settembre 15, 2010

“Cercasi un’immagine che mi incanti, che sappia ascoltare i dolori più profondi,
che crei una luce di colori, che viva d’arte e musica,
che sappia riconoscere la pioggia ed apprezzare la neve,
che sappia amare il sole e le nuvole,
il mare e la ruggine,
l’asfalto e i marciapiedi.
No perditempo, solo sognatori.”
Lesse quest’annuncio in rete, poco dopo aver fatto una passeggiata all’insegna della riflessione e di un pò di svago. Era in vita ormai da vent’anni e ancora pensava di non avere lasciato il segno.
Lasciava invece tracce ovunque, quasi volesse recapitare a tutti il messaggio. Si sentiva più viva che mai, era passata dal nero ai colori vivaci. Era stanca di provare a convincere gli altri, quindi cominciò a convincere prima di tutto sé stessa. La canzone che più sentiva sua quando perdeva le staffe diceva: “When there’s no one else look inside yourself, like your oldest friend just trust the voice within. Then you’ll find the strenght that will guide your way if you will learn to begin to trust the voice within.” Il giorno dopo come nuova, ritornava sui suoi passi, percorrendo le strade che componevano in quel momento la sua vita. Era un’appassionata di fotografia, ma non si reputava una fotografa. Giocava, così come una bambina gioca con la novelle cuisine fingendo di essere una cuoca. Lei fingeva di essere una fotografa, ma sapeva che per diventarlo doveva lavorare sodo. Per ora cercava soltanto di fermare i momenti che più le rimanevano impressi. Anche un semplice tramonto poteva diventare una sensazione provata la sera prima, mentre soffocava le parole dinnanzi a quello che poteva definirsi suo amico. Non sempre aveva voglia di parlare di ciò che le succedeva, non voleva far perdere la testa a nessuno. Bastava già la sua che andava in subbuglio. Si rifugiava per questo nel suo diario personale, plastico, nero e con il flash, con una memoria che racchiudeva sopratutto quei momenti più intimi, quei lati di sé più nascosti, che erano la chiave per risolvere i dubbi e le incertezze.
Il cielo era limpido, neanche una striscia di fumo, giusto qualche aereo della ryan-air che trasportava le persone da una parte all’altra dell’Europa. Fece qualche scatto e rientrò a casa. E così lesse l’annuncio.
Le parole potevano combaciare con la prima foto nata con la sua compatta, nei suoi primi mesi di vita. Ritraeva una ragazza dai capelli castani, lunghi e lisci, occhi color ambra, che sorrideva e allo stesso tempo faceva trapelare delle lacrime. Sembrava confessare qualcosa alla persona che stava davanti a lei, forse una sua amica. Lei aveva invece i capelli corti, riga da una parte, occhi scuri che tramandavano un fare sorpreso. Teneva la mano sopra la sua spalla, un misto tra conforto e approvazione. A raccogliere questo momento una spiaggia deserta, il cielo che stava imbrunendo e qualche nuvola spaesata.
Inizialmente aveva avuto paura, non sapeva cosa fare. Da una parte voleva rispondere all’annuncio, dall’altra temeva di ricevere una delusione. Poi si ricordò di tutte quelle volte che si pentì di non aver mai fatto vedere niente a nessuno. Si accorse che era giunto il momento di nascere, di far volare via la timidezza di quelle foto, di farsi coraggio, andare sempre avanti, come quando si hanno gli occhi bendati, e non si conosce ancora la direzione in cui bisogna fermarsi. Era arrivato il momento di buttarsi, rischiare, e provare a sorridere. Anche quando la sicurezza scivola via, anche quando gli altri ti feriscono.


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Ogni tanto, nella vita di ciascuno, credo che si vengano a creare dei presupposti per essere malinconici. 

Questa è la vita. Non possiamo sempre essere sorridenti e spensierati, ogni tanto abbiamo pure bisogno di piangere. 
Capita sopratutto quando magari si sta la sera in casa, e non c’è nemmeno qualcosa da fare, se non, nell’impresa di far qualcosa, osservare certe cose e far riemergere vecchi ricordi e le reazioni di oggi a certi "errori" del passato. 
Ancora oggi non riesco ad essere indifferente. Ho compiuto senz’altro i miei sbagli anche io, e sicuramente anche loro mi vedono come un "errore", come una delle facce da dimenticare. E forse nemmeno loro, come me, riescono a rimanere indifferenti. 
Credo ci voglia più tempo di quanto possiamo credere. Non è facile nemmeno a distanza di anni. 
Ogni tanto succede che io mi dimentichi di queste pagine già scritte della mia vita, ma poi riaffiorano e lì, allora, mi intrufolo e inizio a riflettere sui giorni, sui mesi appena trascorsi. E’ stato un anno particolare questo che ho vissuto, e il passato mi è venuto incontro più volte. Ho ricevuto comunque anche qualche soddisfazione. 
Tra queste la mia gattina. Per molti può essere una cosa banalissima. Ma poco fa mentre versavo delle lacrime c’era lei lì con me. Mi ha annusata e mi ha leccata nelle guance, come se volesse lavarle via dal mio viso. E mi ha regalato un sorriso, un prezioso sorriso, grazie allo sguardo di un’incredibile creatura. 
Ho proprio bisogno di andare a lezione, così come ogni settembre che si rispetti. E’ inutile, la vita in facoltà per me è tanto, mi distacca un po’ dai problemi che mi circondano, familiari e non, e mi fa pensare al desiderio più grande che da tempo vorrei realizzare e al fatto che devo continuare a lottare.
Fra un mese esatto sorpasserò i 23 e arriverò ai 24 anni di vita. 
Mi sento ancora tanto piccola però. Credo che gli ostacoli veri debbano ancora arrivare. Mi farò ancora male, ma magari le prossime volte riuscirò a guarire più in fretta. 
Ogni tanto mi ricorderò dei miei sogni socchiusi nel cassetto. E allora ricomincerò a lottare, e a riasciugare il viso ancora una volta, lasciandomi sorpassare da quelle vecchie foto impresse nell’album dei miei ricordi.