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luglio 17, 2012

Le luci del bar sono ormai state già spente. Mi trovo già lì in attesa che cominci il mio spettacolo preferito. Si tratta di un’esperienza nuova, una scossa gentile nel mio leggero vivere quotidiano. Mi sono trasferita in questa città da poco tempo ma vedo già il chiarore della vita rinascere sul mio viso.

Non vedevo quel sorriso dall’infanzia. Non sentivo le palpebre rilassarsi dal tempo dei limoni. Non vedevo qualcuno di nuovo affezionarsi a me da anni ormai. Pensavo di trovarmi sola in questo posto che conta il numero degli abitanti del mio piccolo paesino moltiplicato per trenta circa. Eppure, quando mi dissero che c’era un posto per me in quella piccola redazione a Roma, in centro, aspettai un po’ prima di dire di sì, prima di dirlo ai miei, ai miei fratelli, ai miei amici, al mio relatore. Credevo che non avrei mai messo quella coroncina di alloro sulla mia testa, non sarei dimagrita di qualche chilo, non avrei mai indossato quel bellissimo abito azzurro a fiori. Eppure c’ero riuscita, e rimasi per un po’ di tempo incredula quando mi resi conto che stavo per andare via e abbandonare tutto ciò che avevo sempre conosciuto. Conoscere qualcosa significa anche averne dimestichezza, sentirsi a proprio agio, non aver paura, andare avanti con i propri passi, sentirsi liberi di camminare anche da soli. Stavolta dovevo prendere un aereo da sola, cercare un appartamento da sola, andare a vivere da sola, piangere e ridere da sola, perché sino ad installare una buona connessione internet sarebbero passati due mesi e il telefono anche se squillava restava in quell’angolo disperso del tavolino della mia nuova camera da letto. Avevo tanto da fare, tanto da scrivere nella mia moleskine, tanto da disfare e rimettere in quei cassetti che sapevano di nuovo. Anche io sapevo di nuovo, e per l’occasione decisi anche di acquistare un nuovo profumo portafortuna che mi avrebbe fatto compagnia sino all’incontro di nuove fragranze, quella degli altri umani.

Cominciai con l’inserire una bella app per il mio telefono, una specie di google map che mi aiutasse a capire quale tragitto dovessi fare tutti i giorni sino al palazzo azzurro e nero in cui dovevo vivere gran parte delle mie giornate a fare ricerche e a compilare delle scartoffie per gli assistenti del capo-redattore. Immaginatevi cosa devo dire tutte le volte che mi chiedono di cosa mi occupo al lavoro. “Sono l’assistente dell’assistente del capo-redattore.” “E…quindi?” “E quindi compilo dei moduli, invio fax, e porto caffè, cappuccini, bistecche ed insalate per pranzo a tutti. Insomma faccio un po’ di tutto.” “E perché non scrivi?” “Perché non ho mai lavorato in vita mia, perché devo imparare prima a rimboccarmi le maniche e capire cosa c’è sotto un giornale prima di scriverci sopra.” “Ah… capisco.” La verità è che non capivano un emerito cazzo. A me piaceva il nuovo lavoro. Cinquecento euro al mese non erano poi così tanti, però ero veramente felice di essere per la prima volta padrona della mia vita, di girare libera senza vincoli di tempo o di luogo, di rendere conto solo e soltanto a me stessa di quanto spendevo – anche perché non mi limitavo solo al lavoro in redazione, facevo anche la cameriera il fine settimana nel bar sotto casa – di quando svolgevo le mansioni domestiche o cantavo a squarciagola perché le urla non servono a niente quando si è nervosi, ma cantare è lecito e divertente, oltre che rilassante.

Una sera proprio mentre cantavo Ma che freddo fa di Nada, bussano alla mia porta. Non me n’ero proprio accorta, e infatti continuavo a cantare noncurante degli inquilini che abitavano accanto o sotto, o sopra. La porta era socchiusa, e ad un certo punto mi misi persino a ballare con il mocio vileda sino a quando non mi accorsi di una seconda voce divertita che mi accompagnava, e smisi di cantare di tutto punto. Era un giovanotto con i capelli corti castani, gli occhi altrettanto scuri, molto alto, lentigginoso, che se la rideva come un matto perché la sottoscritta non era abituata a chiudere la porta a chiave. “Oddio, scusami… cioè… non è mia abitudine fare queste cose…” Grossa bugia, ero abituata eccome. Quando vivevo con i miei inscenavo delle vere e proprie performance. Lui rise tra sé e sé e dopo un sorriso protratto per più di venti secondi mi domandò se stavo bene. No, affatto. Non stavo bene. “Sì, va tutto alla perfezione. Grazie! Ma… tu chi saresti?” “Sono Stefano, abito nell’appartamento di fronte.” Che scena bizzarra. Uno sconosciuto, probabilmente mio coetaneo, che si metteva a cantare con me dal nulla. “Io sono Emma.” Rimanemmo un po’ in silenzio. Lui non faceva che toccarsi i capelli, era imbarazzatissimo, ed io non ero da meno. “Allora, io vado. Di qualsiasi cosa tu abbia bisogno suona, sia io che Davide, il mio coinquilino, siamo a disposizione. La signora che vive accanto a te ha novant’anni, quindi non ti conviene fare affidamento su di lei.” Scoppiammo in una fragorosa risata. “Eh, in effetti. Grazie Stefano.” “Figurati, Emma. Ti lascio a Nada e alle pulizie.”

Da quella volta non ci parlammo più di tanto, giusto un Ciao, un come stai ogni tre giorni, un sorriso tutte le mattine mentre entrambi uscivamo dalle nostre abitazioni per andare a fare il nostro dovere, qualche sguardo sulla metropolitana – lui scendeva alla prima fermata, io alla terza – ma niente di più.

Una mattina il mio capo (l’assistente dell’assistente) mi disse che dovevo incontrare un discografico. Dovevo prenotare un’intervista che avremmo dovuto fare ad un nuovo talento di cui aveva appena prodotto l’album d’esordio. Il compito del mio capo, in questo caso, era quello di ascoltare l’album in anteprima, recensirlo ed intervistare l’artista. “Buongiorno, sono Emma, sono venuta per conto della redazione di New Music Energy.” “Salve, sono Antonio, sono l’assistente del discografico. Che ne dice se l’intervista la prenotiamo per martedì pomeriggio alle 16.00?” Controllai velocemente sull’agenda del caporedattore e fortunatamente era libero. “Va benissimo. La ringrazio. Ha anche la copia del disco?” “Ah, sì, giusto.” Me la porse. Cover accattivante ma semplice. “Perfetto. Allora aspettiamo lei o il suo capo e l’artista per martedì pomeriggio. Arrivederci.” “Okay. Arrivederci.”

Andai via dal bar felice e spensierata perché si trattava del primo compito semiserio che mi assegnavano. Fortunatamente la fermata era vicina e la camminata fu abbastanza corta. Mentre attendevo arrivasse la metropolitana vidi Stefano, sembrava essere tra le nuvole, ricciolute come i suoi capelli. Appena il nostro mezzo arrivò, entrammo dalla stessa parte. Mi sorrise e poi mi disse ciao, però in playback, neanche un filo di voce. Ed io feci lo stesso, tanto non mi sentiva. Mossi giusto le labbra e simulai quelle due sillabe. Mi sedetti nel primo posto libero che trovai, e ad un certo punto si avvicinò e mi chiese, sempre in playback, “posso?” e io simulai un “certo”. Sentivo la musica uscire da quegli auricolari. Ascoltava i Radiohead. Ottimi gusti, vicino. Senza accorgersene si mise a canticchiare High and Dry, e io cominciai a sorridere. La mia canzone preferita. Mi voltai verso il finestrino, e di tanto in tanto notai che guardava la mia immagine riflessa sul vetro. Arrossii un po’ e poi ripresi a far finta di niente. Quando scendemmo, si tolse le cuffie e mi rivolse la parola. “Come stai, Emma?” ”Stefano, Ciao di nuovo. Bene, bene. Tu?” “Anch’io. Sei di ritorno a casa?” “Purtroppo no, sto passando a ritirare un cappotto in tintoria poi filo dritta al lavoro. Tu?” “Per ora ho finito. Più tardi vado di nuovo in studio.” Pensai che lavorasse in uno studio dentistico perché i suoi erano i denti più bianchi che avessi mai visto. Spesso mi divertivo ad indovinare i mestieri altrui e Stefano per me era un simpatico igienista dentale. “Bene, bene. Allora buon pranzo e buon riposo.” Sorrise e poi mi ringraziò. Ci guardammo ancora una volta prima di separarci. Poi andai a prendere quel benedetto cappotto e ritornai alla ‘base’.

Appena rientrai, mi arrivò una chiamata dal padrone del bar per cui lavoravo. Una delle cameriere era a casa con la varicella, ed io, nuova cittadina di quest’immenso caos, necessitavo di denaro extra, qualora fosse possibile. Così, appena arrivai a casa, misi la mia divisa e corsi giù veloce. “Emma, mi dispiace per il poco preavviso, ma oggi è venerdì, serata pianobar, e vengono sempre molti clienti.” “Non si preoccupi, Signor Germano. Mi metto subito all’opera.” Presi qualche ordinazione, poi ad un certo punto, non accorgendomi che fossero già le 21.00 si abbassarono le luci. Stavo quasi per inciampare perciò decisi che era il caso di stare un attimo ferma. Per fortuna mi trovavo vicino al bancone e potei passare le ordinazioni a Michele, il mio simpatico collega fiorentino. Qualcuno cominciò a suonare il pianoforte. Era una canzone familiare, mi sembrava di conoscerla. Sì, era quella della pubblicità di una macchina, ora non ricordo bene quale. Ma era un brano bellissimo. Scordavo sempre di cercare il nome e questa forse era l’occasione giusta per scoprirla. Appena terminò, tutti, me compresa, cominciarono ad applaudire. Poi il musicista disse “Grazie. Sono Stefano e questa era Silent sleeping of a morning light.” Stefano, era Stefano, il mio vicino Stefano. “Ora vi presenterò la cover di Girl dei Beatles.” Di nuovo un applauso. Muoveva velocemente le sue dita delicate e sottili, e il suo polso era adornato da un bracciale nero. Sembrava uno di quei bracciali che preparavo per le mie amiche del cuore con il cotone grosso. Ad un tratto mi accorsi persino che era scalzo. Stefano. Bravissimo Stefano. Fece almeno altre due cover, e tra queste vi fu anche High and Dry. Da quel momento, ogni volta che pensavo a lui canticchiavo <<Don’t leave me high, don’t leave me dry… Don’t leave me high, don’t leave me dry.>> e sorridevo come una cretina. Stefano, che bravo Stefano. Poi mi resi conto che dovevo finirla. Quella sera rientrammo alla stessa ora, e mentre aprivamo ciascuno la porta della propria casa ci girammo e risalutammo. “Complimenti Stefano, sei bravissimo.” “Grazie… ma per cosa?” “La tua musica, Stefano. Sai… faccio la cameriera al bar qua sotto. Ti ho sentito suonare e cantare. Stavolta sono stata io a beccare te.” Ridemmo. “Oh, sì, osservavo la cameriera e mi dicevo ‘questa ragazza l’ho già vista’” “Ero io, ero io. Mamma mia, poi hai fatto High and Dry, è la mia canzone preferita.” Sorrise, imbarazzato e contento. Stavolta si grattò dietro la nuca. “Davvero? Mi fa piacere. I Radiohead mi piacciono tanto, poi trovavo che fosse nelle mie corde e quindi l’ho preparata tra ieri e oggi.” “Scelta azzeccata direi.” Sbadigliai, ero davvero sfinita. “Allora Stefano, ci vediamo presto okay?” “Sì. Buonanotte Emma.” “Buonanotte”. Non fu proprio una buonanotte perché mentre mi facevo la doccia scivolai sulla vasca e mi slogai la caviglia. Fortunatamente, avevo il telefono vicino e riuscii a chiamare la guardia medica. Fecero un po’ di baccano, tanto che Stefano, ancora in piedi, si accorse che qualcosa non andava ed entrò insieme a loro a casa mia. “Emma che ti è successo?” “Sono scivolata come un imbecille. E ora come faccio? Devo andare al bar di pomeriggio, sabato e domenica turno extra.” “Signorina, lei non andrà proprio da nessuna parte. La caviglia va fasciata e lei dovrà stare almeno una settimana a riposo.” Così dissero i medici. “Lei è il fidanzato?” “No… no. Sono il vicino di casa.” “Ecco, faccia un favore, si prenda cura di lei e controlli che non vada a lavorare in queste condizioni”. Dopo questo avvertimento al mio giovane vicino, Stefano mi rivolse la parola e mi chiese se volessi andare a casa sua. Davide non c’era e aveva scordato le chiavi. Io invece vivevo da sola, non avevo ancora trovato qualcuno che condividesse l’appartamento con me. Quindi mi aiutò ad arrivare al suo divano. Mi resi conto che rispetto a me era altissimo. Ci facemmo compagnia, e dopo tanti attimi di silenzio si sedette al pianoforte e cominciò a far rivivere Chopin, Ryuichi Sakamoto e il nostrano Einaudi. Mi rilassai talmente tanto che mi addormentai. Il mattino seguente, mi ritrovai con addosso un plaid con raffigurati dei gatti neri. Era soffice e profumava ancora di ammorbidente. Annusai meglio nell’aria, e c’era un buon profumo di saccottini riscaldati al micro-onde. Erano proprio loro, inconfondibili amici ripieni di nutella. Stefano me ne porse uno su un vassoio, accompagnato da una tazza di cappuccino e una zuccheriera colma di tempo da passare insieme.

Ancora oggi, quando mi ritrovo al bar e le luci si spengono, continuo a sentire quegli odori. E anche quando lui comincia a suonare il suo nuovo brano, penso a quella mattina e ai mille discorsi che cominciammo e non concludemmo. Ai giorni successivi, al mio incidente e ai suoi abbracci mentre guardavamo i film che avevamo in comune. Al bacio che mi diede quella sera stessa, così delicato che sembrava suonasse il pianoforte con le mie labbra. Ai suoi occhi gentili che si posavano sui miei, i quali, a poco a poco si rilassavano. A me, che parlavo da sola di fronte allo specchio del bagno di casa sua mentre lui si vestiva per andare alle prove con i suoi nuovi musicisti. E pensando a come vanno le cose oggi, mi balenano per la mente una serie di piccola cose speciali. La sua sveglia sul cellulare che spaventa Davide tutte le mattine, il quale, a sua volta, ci prende in giro per i nostri scherzi stupidi. Le mie lacrime di felicità ogni volta che lo vedo salire quei gradini con i piedi nudi, bianchi quasi quanto i suoi denti, e si presenta al pubblico ogni volta come se fosse la prima, perché qualche nuovo spettatore c’è sempre. Ma anche le sensazioni che provo quando lo osservo mentre se ne sta seduto da solo in mezzo al buio, con solo un riflettore attorno, ammaliante come quel suono armonico, quelle onde cerebrali che solo il tocco del suo pianoforte riesce a darmi. E ancora gli abbracci, i suoi sguardi specchiati sulla mia immagine riflessa nel vetro della metro, della finestra della cucina, nello specchio di camera mia, nei miei stessi occhi che ringraziano la vita per l’esistenza della musica.

Non importa quanto tu possa essere ricco, elegante o se tu sia fisicamente perfetto. Passeresti per essere invisibile, perché cretini come te che se la tirano ne vedo tanti, tutti i giorni. Vogliono tutti diventare delle star, sfondare, fingere di vivere di musica quando sono i primi a non ricordarsi le parole delle canzoni composte per loro da altri come Stefano, dotati di un vero talento e una buona passione senza essere mai stati notati. Persone così non le ho mai osservate e non le osserverei mai. Osserverei solo un ragazzo timido come il mio vicino di casa, come il mio adorato amico e amante, il quale mi riempie le giornate di sogni che prima non avevo, di sicurezze che prima non pensavo di poter vedere sul mio fisico imperfetto, pieno di cellulite, smagliature, le quali, quando lui mi osserva, spariscono. Perché ciò che più gli piace sono i miei occhi e i miei denti storti, le mie guance rosse, e i racconti sulla mia moleskine, compresi quelli con le descrizioni di noi due, vicini, mano nella mano ai concerti al circolo degli artisti, mentre fingiamo ogni volta di incontrarci e conoscerci per la prima volta, rivelando parti del nostro passato che ci saremo vergognati di raccontare a chiunque altro.