I have to stay here.

marzo 29, 2012

Erano le sei del mattino, ed era tempo di fare la sua passeggiata mattutina. Dopo una colazione a base di caffé e pane tostato con marmellata alle fragole, si mise la tuta e si diresse verso il vialetto che separava la sua abitazione e la spiaggia. Mise gli auricolari, e con la sua nuova fissazione musicale attraversò la strada. Quella mattina c’era un vento forte, ma ciò non lo scoraggiò né gli impedì di fare il suo solito giro. Ad un certo punto cominciò a vibrargli il telefono e poteva essere soltanto una persona. Si strinse la giacca con la mano sinistra, e con l’altra rispose alla chiamata.

<<Buongiorno Lucia. Mi risponderò da solo alle solite domande. Oggi non sono proprio di buon umore. Ho dormito male, e durante le poche ore in cui sono riuscito a sonnecchiare ho visto in sogno delle persone sgradevoli. Quando credo di essere sulla buona strada ecco cosa accade. Tu come stai?>>

<<Non c’è male. Dai, pensa che è stata soltanto una nottata difficile. Hai tutta una giornata per rimediare e per fingere di non ricordarti nulla. Ci vediamo alle 8 e 30 in ufficio, okay? Ricordati di portarmi il DVD di American Beauty. Te lo scordi sempre.>>

<<Va bene. Lo segno nell’agenda del telefono. Sei sola?>>

<<Non proprio Chris.>> Rise fragorosamente. Lui sorrise perché sapeva che ogni mattino, quando suo marito usciva di casa per andare a lavoro, arrivava suo figlio Luca ad abbracciarla e a dormire con lei. Sei anni e già tante storie inventate. Era talmente bravo che Christopher pensava già ad una sua imminente carriera come scrittore di favole per bambini, pubblicato esclusivamente dalla casa editrice di sua madre.

<<Dagli un bacio sulla fronte da parte mia. Continuo la mia passeggiata. A dopo.>>

Tolse la vibrazione e stavolta mise il cellulare nella tasca destra dei pantaloni. Era stravolto, stanco. Pensava di aver dimenticato ma ad un certo punto rivide nuovamente i suoi ricordi passargli davanti. Si fermò per un attimo, strinse forte gli occhi con l’intento di concentrarsi sulla musica e di andare avanti. “E’ proprio vero che quando ci si sveglia in malo modo poi la giornata si arricchisce di dettagli. Possono passare mesi, anni, ma quell’angoscia provata resta, seppur nascosta, nel nostro cuore. Mi definiscono uomo, ma spesso non mi sento come tale. Forse non mi sentirò come un adulto. Ogni volta che mi riprometto di fare la cosa giusta, non vedo altro che un nuovo errore. Quest’ultimo viene accompagnato da vecchi pensieri, che come degli amici pericolosi gli vanno vicino e lo inondano di botte. Sono andato via dal mio Paese per stare meglio, ed ora che sono stato ferito nella terra che con affetto mi ha adottato mi sento di nuovo perso. Per fare la cosa giusta, devo restare, vedere e sentire. Devo rattristarmi tutte le volte che la vedo, altrimenti non potrò raggiungere l’indifferenza, non potrò crescere come vorrei. Forse devo proprio sopportare per stare bene.”

A trenta minuti trascorsi da quel pensiero, la spiaggia cominciò ad affollarsi. A 4 km da casa sua tutte le mattine si svolgeva un raduno di donne e uomini di tutte le età. Facevano yoga. Cercavano di mettere d’accordo la propria mente con il proprio corpo attraverso un rilassamento totale del corpo e il richiamo alla spiritualità. Avevano dei volti sereni, sembrava quasi non avessero alcun tipo di problema. Incuriosito, Christopher tolse gli auricolari e si sedette nei dintorni per osservarli. Vigeva un perfetto silenzio in cui echeggiavano soltanto i respiri e il rumore delle onde che sbattevano nel bagnasciuga. Non si facevano intimidire nemmeno dal fischio di quel terribile vento. La pace dei loro sensi contrastava il maltempo e sembrava quasi lo facesse calmare. Le nuvole si distanziarono le une dalle altre e cominciò ad apparire un sole raggiante. Quel paesaggio che percorreva tutte le mattine non gli era mai parso così bello. Sembrava quasi diverso. “I posti non mutano, ma lo fanno le persone per loro. Se il punto in cui si sono posizionati per meditare era quello in cui passavo il mio tempo libero a parlare con Lei, ora ho la possibilità di cambiare quel ricordo e sostituirlo con uno nuovo.”

Erano ormai le sette. Tutti si alzarono e presero il proprio telo. Andarono ciascuno per la propria strada. Christopher si mise il cappuccio, si sdraiò e chiuse nuovamente gli occhi. Sentiva filtrare il sole sulla sua pelle, era come se vedesse il calore appropriarsi di lui. Di lì a poco si sarebbe rialzato per tornare a casa e andare a fare il suo dovere quotidiano. Aveva dei libri da leggere e correggere sulla scrivania del suo studio. Ma quei cinque minuti in più gli servivano per fingere che andasse tutto bene.

<<Dovresti aggiungerti al nostro gruppo, sai. Ti farebbe proprio bene.>>

Aprì gli occhi di soppiatto. C’era una donna, forse un po’ più giovane di lui, che lo fissava posizionata di lato.

<<Ho un aspetto terribile?>>

<<Più che terribile, sembra ti sia passata la morte sotto gli occhi.>>

Christopher sorrise e le domandò:<<Aiuta davvero stare in silenzio?>>

Cominciarono a parlare, senza fermarsi. Stava davvero creando un nuovo ricordo. Non si era mosso. Era stata un’altra presenza ad avvicinarsi a lui. Poteva cominciare a mettere da parte colei con la quale si svegliava la mattina e si riaddormentava la sera. Quella donna che non era poi stata così tanto donna. Era una bambina che in quel momento aveva bisogno di essere amata, che quando raggiunse il successo e mise via l’insicurezza non esitò ad andare via senza neanche ringraziarlo. Si era tormentato per ben 90 giorni, fingendo di non aver versato neanche una lacrima e interrogandosi sui suoi difetti invece di comprendere che doveva sbarazzarsi di quell’insensato senso di colpa.

Appena rientrò a casa, si prese il giorno libero e comincio a scrivere ciò che aveva appena imparato. “Il destino spesso aiuta a togliere i paletti che ciascuno di noi dispone tra sé e il proprio passato, quasi senza far rumore. Si sente solo un fruscio di sottofondo. Il rumore di un giradischi che ha terminato di farci ascoltare le tracce della nostra vita. Lottando contro noi stessi, ci rendiamo conto che passiamo le giornate andando, inconsapevolmente, alla costante ricerca di qualcuno che lo riposizioni e ci consenta di ascoltarlo da capo, per poterlo concepire ed interpretare in modo diverso. L’unica cosa da fare in questi momenti è abbracciare sé stessi come non siamo mai riusciti a farlo con qualcun altro. Dobbiamo ascoltarci un po’ di più, capire di non essere sempre nel torto. Bisogna gestire la propria mente e accettare ciò che la vita ci propone. Non si può sempre annegare nel dispiacere, tanto meno nella gioia. La rotta ci porta nella terra di mezzo, dove tutto comincia ad avere un senso. Rivedere fiorire il piacere per noi stessi in modo progressivo ma cauto, ricominciare ad ascoltare i suggerimenti della mente e applicarli in modo istintivo sono solo l’inizio del nostro percorso di restaurazione. Ho conosciuto una persona stamattina e tra poco andrò a pranzo con lei. Ascoltare le sue parole, la sua storia, mi hanno fatto capire che sono meno solo di quanto pensassi. Perché dobbiamo aspettarci qualcosa dal futuro se non lavoriamo per noi stessi nel presente? L’unica soluzione per il momento è stare qui, muoverci prima stando al nostro posto e poi correre per altre corsie. Non c’è una via d’uscita se non quella di stare nello stesso posto in cui ci siamo feriti, perché abbiamo tutto il diritto di chiedere in cambio al cielo di essere curati.”

When I was inspired…

marzo 24, 2012

In memoria dei tempi in cui l’ispirazione mi faceva tanta compagnia, pubblico nel blog questo racconto che avevo realizzato tempo fa sulla base di un racconto di Cechov.

The Black Lady

Ritmo incalzante. I riflettori puntati al centro del palco. Una ballerina si muoveva su una musica macinata da un giovane pianista. Ne aveva visto tante esibirsi in quel pianobar, ma la donna dal volto coperto e dai passi di un delicato velluto, difficilmente poteva essere dimenticata. Gioco di piedi, in una moltitudine di secondi confusi che portavano lo spettatore a credere di trovarsi in una dimensione temporale quasi inesistente, dinnanzi all’essenza di quell’immagine. Trasparivano solo dei ricci lunghi e castani che la accarezzavano sino a metà schiena. Era fasciata da un abito di seta nera,  che rinforzava la sua muscolatura, quasi volesse sottolineare la forza del suo corpo nel trasformare quelle note in una catena di emozioni. Sensazioni così vive che il pianista Charles Morris designò la mora danzatrice come il più bel ricordo della sua carriera, della sua intera vita.

 

Nessuno gli aveva mai chiesto prima chi fosse la black lady che aveva dato il nome al suo brano più celebre. Tranne Ella, la ragazzina indiana di cui lui decise di occuparsi cinque anni fa. Le era stato assegnato per casa un racconto e l’unica cosa da fare, una volta arrivata a casa, fu chiudere gli occhi e guardare oltre il buio. Per trovare l’ispirazione mise il vinile di Charles, che la spinse ad interrogarsi su una serie di immagini sparse che le passavano per la mente. Alcuni di questi scatti luminosi si sarebbero poi messi d’accordo con la penna che impugnava, per trovare le parole atte a descrivere una realtà diversa, desiderata, sognata.

 

Cominciò a descrivere un prato fiorito immerso in una piena giornata di sole primaverile. Con Black Lady l’immagine di una donna che correva al centro del prato e cominciava a danzare e  roteare. Veloce, lento, veloce, un giocoso crescendo che poi la portò a lasciarsi stravolgere da quell’uomo che ostinatamente la osservava. Al termine della canzone la sua immaginazione si bloccò. Così ripeté l’ascolto del brano con un volume più cauto, e porse subito a Charles delle domande che lo spinsero a raccontare la sua storia.

 

<<Ella, mettiti comoda e prendi carta e penna. E’ giunto il momento di raccontarti la mia storia.   Avevo soli ventidue anni, e ormai congedato dall’esercito, facevo tutti i lavori che gli amici di mio padre mi offrivano. Prima barista, poi commesso e cameriere. Il tutto nell’arco di una sola giornata. Allora era difficile anche solo avere del denaro per un po’ di pane, dell’acqua e un quotidiano. Mio padre faceva il pescatore a Liverpool, non lo vedevo quasi mai, perciò la mia solitudine una volta tornato a casa veniva occupata dal mio pianoforte. La nonna mi aveva insegnato la tecnica, le strade mi avevano regalato delle storie da impiegare, le mie dita giocavano con delle parole che andavano a far recepire il mio messaggio al mondo. Cominciai a comporre qualche brano riuscendo a formare una scaletta. Una volta perfezionato lo stile, feci domanda in tutti i pianobar del centro. Mi sentivo un cantastorie che voleva dar colore agli ambienti cupi in cui i lavoratori inglesi andavano a bersi la loro birra preferita, dopo un’estenuante giornata di lavoro. La mia e la loro valvola di sfogo. Relax e riflessione, era questo il miscuglio di emozioni che volevo suscitare loro. Poi finalmente arrivò una risposta: il pianobar del Signor Thompson. Te lo ricordi? Quel signore paffutello, con i baffi, che veniva sempre a trovarci. Ecco. Da quel momento cominciai quella che ormai posso definire dopo lunghi anni “la mia più importante avventura musicale”, soprattutto a partire dal momento in cui le mie musiche furono assaggiate da quel corpo, da quell’anima danzante. La donna in nero, la donna mascherata, la donna del mistero e della notte che ci accompagnava.

 

Arrivava sempre a metà concerto. Poggiava le scarpe accanto all’ingresso e a piedi nudi raggiungeva il palcoscenico. La prima volta che la vidi portava una maschera bianca. Aveva un fisico semplice e composto, una lunga treccia e un altro particolare che la caratterizzava era dato da dei bracciali colorati da gitana, che accompagnavano il sound che promuoveva il mio piano.

 

Tutte le notti, una volta terminata la sua canzone preferita, correva verso l’uscita continuando a simulare una danza. Lasciava il suo profumo, un aroma intenso che la distingueva da qualsiasi altra creatura all’interno di quella sala.

 

La sognavo tutte le notti e ancora oggi è un ricordo vivido nella mia mente. Neanche la distanza mi separa dall’idea che ho sempre avuto di lei.

 

Una sera mi aspettò fuori dal locale. Quel giorno portava solo una metà del viso scoperta. Potevo vedere le sue labbra scure e carnose e la sua pelle ambrata e luminosa. Mi parlò attraverso un biglietto. Mi fece i suoi complimenti, dicendomi di avere talento, che mai nessuno avrebbe saputo accompagnare le sue coreografie come facevo io. Una volta letto, mi sentì il calore salire sulle gote ma lei era già andata via, trascinata da quella nottata di vento.

 

La sera successiva suonai i soliti brani della scaletta più due pezzi nuovi che avevo preparato la mattina. Volevo farle una sorpresa, perché uno di questi brani era quello che più apparteneva all’alchimia che si era formata tra noi. Era come se in quel posto ci fossimo solo io e lei. I passi felpati e la musica, a riempire i nostri cuori.

 

Non si presentò al pianobar per due settimane, suscitando in me uno strano vuoto. Non mi sarebbe mai passato per la mente che una donna con cui avevo a malapena parlato tramite un bigliettino potesse mancarmi così tanto. Appena uscito dal lavoro mi ritrovai a cercarla fuori disperatamente. Era la mia musa, vivevo una certa passione per lei, inspecificabile e non classificabile. Ormai stanco di camminare, mi sedetti sulla panchina del parco che sta affianco a casa nostra. Ad un tratto sentii il fruscio di piccoli pezzi di metallo in movimento che furono poi interrotti da un brusco silenzio. Scorgeva un’ombra sull’asfalto e non feci in tempo ad inseguirla che era già svanita. Così tornai a casa e mi addormentai di soppiatto. La sognai e scrissi una seconda canzone, ma sulla sua assenza. Una sola base musicale con una voce assente, un assaggio di malinconia e un pizzico della speranza che conservavo di poterla rivedere, ancora una volta.

 

L’indomani mi accorsi che nel pubblico c’era una nuova spettatrice. Una donna in tailleur, con i capelli raccolti in uno chignon. Stava parlando con un signore che tentava di corteggiarla forgiando un inglese masticato. Sembrava ascoltarlo, prestandogli una minima attenzione, ma continuavo a sentire il suo sguardo poggiarsi su di me. Era un volto famigliare, una presenza già sentita. Ma ancora non mi diceva niente, come quando per strada ti trovi dinnanzi una persona che ti hanno già presentato, ma in quel momento sfugge dai tuoi ricordi. Durante l’esecuzione di Black Lady la vidi allontanarsi. Sorpresi il pubblico abbandonando la mia postazione e la inseguì. Il battito del cuore aumentava con il crescere dei passi che mi distanziavano da lei. Curiosità mista a frustrazione e il cuore che esplodeva. Ad un tratto si fermò. Rimase di spalle il tempo necessario per raggiungerla, per prendere la mia mano e continuare a passeggiare sotto il dominio di una notte senza fine. Ogni volta che provavo ad aprire bocca mi zittiva. Lo fece sino a quando non mi invitò ad entrare nella sua villa.

 

Quel signore che sedeva affianco a lei nel pianobar era l’uomo che aveva pagato per averla con sé. Chiarì subito che non era una prostituta, ma la sua bellezza indescrivibile convinse lo straniero a stipulare un accordo con i suoi genitori. Aveva pagato per dare agli altri l’immagine di essere un uomo fortunato oltre che ricco, e questo poteva pure ingannare gli altri ma ciò che potevo dedurre dalle lacrime appena riprodotte sul viso di questa donna andava controcorrente, al di là di  ogni possibile travestimento. Il suo compagno aveva scoperto il suo rifugio quotidiano e le aveva vietato tassativamente di venire al pianobar, eccetto nel caso in cui uscisse con lui. Doveva indossare necessariamente solo gli abiti che lui acquistava per lei, e parlare solo quando lui glielo concedeva. Una donna d’immagine, che non poteva esprimere alcuna idea o opinione. Una donna privata della libertà di essere una persona. Solo un’icona di bellezza. Non poteva più danzare e a questo punto nemmeno sorridere e meritare un po’ di felicità.

 

Presi l’abitudine di andare a trovarla quando suo marito non c’era, cercando di non lasciare le mie tracce. Ci innamorammo clandestinamente, ci facemmo travolgere dal palco che noi stessi avevamo costruito. Trovai il modo di farla esibire in altri locali, sino a quando non mi accorsi dei suoi dolori all’addome. Continuava comunque a ballare, nonostante cercassi di fermarla. La portai dal dottore e scoprì che aspettava un bambino.>>

 

Ella, incuriosita, cercò di capire se quella donna di cui parlava fosse sua madre e se Charles fosse il  padre biologico. Nutrì da sempre il desiderio di scoprirlo.
Era stata abbandonata da sua madre, una donna problematica che soffriva di depressione, quando aveva soli dieci anni. Non riusciva più ad andare avanti e, malgrado la presenza di sua figlia, si sentiva sola e annullò l’idea di avere una compagnia preziosa. Ella, nonostante la tenera età, si prendeva cura di lei e aiutava le zie nelle faccende domestiche per racimolare qualche paghetta e poter comprare le medicine per sua madre. Era una donna bellissima e anche lei, come la black lady, aveva una forte passione per la musica e parlava tanto di un uomo che cambiò la sua vita durante la gioventù. Tutto combaciava in quell’oasi emotiva fino ad allora inscenata.

 

<<Ma quindi si tratta di mia madre? Vuoi dirmi tutto questo per rivelarmi, solo oggi, dopo cinque anni, che io e te abbiamo amato diversamente la stessa donna e ci siamo presi cura di lei? E soprattutto… mi stai dicendo che sei mio padre?>>

 

Charles sorrise. Sembrava indossare la maschera dell’aspra verità, ma spiazzò la piccola Ella terminando il racconto.

 

<<Mi piacerebbe farti credere che si tratta di tua madre, ma di una di queste donne porto solo il ricordo ed un fardello troppo pesante mentre dell’altra non ho più avuto notizie.

 

La black lady si chiamava Jasmine, come te era indiana ed aveva due sorelle, Sureny e Shanika. Purtroppo Jasmine morì prima di poter partorire. Non si capacitava dell’idea che dentro di sé si stesse formando una nuova vita. Non poteva sopportare il fatto che quei dolori all’addome le impedissero di esprimere la propria libertà. Prima della visita medica aveva pensato al peggio, ad un tumore in quella stessa zona del corpo. Non aveva mai riflettuto sull’idea di diventare madre un giorno, e morì in un momento della sua vita in cui non aveva nemmeno avuto il tempo di concepire cosa potesse essere la morte, cosa significasse non vivere più. E nemmeno io ebbi il tempo di abituarmi all’idea che lei potesse svanire così in fretta, quasi fossimo stati protagonisti di un brevissimo sogno. Ma era la realtà e dovevo abituarmici.

 

Lo straniero, dopo la morte di Jasmine, andò in India per parlare nuovamente con i suoi genitori. Voleva un’altra donna, alla svelta, altrimenti gli abitanti della città si sarebbero presto resi conto della sua assenza. Scelse quella che più le somigliava, Shanika, una donna fragile, vulnerabile, che aveva sofferto moltissimo a causa dell’allontanamento di Jasmine dalla loro terra.

 

Il cammino della sua sofferenza continuò per lungo tempo. In Inghilterra la vita era difficile, non riusciva a parlare con nessuno. Quando la vidi credevo di aver visto un fantasma. Te lo giuro, portava gli stessi vestiti di Jasmine e quei famosi bracciali.

 

Ma un giorno Shanika venne a farmi visita. Mi raccontò la sua storia in India e di come era arrivata qui. In particolare mi spiegò come aveva scoperto il mio indirizzo. Jasmine aveva un diario di viaggio, e lo definiva come tale perché non era mai riuscita a sentire l’Inghilterra come sua terra madre, benché vi permanesse da tanti anni. Voleva tornare in India, dai genitori e dalle sorelle, in particolare da Sureny, sua sorella minore. Le aveva fatto da madre, da sorella e da amica. Non sopportava l’idea di abbandonarla, ma i genitori, abbastanza poveri, dovettero concederla a quell’uomo in cambio di denaro. Jasmine visse un’esistenza infelice sino a quando non conobbe me e la mia musica, che la aiutavano a continuare a sperare anche solo in un piccolo attimo di serenità. Ero l’uomo che l’aveva segnata, le aveva dato speranza, amore e giornate diverse. Ero un giovane romantico, e avevo da sempre sperato di incontrare una donna come lei, che potesse farmi sentire pieno. Shanika mi confidò che aspettava anche lei un figlio, ed aveva paura di morire come era successo in precedenza a sua sorella. La guidai verso il dottore più bravo che conoscessi, e riuscì a vivere una gravidanza controllata e tranquilla.
Così nascesti tu, Ella.

La aiutai a scappare dall’Inghilterra agli Stati Uniti grazie ad una nave che trasportava merci. Non si fece più chiamare Shanika, ma Nina, il nome con cui la chiamava Jasmine quando erano piccole. Tuo padre invece, quell’uomo ricco e insensato, è morto qualche anno fa di vecchiaia. Io sono semplicemente quello che puoi definire tuo zio. Sono l’uomo che promise a tua madre di prendersi cura di te qualora lei se ne fosse andata. Sono la persona che ha deciso di dedicarti l’ultimo brano della sua carriera, in memoria degli anni che mi hai regalato e dei ricordi che ti hanno preceduta.>>