. I Radiohead mi piacciono tanto, poi trovavo che fosse nelle mie corde e quindi l’ho preparata tra ieri e oggi.” “Scelta azzeccata direi.” Sbadigliai, ero davvero sfinita. “Allora Stefano, ci vediamo presto okay?” “Sì. Buonanotte Emma.” “Buonanotte”. Non fu proprio una buonanotte perché mentre mi facevo la doccia scivolai sulla vasca e mi slogai la caviglia. Fortunatamente, avevo il telefono vicino e riuscii a chiamare la guardia medica. Fecero un po’ di baccano, tanto che Stefano, ancora in piedi, si accorse che qualcosa non andava ed entrò insieme a loro a casa mia. “Emma che ti è successo?” “Sono scivolata come un imbecille. E ora come faccio? Devo andare al bar di pomeriggio, sabato e domenica turno extra.” “Signorina, lei non andrà proprio da nessuna parte. La caviglia va fasciata e lei dovrà stare almeno una settimana a riposo.” Così dissero i medici. “Lei è il fidanzato?” “No… no. Sono il vicino di casa.” “Ecco, faccia un favore, si prenda cura di lei e controlli che non vada a lavorare in queste condizioni”. Dopo questo avvertimento al mio giovane vicino, Stefano mi rivolse la parola e mi chiese se volessi andare a casa sua. Davide non c’era e aveva scordato le chiavi. Io invece vivevo da sola, non avevo ancora trovato qualcuno che condividesse l’appartamento con me. Quindi mi aiutò ad arrivare al suo divano. Mi resi conto che rispetto a me era altissimo. Ci facemmo compagnia, e dopo tanti attimi di silenzio si sedette al pianoforte e cominciò a far rivivere Chopin, Ryuichi Sakamoto e il nostrano Einaudi. Mi rilassai talmente tanto che mi addormentai. Il mattino seguente, mi ritrovai con addosso un plaid con raffigurati dei gatti neri. Era soffice e profumava ancora di ammorbidente. Annusai meglio nell’aria, e c’era un buon profumo di saccottini riscaldati al micro-onde. Erano proprio loro, inconfondibili amici ripieni di nutella. Stefano me ne porse uno su un vassoio, accompagnato da una tazza di cappuccino e una zuccheriera colma di tempo da passare insieme.

Ancora oggi, quando mi ritrovo al bar e le luci si spengono, continuo a sentire quegli odori. E anche quando lui comincia a suonare il suo nuovo brano, penso a quella mattina e ai mille discorsi che cominciammo e non concludemmo. Ai giorni successivi, al mio incidente e ai suoi abbracci mentre guardavamo i film che avevamo in comune. Al bacio che mi diede quella sera stessa, così delicato che sembrava suonasse il pianoforte con le mie labbra. Ai suoi occhi gentili che si posavano sui miei, i quali, a poco a poco si rilassavano. A me, che parlavo da sola di fronte allo specchio del bagno di casa sua mentre lui si vestiva per andare alle prove con i suoi nuovi musicisti. E pensando a come vanno le cose oggi, mi balenano per la mente una serie di piccola cose speciali. La sua sveglia sul cellulare che spaventa Davide tutte le mattine, il quale, a sua volta, ci prende in giro per i nostri scherzi stupidi. Le mie lacrime di felicità ogni volta che lo vedo salire quei gradini con i piedi nudi, bianchi quasi quanto i suoi denti, e si presenta al pubblico ogni volta come se fosse la prima, perché qualche nuovo spettatore c’è sempre. Ma anche le sensazioni che provo quando lo osservo mentre se ne sta seduto da solo in mezzo al buio, con solo un riflettore attorno, ammaliante come quel suono armonico, quelle onde cerebrali che solo il tocco del suo pianoforte riesce a darmi. E ancora gli abbracci, i suoi sguardi specchiati sulla mia immagine riflessa nel vetro della metro, della finestra della cucina, nello specchio di camera mia, nei miei stessi occhi che ringraziano la vita per l’esistenza della musica.

Non importa quanto tu possa essere ricco, elegante o se tu sia fisicamente perfetto. Passeresti per essere invisibile, perché cretini come te che se la tirano ne vedo tanti, tutti i giorni. Vogliono tutti diventare delle star, sfondare, fingere di vivere di musica quando sono i primi a non ricordarsi le parole delle canzoni composte per loro da altri come Stefano, dotati di un vero talento e una buona passione senza essere mai stati notati. Persone così non le ho mai osservate e non le osserverei mai. Osserverei solo un ragazzo timido come il mio vicino di casa, come il mio adorato amico e amante, il quale mi riempie le giornate di sogni che prima non avevo, di sicurezze che prima non pensavo di poter vedere sul mio fisico imperfetto, pieno di cellulite, smagliature, le quali, quando lui mi osserva, spariscono. Perché ciò che più gli piace sono i miei occhi e i miei denti storti, le mie guance rosse, e i racconti sulla mia moleskine, compresi quelli con le descrizioni di noi due, vicini, mano nella mano ai concerti al circolo degli artisti, mentre fingiamo ogni volta di incontrarci e conoscerci per la prima volta, rivelando parti del nostro passato che ci saremo vergognati di raccontare a chiunque altro.

Untitled.

gennaio 21, 2012

17 Febbraio 2012. Giornata piovosa e noiosa. Lei giaceva sul letto e continuava senza pace a cambiare posizione. Ma c’erano quelle cose che spesso la soffocavano, altre volte la seducevano e che in altri momenti tendeva ad ignorare. Prima di dormire ultimamente passava diverso tempo a pensare a questo o quell’altro, e si facevano le tre del mattino.

Rimaneva incantata a guardare la televisione, quasi tutte le sere. Lo sguardo spento, un bicchiere di latte al cioccolato a scaldare le sue mani, occhiaie sottolineate da un lungo pianto.

Mi raccontava che le giornate che trascorreva erano sempre uguali e quando cercava di organizzare qualcosa di diverso il suo ragazzo era troppo impegnato a studiare per darle ragione. Ultimamente avevano molti problemi e la loro idea di divertimento, di svago era differente. Lui preferiva andare a prendere un aperitivo con gli amici e passare ore a discutere dei tirocini fatti all’ospedale, mentre lei preferiva di gran lunga stare a casa, guardare un bel film o leggere un buon libro. I suoi colleghi spesso la rimproveravano perché si dimenticava di possedere un cellulare, di avvertire quando stava a casa da sola, di sfogarsi quando ne aveva bisogno. Io ogni tanto le telefonavo, ma era davvero perplessa e insicura. Stava svanendo dietro l’ombra che si era insediata nel muro del suo appartamento. Stava spesso in silenzio a capire dove sbagliava e se poteva ancora risolvere la situazione, migliorarla o prendere il coraggio di concluderla. Aveva lasciato i sorrisi dentro l’armadio, assieme ai vestiti che non le stavano più perché ormai portava due taglie in più. Ho provato tante volte a dirle che lei è bella così com’è, di non dar retta a lui, che dopo aver visto i corpi di quelle modelle minute rifugiarsi all’ospedale per chiedere una taglia in più di reggiseno, un naso nuovo e delle labbra carnose, non ricordava più l’aspetto di una donna semplice, che si alzava tutti i giorni alle 5 e prendeva la prima metro per andare in redazione e sfornare pezzi nuovi.

<<Giò, ti devo chiedere un compito extra. Per favore, potresti partecipare alla rassegna che si terrà al Cinema degli Specchi e vedere One Day? Pietro ha chiesto una settimana di ferie, sua moglie sta partorendo, e ho bisogno urgentemente della recensione di questo film. Ti chiedo scusa per il poco anticipo, ma sono veramente nella merda.>>

<<Va bene, Gianluca. Stai tranquillo. Inizia Sabato alle 15.00, giusto?>>

<<Sì, grazie! Sei un tesoro.>>

<<Figurati. Non avevo preso altri impegni. E’ un piacere.>>

Era la sua prima “trasferta”. Attendeva da tempo che le affidassero qualche incarico che le permettesse di partecipare a qualche evento particolare. Oggi Simone sarebbe ritornato a casa per il compleanno di sua madre, e anche se ci fosse stato ormai non faceva differenza. Erano sempre più vicini a scambiarsi soltanto un “ciao”, ad augurarsi “buona giornata”, ma niente baci, nemmeno sulle guance.

Quel pomeriggio decise di indossare le cose che aveva comprato il primo giorno di saldi. La camicia a fiori azzurra e rossa, la gonna a tubino nera, le ballerine rosse e una piccola borsetta nera. Parlava tra sé e sé di fronte allo specchio dicendo <<Capelli sciolti o legati? oggi proprio non hanno fine di sgonfiarsi.>> Ad un certo punto si rese conto di essere in ritardo, così ricontrollò ancora una volta che tutto fosse al suo posto, prese il taccuino al volo e corse a prendere la metro.

Mentre ascoltava un po’ di musica e osservava il paesaggio, ad un certo punto ricevette un messaggio di Simone: <<Giò… potresti chiamarmi un attimo? ti devo dire una cosa.>> Non sapeva nemmeno lei il perché, ma si sentì mancare il respiro. Poi, una volta che si riprese, compose il numero e cominciarono a parlare. Simone stava frequentando un’altra da circa un anno. Giorgia più che arrabbiarsi per chiudergli poi la chiamata rimase in silenzio e ascoltò ogni singola parola che lui ebbe da dirle. Non riuscì nemmeno a piangere. A fine chiamata disse solo un misero sì per rispondere alla richiesta di Simone di lasciargli i suoi libri in una scatola affinché lui potesse passare a prenderli in sua assenza.

Prima di entrare al cinema rimase un attimo ferma. Cercava di ricomporsi, di togliere la pesantezza di una fine dal proprio volto. Era difficile, però si ripeté varie volte che era lì per lavoro e che bisognava essere professionali. La rassegna cinematografica era appena cominciata. Le luci in sala erano basse e quasi inciampò tra le gambe di questo giovane che a dire il vero era un po’ imbarazzato. Appena si sedette fece dei lunghi respiri, cercava di smettere di tremare o avrebbe fatto preoccupare la signora asmatica che le sedeva accanto. Poteva solo arrecare più danni a chi le stava vicino se avesse continuato a comportarsi così. Dunque decise che era il caso di darsi una calmata.

Il film ebbe inizio. Giorgia rimase affascinata dall’alchimia dei due protagonisti, dagli sguardi di Dexter nei confronti di Emma. La loro amicizia, la loro vicinanza anche nei momenti più intensi e meno sereni erano elementi a cui non riusciva a dare un nome. Durante la proiezione viveva sentimenti contrastanti. In alcuni momenti si sentiva come il disinibito protagonista maschile, in altri si sentiva dalla parte di quella ragazza impacciata con gli occhiali rotondi e spessi, non perfetta, ma con una graziosa femminilità. Entrambe volevano diventare scrittrici, andavano a ricercare un’ideale di felicità che molti non condividevano o non avrebbero condiviso. I minuti scorrevano semplici e piacevoli ma ad un certo punto del film accadde qualcosa che la fece piangere come un rubinetto rotto. Sentì un’altra mano sfiorare la sua. Il ragazzo di prima. Anche lui non scherzava, aveva gli occhi lucidissimi, qualche accenno di pianto sugli zigomi, un po’ di rossore sul naso. Le aveva messo un fazzoletto nella mano. Lei fece un sorriso, per poi ritornare a piangere sino alla fine del film. Una volta finito ci fu un piccolo inconveniente in sala: si guastò il proiettore. Per oggi la rassegna si concludeva in questo modo, con tantissime persone che piangevano e la signora asmatica che respirava a stento da quanto era rimasta scossa.

Giorgia si alzò e, dopo essersi data una rinfrescata in bagno, firmò dei fogli che confermavano la presenza della sua testata all’evento. Prima di uscire però si avvicinò a quel ragazzo. Doveva ringraziarlo per il fazzoletto. <<Scusami per il disturbo…Ti ringrazio, davvero. Li avevo scordati a casa. E non immaginavo sarebbe accaduto.>> <<Figurati. Sapevo già a cosa andavo incontro e ho portato con me una confezione di Kleenex. E’ il mio film preferito basato sul mio libro preferito.>> Sorridette e ripeté a se stessa che o lui era gay oppure aveva conosciuto il primo uomo che non si vergognava di piangere in una sala composta da cento posti, tutti occupati. <<Wow. Allora posso dire di essere stata fortunata ad averti vicino in sala.>> Ad un certo punto gli squillò il telefono e si allontanò promettendole che sarebbe tornato il prima possibile. Peccato che fossi arrivata a prendere Giorgia proprio in quel momento e non ebbe nemmeno modo di chiedergli il suo nome.

Le ore che erano passate dalla rottura con Simone sembravano essersi annullate. Era quasi come se fosse distratta, sbadata e in un mondo parallelo, distante. Le avevo chiesto di raccontarmi bene ciò che era successo, ma non aveva molta voglia di parlarne. Mi parlò invece di quel misterioso ragazzo e io la sfottevo dicendole che in realtà si era addormentata al cinema e l’aveva semplicemente sognato.

Decidemmo di mangiare al ristorante messicano situato dietro il multisala. Lei continuava a stare in silenzio e io cercavo di colmare quei vuoti raccontandole del viaggio che avevo appena fatto lungo l’Italia. Annuiva, ogni tanto sorrideva, ma avevo come l’impressione che non mi stesse ascoltando (e in effetti fu così, ma me lo rivelò solo due settimane dopo, alla vigilia del suo viaggio).

Dopo aver mangiato il contorno vidi il suo volto illuminarsi. Mi disse che andava in bagno ma la vidi raggiungere la zona opposta del locale. Non feci in tempo a dirle “stai sbagliando direzione” che lei si fermò a parlare con questo giovanotto dall’aria timida e gentile. Lui le diede un biglietto e poi lei ritornò a sedersi di fronte a me. <<Era lui. Il ragazzo del cinema! Quello del fazzoletto! Mi ha dato il suo biglietto da visita. E’ un fotografo ed è anche il figlio di Gianluca, il mio capo.>> <<Che coincidenza!>> <<Incredibile…>>

Non smisero nemmeno per un attimo di guardarsi. Lei giocava con i capelli ed era il segnale che indicava che provava interesse per un altro essere vivente. Non la vedevo farlo da due anni e mezzo esatti, quando mio fratello le presentò per la prima volta il suo amico d’infanzia Simone, nonché suo ex-ragazzo, nonché grandissima carogna.

Dopo la cena lei decise di tornare immediatamente a casa. Quindi le diedi un passaggio e poi andai dritta a casa a dormire. La mia bambina mi aspettava così come mi aspettavano i libri di sociologia per il mio primo esame universitario. Seppi soltanto il giorno dopo che lui l’aveva già chiamata. Si chiama Antonio e lavorava come photo-reporter alle prime dei film e dei festival musicali sia in Italia che in alcuni Paesi d’Europa. Amava leggere, scrivere poesie, andare al cinema e ascoltare musica anni settanta e un po’ di indie rock attuale. Dopo quella sera si aggiunsero su Facebook, ma Giorgia si collegò poco perché aveva almeno sei articoli da preparare per le due settimane successive e non ebbe modo di parlarci tantissimo.

C’era una cosa che non sapeva, che forse era sfuggita ai suoi occhi. Entrambi dovevano andare, per puro divertimento, al concerto dei Florence and The Machine a Dublino nel mese di Marzo. Ma decisi di non dirglielo perché volevo che provasse di nuovo interesse per le persone, per le cose, per gli attimi strani, pieni di coincidenze, che la vita può ancora offrirci anche quando perdiamo la fiducia che provavamo per lei. Volevo farle capire che si era rialzata da sola, che non avevo parlato con Gianluca e che non avevamo realizzato questo piano malefico per farli incontrare. Volevo farla rinascere, volevo dirle che la mia migliore amica era ritornata e che questo era solo l’inizio di un nuovo percorso strano, a volte tortuoso, ma più sereno del precedente che diverrà soltanto un angolo buio da raccontare nel futuro più remoto, quando il presente sarà passato e sentirà il suo spirito come fortificato, il respiro regolare, come quando era bambina e non doveva pensare a nient’altro che scrivere e sognare.