Le persone fanno in fretta a dimenticarsi che esisti. Però tu ci impieghi sempre un po’ di più per non infastidirti della loro presenza o dimenticarle.

 

Bisogna sempre preferire di essere veri amici per pochi, che essere dei conoscenti per tanti. Anche perché nell’essere conoscenti con tutti spesso ci si trova a chiedersi il perché dell’abbandono o del silenzio da parte di qualcuno che aveva frainteso le intenzioni dell’altro. Non si può essere amici di tutti. E spesso nel farlo si rischia di ferire qualcuno o addirittura di perderlo.

 

 

Meredith: <<There’s a reason I said I’d be happy alone. It wasn’t ‘cause I thought I’d be happy alone. It was because I thought if I loved someone and then it fell apart, I might not make it. It’s easier to be alone, because what if you learn that you need love and you don’t have it? What if you like it and lean on it? What if you shape your life around it and then it falls apart? Can you even survive that kind of pain? Losing love is like organ damage. It’s like dying. The only difference is death ends. This? It could go on forever.>>

maggio 19, 2011

Il veleno scorreva nel mio corpo appena lavato. Mi apprestavo ad uscire dalla doccia canticchiando un motivetto degli MGMT. Dopo vari minuti passati ad immaginare parole ondeggiare in quella che era la mia mente confusa, aprì di nuovo gli occhi, e poggiai i piedi uno per volta nel tappetino in gomma. Feci un respiro profondo. Mi infilai nell’accappatoio, e poi raccolsi i miei ribelli capelli lunghi in un asciugamano. La doccia ultimamente era il mio luogo di perdizione preferito. La via di fuga dallo studio, dai sogni e dalle delusioni. Era il luogo in cui potevo essere più lucida, in cui potevo capire meglio cosa mi capitasse ultimamente. Cercavo sempre di non fermarmi, di stare sempre con il corpo e la mente impegnata.
C’era stato un periodo in cui mi capitò il contrario e il ritiro quotidiano in doccia era soltanto un modo per tornare alla realtà, alle preoccupazioni, a ciò che gli altri in qualche modo si aspettavano da me mentre il resto del tempo lo passavo a capire cosa provavo. Niente contava di più che il messaggio del mio cuore che correva spedito per cospargere di zucchero e sale i miei oggetti preferiti grazie allo stereo che a tutto volume mi accompagnava.
Fino a pochi giorni prima mi trovavo a riflettere in spiaggia con altre persone che come me volevano soltanto trovare una soluzione, una scappatoia. Una di loro mi disse “ma se mi mettessi ad urlare disturberei qualcuno?” per poi restare seduta in silenzio perchè nessuno avrebbe potuto fare qualcosa per le nostre richieste d’aiuto. Non era colpa nostra se chi ci circondava decideva per sé senza badare alle conseguenze che avrebbe provocato nel nostro mondo.
Il nostro unico rimorso fu quello di sentirci sbagliate.

Ci hanno fatto sentire sole, insicure, ci hanno fatto vivere nel dubbio, ci hanno seppellite vive, ci hanno fatto trattenere il respiro. Ci hanno ignorato, ci hanno fatto sentire invisibili, ci hanno bisbigliato delle bugie per poi compiere delle verità che noi abbiamo afferrato e digerito. Un sorso amaro, lucide menti che contavano le stelle in cielo. L’orsa maggiore, l’orsa minore e Venere ad illuminare le onde che si scioglievano nel bagnasciuga. La luna ogni tanto sembrava quasi sorriderci. Quella notte portava un po’ di pace, ci diceva che tutto andava bene, che noi potevamo stare lì per sempre e che il cielo sarebbe rimasto lì a proteggerci. Sentivo il cuore battere lento, non ricordavo più cosa volesse dire stare tranquilli. Avevo portato con me la mia macchina fotografica. Non volevo sbiadire quelle emozioni, lontana da casa e lontana da tutto. Mi misi ad intrappolare quelle luci che in un dolce temperamento formavano una catena infinita di speranze alle quali non avrei mai smesso di appoggiarmi, anche nel momento di più profonda solitudine, anche nelle notti in cui le lacrime avrebbe sostituito i sogni.

<<Sweet disposition
never too soon
oh, reckless abandon
like no one’s watching you
a moment
a love
a dream
a laugh
a kiss
a cry
our rights
our wrongs>>

<<You know, I do believe in magic. I was born and raised in a magic time, in a magic town, among magicians. Oh, most everybody else didn’t realize we lived in that web of magic, connected by the silver filaments of chance and circumstance.
But I knew it all along. See, this is my opinion: we all start out knowing magic. We are born with whirlwinds, forest fires, and comets inside us. We are born able to sing to birds and read the clouds and see our destiny in grains of sand. But then we get the magic educated right out of our souls. We get it churched out, spanked out, washed out, and combed out. We get put on the straight and narrow and told to be responsible. Told to act our age. And you know why we were told that? Because the people doing the telling were afraid of our wildness and youth, and because the magic we knew made them ashamed and sad of what they’d allowed to wither in themselves.

After you go so far away from it, you can’t really get it back. You can have seconds of it. Just seconds of knowing and remembering. When people get weepy at movies, it’s because in that dark theater the golden pool of magic is touched, just briefly. Then they come out into the hard sun of logic and reason again and it dries up, and they’re left feeling a little heartsad and not knowing why. When a song stirs a memory, when motes of dust turning in a shaft of light takes your attention from the world, when you listen to a train passing on a track at night in the distance and wonder where it might be going, you step beyond who you are and where you are. For the briefest of instants, you have stepped into the magic realm.

That’s what I believe.>>

from: Robert R. McCammon (Boy’s Life)

<<And there will come a time, you’ll see, with no more tears. 
And love will not break your heart, but dismiss your fears. 
Get over your hill and see what you find there, 
With grace in your heart and flowers in your hair.>>
Mumford & SonsAfter the Storm


aprile 30, 2011

<<Things may have changed too radically to ever go back to what they were. You might not even recognize yourself. It’s like you haven’t recovered anything at all. You’re a whole new person with a whole new life.>>

Meredith – Season 7, Episode 19 –  It’s a long way back

aprile 14, 2011

Il silenzio camminò sulla mia schiena, dilungandosi sul collo. Mi fece tremare, rabbrividire, sentire qualcosa di diverso rispetto al solitario sguardo che attraversava la costa ogni volta che mi affacciavo sul balcone. C’era qualcosa di diverso dal solito. Quelle nuvole distratte mi stavano irritando, non le trovavo più affascinanti come prima. Erano graffianti, così pesanti e nere, da soffocarmi ogni volta che provavo a guardarle più intensamente. Cercavo alcuni spiragli di cielo limpido, ma la primavera si spingeva soltanto ad un meteo confuso e secco.
Avevo bisogno di un cambio di stagione, avevo bisogno di dimenticare le tempeste aride, avevo bisogno di gridare, forse. Provai a farlo, ma dalla mia bocca non uscirono altro che lettere mute. Da tempo non riuscivo a parlare. Non riuscivo a formulare un pensiero concreto, a prendere una decisione ben definita. Eppure avevo bisogno di farlo, di rinascere, di ricredere nel destino, nella vita e nelle piccole cose.
Ci sono domande che oseremo farci sempre, ci saranno delle risposte che forse arriveranno tardi. C’erano delle storie che ora sono soltanto piccoli ricordi, ci sono vecchi frammenti che sentiamo ancora vivi. Ogni piccolo sentiero percorso appare come un puntino, e ogni strada ora percorsa ci sembra sempre più tortuosa di quelle vissute in precedenza. Il bisogno di cambiare è ogni volta più forte, o più che cambiare abbiamo bisogno di far nascere nuove consapevolezze, nuovi modi di vedere le cose che prima non avevamo scelto o valutato. Ci sentiamo sempre impreparati, colti alla sprovvista. Ci sentiamo spesso feriti ed abbandonati, nient’altro che gocce di un cielo incazzato.
Eppure arriverà di nuovo quel momento in cui ci accorgeremo di provare nuove emozioni, di poterci fermare a considerare sotto un altro punto di vista la nostra esistenza.

Qualche donna si tingerà i capelli di nero, di biondo o di rosso, metterà un filo di trucco, indosserà qualche vestito nuovo, per distrarre la mente da ciò che gli sta capitando. Qualche uomo perderà i chili che aveva di troppo, cambierà taglio, dirà che preferisce stare solo o si metterà a rincorrere qualche anima persa fingendo di stare bene quando infondo si sente un po’ vuoto. L’uomo e la donna vorranno rinascere insieme perchè la vita è uguale anche se ciascuno la vive a modo proprio. Vorranno sentirsi amati, vorranno provare rabbia, vorranno sentirsi imprigionati in una bolla di sapone che li protegga dalla vulnerabilità, dai problemi, dalle menzogne che ciascuno di loro dirà a sé stesso. Ma arriverà pure il momento in cui dovranno aprire gli occhi, perchè ciò che stanno vivendo non è un sogno. Si corre sempre il rischio di perdere o di lasciarsi perdere qualcosa o qualcuno, e nell’irrimediabile caos non potremo tornare indietro, non potremo recuperare. Vedremo quell’aquilone a forma di cuore volare via lontano senza capire l’importanza delle cose che stiamo perdendo. Bisogna capire chi tiene davvero a noi tra coloro che ci ronzano intorno, tra coloro che decidono ogni giorno di donarci una parte del loro miele, prodotto con cura nella propria dimora. Capire se è buono o se si tratta di un prodotto rancido, se è valido o contraffatto. Dobbiamo ricordare il valore di ciascuna cosa, di ciascuna persona. Senza tralasciare niente, nemmeno il viandante della verità, lo sguardo, che spesso ride, tace, si prende gioco di noi o ci dimostra lealtà e prudenza.

Osserva la bocca, le spalle, le mani, ma sopratutto ascolta gli occhi e non dimenticarli.

.

marzo 28, 2011

C’è una luce che non va più via. c’è un colore limpido che forma una macchia d’inchiostro, quella rimasta quando ho deciso che non ero più a posto. Mi accorsi con un semplice battito di ciglia che le cose non andavano a meraviglia.Sentì i miei piedi formicolare e le mie mani nascondere il mio volto che pieno di lacrime e stanco aveva bisogno di riposo. Nascosta al buio, cercavo domande e risposte, ma dove dovevo guardare ora? Quale percorso dovevo prendere? Quali segnali dovevo cogliere dal mondo circostante? Come dovevo reagire? Reagire è sempre la missione più grande, lo scoglio più grande da superare. Amare mi viene naturale, tacere mi viene difficile, così come respirare. Dove dovrò guardare? C’è ancora un posto per me? In treno è sempre tutto occupato, non trovo mai un posto libero. Vorrei trovarlo sotto gli occhi di qualcuno. Ma essere visibile non è la cosa che mi riesce meglio. Mi riesce soltanto scrivere. Ora non posso fare altro.

In mezzo al cielo troverò uno spazio, nel sorriso della luna vedrò un’ancora di salvezza. Nel mio corpo che trema vedrò una risposta al mio stato d’animo.

Dimmi chi sono, te ne sarò grato.

..

marzo 26, 2011

Sentivo una scossa pervadere il mio corpo. Ho passato la notte tra i brividi di freddo e quelli provocati dallo stato d’ansia che ultimamente ha deciso di fare un pigiama party con la sottoscritta. Mi sto perdendo o sto ritrovando me stessa? Faccio finta di essere serena, ma quell’occhio che trema da ormai una settimana è il difetto principale della mia maschera. Una maschera fatta di una qualsiasi carne e sorretto da ossa che ogni tanto mi lasciano cadere. Avrei preferito prendere la prossima nave, quando il mare si fosse fatto più calmo e le mie idee più chiare. Ma il mio sistema nervoso sta cedendo, ha bisogno di staccare. Ha bisogno di conoscere la verità. Anche a costo di affogare. Mi piace mettere alla prova me stessa e gli altri, per vedere se ciò che vedono corrisponde a ciò che vedo io, per capire se si soffre insieme, si sorride insieme, ci si cerca a vicenda. Sento il cielo coprirsi anche se il sole è più presente del solito. Sento le nuvole nere accarezzarmi la gola, soffocarmi. Sento che i segnali spediti siano ritornati al mittente, e devo andare a ritirarli dalla casella postale “cose da dire e cose per cui tacere” e farli recapitare personalmente. E’ il momento di partire. Auguratemi buon viaggio, perché non so come ritornerò.

<<Lights will guide you home

and ignite your bones…>>


….

marzo 23, 2011

Avevo da sempre sognato di indossare quel vestito bianco. Ero riuscita a cucirlo, mi ci era voluto un po’, ma dopo tanta fatica ero riuscita a trovare il modello adatto. Un vestito bianco,lungo, che poggiava le sue redini sul pavimento. Appena lo misurai presi a correre veloce… il bianco candito accarezzava le mie caviglie, e l’eco delle mie risa dilagava nella città, che in pieno mattino si faceva addolcire dal sole primaverile. Libera nei movimenti, arrivai in spiaggia. Non c’era ancora nessuno, dunque mi sedetti ad aspettare. Le musicali onde del mare affascinavano il mio udito e lo ricompensavano con un po’ di relax, sino a quando non mi accorsi che da quelle parti c’era qualcuno che cantava. Una voce armoniosa, pulita, che ripeteva:

Se non è vero che hai paura, non è vero che ti senti solo. Non è vero che fa freddo, allora perché tremi in questo agosto?

Non era passato tanto tempo da quando l’avevo dedicata a qualcuno. Eppure c’era questa nuova consapevolezza di volerla imbastire su qualcun altro. Sentivo il mare infrangersi sui miei piedi, mentre osservavo quel ragazzo pensieroso inneggiare i Perturbazione.

Ci sentivamo abbandonati in questo mondo, ci sentivamo persi allo stesso modo. Ci sentivamo soli, ci sentivamo sinceri allo stesso modo. Ci guardavamo, ci osservavamo allo stesso modo. Eravamo l’uno lo specchio dell’altra. Ormai era impossibile negarlo.