aprile 11, 2013

Puoi vedere i suoi piccoli piedi picchiettare sulle mattonelle di un marciapiede costruito almeno dieci anni prima. Le sue scarpe luminose, composte da diamantini gialli e azzurri, illuminano i suoi passi perché i riflessi del sole la seguono nella sua lunga camminata. All’inizio ti senti un attimo disorientato. Prima di sollevare lo sguardo un po’ più su, ti volti nel tuo lato destro e noti un bellissimo muro, lungo forse cento passi. E’ colorato, stilizzato con tanti omini. Qualcuno di essi si tiene per mano, qualcun altro regge un cuore. Ti volti di nuovo, ecco sì, proprio lì davanti a te. E allora continui ad osservare le sue gambe. Collant un po’ strappati e il pizzo nero di un vestito. Sei ancora confuso, quindi guardi di nuovo attorno a te. Stavolta alla tua sinistra. C’è una donna che porta un taglio particolare di capelli. Corti ai lati e un bel ciuffone biondo platino davanti. Dici a te stesso: “No, non può essere.” Porta anche un orecchino pendente a forma di croce. Sembra tutto andare a rallentatore. Guardi nuovamente dinnanzi a te. Lo sguardo si spinge un po’ più in su, e si affaccia sulla parte bassa del vestito. Scorgi piccola frutta colorata immersa nello spazio nero del tessuto che lo stilista ha scelto per sottolinearla. Stavolta non ti volti né a destra, né a sinistra. Però puoi sentire l’eco di Shadowplay dei Joy Division. <<To the centre of the city where all roads meet, waiting for you. To the depths of the ocean where all hopes sank, searching for you. I was moving through the silence without motion, waiting for you. I a room with a window in the corner I found truth.>> Vai avanti. Gli occhi si arrampicano alla cintura del vestito. Un ragazzo mentre cammina non si accorge che sta per andarmi addosso e mi chiede scusa. Lo guardo negli occhi e poi osservo la sua maglietta. The Smiths. Vado avanti e allora vedo le punte dei capelli rossicci di quella ragazza. Porta anche una bellissima pashmina. Probabilmente Vivienne Westwood mi son detto. Ora vedo anche il suo sorriso, ha dei denti bellissimi. Dritti, bianchi, perfetti. Le sue ciglia lunghe e nere mi accompagnano un po’ più su e vedo anche i suoi occhi grandi e verdi. Le sue sopraciglia sono ben delineate, un po’ scure ma perfette per fare da contrasto al suo sguardo luminoso e deciso. Si ferma davanti a me, mi da un abbraccio stretto. Chloe. Chloe è il suo nome. Io sono semplicemente un ragazzo, un amico. Il suo migliore amico.

Eravamo molto giovani. Spensierati. New York era molto bella in quel periodo, sai? Uscivamo di nascosto, io vivevo nell’Upper – East side e lei nei dintorni di Broadway. Sua madre era una nota attrice di teatro. La mia? Una noiosa dottoressa. Voi vi chiederete perché non ci credo. Perché non credo a ciò che vedo. La verità è che ho quarant’anni. E lei sembra così giovane. Come quando avevamo diciassette anni. Ad un certo punto, dopo averla presa a braccetto, mi volto e vedo il mio viso riflesso nel finestrino di un auto. Sgrano i miei occhi e mi rendo conto che anch’io ho lo stesso aspetto che avevo nel 1984. Mi sento un po’ nervoso a dir la verità. Quindi significa che devo di nuovo affrontare tutto. Devo affrontare di nuovo la fine della mia adolescenza, i miei cambiamenti più significativi. L’accettazione del mio modo d’essere. La mia passione per la street art, il fatto che un giorno voglio diventare un giornalista musicale e vestire alla moda grazie ai miei futuri guadagni. Accettare il fatto che adoro le ragazze ma la stessa cosa vale anche per i ragazzi. Specialmente quest’ultima. E poi incontrare il mio fidanzato durante un giorno di pioggia estivo. Chiedergli di sposarmi, scappare via di casa. Andare a vivere con lui a soli vent’anni. Avere un infarto nei miei trenta, aspettare il suo sì sino ai miei trentacinque per poi venire scaricato per un cantante da quattro soldi il quale non sapevo sarebbe poi diventato famoso. E poi? E poi incontrare una donna, sposarmici, avere una bambina con lei. E poi tradirla con il suo migliore amico gay, tutt’ora mio compagno di vita.

Il fatto è che. Beh, sono in ospedale. Qualcuno mi ha aggredito per derubarmi. Mi ha sparato qui, intorno al fegato. E sono in bilico tra la vita e la morte. Da una parte ne sono cosciente, dall’altra vedo tutta la vita che ho trascorso sino ad ora passarmi davanti.

Mi trovavo a Manhattan, dovevo prendere la mia bambina a scuola. La mia piccola. Mi ha aspettato per ore e non sapeva che il suo papà non sarebbe riuscito a prenderla quel giorno. Mi sono sentito male anche per quello quando ho ripreso i sensi. Stavo davvero male. Mia madre si dimenticò di me quand’ero piccolo. Aspettavo, aspettavo. Dovevo recitare la parte di un pianeta per lo show di fine anno. Ma lei non c’era. Prima i suoi pazienti e poi suo figlio. Papà? Papà non c’era. In realtà non so nemmeno chi sia mio padre. Ho sempre e solo conosciuto mia madre e i suoi innumerevoli fidanzati. La lasciavano e lei poi veniva e ancora viene sempre a piangere da me.

Per fortuna qualcuno ha avvertito la mamma della mia dolce bambina in tempo, così è andata a prenderla e sono corse in ospedale. Ora si trovano proprio davanti a me. Chloe e mia figlia Rebecca mi stanno guardando. Sarai sorpreso di sapere che mi sono sposato proprio con lei dopo che il mio fidanzato mi lasciò a metà dei primi anni duemila. E’ lei che ho rincontrato dopo tanti anni, è lei che mi ha consolato e mi ha amato. Aveva da sempre una cotta per me, e soffrì molto quando mi allontanai dal nostro piccolo mondo sofisticato. E poi, il 27 Marzo 2004, riconobbi i suoi ricci, ora neri, e i suoi occhi, sempre verdissimi. E’ durata poco, sapete? Però è stato intenso e ora senza di loro non potrei nemmeno essere un padre. Lei aveva rimpiazzato la mia figura con un ragazzo italiano, Domenico. Un tipo in gamba, un professore di italiano ma anche uno scrittore di libri gialli per ragazzi. Aveva sbagliato a presentarmelo. Non per altro: me ne sono innamorato. A quest’ora probabilmente saremmo ancora una famigliola felice. Però lei insistette. Doveva invitare lui e il suo ragazzo di allora. Non eravamo molto felici in quel momento della nostra storia. E quell’uomo mi guardava nello stesso modo in cui lo osservavo io. Eravamo incuriositi l’uno dall’altro. Così, dato che Chloe insistette per farci diventare amici, uscimmo quasi tutti i giorni per portare i cani a fare lunghe passeggiate. Tempo un mese e ci mettemmo insieme.

Eccolo. E’ appena arrivato. Mi ha appena baciato la fronte. Chloe ormai quando ci vede mostra un sorriso smagliante. Si è risposata, comunque. Ho trovato anch’io qualcuno per lei. Dovevo sdebitarmi in qualche modo.

Sono veramente debole. Questi antidolorifici mi fanno pensare un po’ troppo, immaginare all’eccesso, ricordare sino allo sfinimento. Ma pensavo di morire. Quindi cosa pretendo? Ma è meraviglioso che vi siate interessati a me. E vi ringrazio per avermi ascoltato. Spero però non ci sia una prossima volta. Non così vicina perlomeno. Se devo rivedere tutto ciò che è accaduto durante la mia vita voglio passino almeno altrie ventanni. E poi diciamoci la verità, ho bisogno di un altro po’ di tempo per raccontarvi le mie prossime disavventure.

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luglio 17, 2012

Le luci del bar sono ormai state già spente. Mi trovo già lì in attesa che cominci il mio spettacolo preferito. Si tratta di un’esperienza nuova, una scossa gentile nel mio leggero vivere quotidiano. Mi sono trasferita in questa città da poco tempo ma vedo già il chiarore della vita rinascere sul mio viso.

Non vedevo quel sorriso dall’infanzia. Non sentivo le palpebre rilassarsi dal tempo dei limoni. Non vedevo qualcuno di nuovo affezionarsi a me da anni ormai. Pensavo di trovarmi sola in questo posto che conta il numero degli abitanti del mio piccolo paesino moltiplicato per trenta circa. Eppure, quando mi dissero che c’era un posto per me in quella piccola redazione a Roma, in centro, aspettai un po’ prima di dire di sì, prima di dirlo ai miei, ai miei fratelli, ai miei amici, al mio relatore. Credevo che non avrei mai messo quella coroncina di alloro sulla mia testa, non sarei dimagrita di qualche chilo, non avrei mai indossato quel bellissimo abito azzurro a fiori. Eppure c’ero riuscita, e rimasi per un po’ di tempo incredula quando mi resi conto che stavo per andare via e abbandonare tutto ciò che avevo sempre conosciuto. Conoscere qualcosa significa anche averne dimestichezza, sentirsi a proprio agio, non aver paura, andare avanti con i propri passi, sentirsi liberi di camminare anche da soli. Stavolta dovevo prendere un aereo da sola, cercare un appartamento da sola, andare a vivere da sola, piangere e ridere da sola, perché sino ad installare una buona connessione internet sarebbero passati due mesi e il telefono anche se squillava restava in quell’angolo disperso del tavolino della mia nuova camera da letto. Avevo tanto da fare, tanto da scrivere nella mia moleskine, tanto da disfare e rimettere in quei cassetti che sapevano di nuovo. Anche io sapevo di nuovo, e per l’occasione decisi anche di acquistare un nuovo profumo portafortuna che mi avrebbe fatto compagnia sino all’incontro di nuove fragranze, quella degli altri umani.

Cominciai con l’inserire una bella app per il mio telefono, una specie di google map che mi aiutasse a capire quale tragitto dovessi fare tutti i giorni sino al palazzo azzurro e nero in cui dovevo vivere gran parte delle mie giornate a fare ricerche e a compilare delle scartoffie per gli assistenti del capo-redattore. Immaginatevi cosa devo dire tutte le volte che mi chiedono di cosa mi occupo al lavoro. “Sono l’assistente dell’assistente del capo-redattore.” “E…quindi?” “E quindi compilo dei moduli, invio fax, e porto caffè, cappuccini, bistecche ed insalate per pranzo a tutti. Insomma faccio un po’ di tutto.” “E perché non scrivi?” “Perché non ho mai lavorato in vita mia, perché devo imparare prima a rimboccarmi le maniche e capire cosa c’è sotto un giornale prima di scriverci sopra.” “Ah… capisco.” La verità è che non capivano un emerito cazzo. A me piaceva il nuovo lavoro. Cinquecento euro al mese non erano poi così tanti, però ero veramente felice di essere per la prima volta padrona della mia vita, di girare libera senza vincoli di tempo o di luogo, di rendere conto solo e soltanto a me stessa di quanto spendevo – anche perché non mi limitavo solo al lavoro in redazione, facevo anche la cameriera il fine settimana nel bar sotto casa – di quando svolgevo le mansioni domestiche o cantavo a squarciagola perché le urla non servono a niente quando si è nervosi, ma cantare è lecito e divertente, oltre che rilassante.

Una sera proprio mentre cantavo Ma che freddo fa di Nada, bussano alla mia porta. Non me n’ero proprio accorta, e infatti continuavo a cantare noncurante degli inquilini che abitavano accanto o sotto, o sopra. La porta era socchiusa, e ad un certo punto mi misi persino a ballare con il mocio vileda sino a quando non mi accorsi di una seconda voce divertita che mi accompagnava, e smisi di cantare di tutto punto. Era un giovanotto con i capelli corti castani, gli occhi altrettanto scuri, molto alto, lentigginoso, che se la rideva come un matto perché la sottoscritta non era abituata a chiudere la porta a chiave. “Oddio, scusami… cioè… non è mia abitudine fare queste cose…” Grossa bugia, ero abituata eccome. Quando vivevo con i miei inscenavo delle vere e proprie performance. Lui rise tra sé e sé e dopo un sorriso protratto per più di venti secondi mi domandò se stavo bene. No, affatto. Non stavo bene. “Sì, va tutto alla perfezione. Grazie! Ma… tu chi saresti?” “Sono Stefano, abito nell’appartamento di fronte.” Che scena bizzarra. Uno sconosciuto, probabilmente mio coetaneo, che si metteva a cantare con me dal nulla. “Io sono Emma.” Rimanemmo un po’ in silenzio. Lui non faceva che toccarsi i capelli, era imbarazzatissimo, ed io non ero da meno. “Allora, io vado. Di qualsiasi cosa tu abbia bisogno suona, sia io che Davide, il mio coinquilino, siamo a disposizione. La signora che vive accanto a te ha novant’anni, quindi non ti conviene fare affidamento su di lei.” Scoppiammo in una fragorosa risata. “Eh, in effetti. Grazie Stefano.” “Figurati, Emma. Ti lascio a Nada e alle pulizie.”

Da quella volta non ci parlammo più di tanto, giusto un Ciao, un come stai ogni tre giorni, un sorriso tutte le mattine mentre entrambi uscivamo dalle nostre abitazioni per andare a fare il nostro dovere, qualche sguardo sulla metropolitana – lui scendeva alla prima fermata, io alla terza – ma niente di più.

Una mattina il mio capo (l’assistente dell’assistente) mi disse che dovevo incontrare un discografico. Dovevo prenotare un’intervista che avremmo dovuto fare ad un nuovo talento di cui aveva appena prodotto l’album d’esordio. Il compito del mio capo, in questo caso, era quello di ascoltare l’album in anteprima, recensirlo ed intervistare l’artista. “Buongiorno, sono Emma, sono venuta per conto della redazione di New Music Energy.” “Salve, sono Antonio, sono l’assistente del discografico. Che ne dice se l’intervista la prenotiamo per martedì pomeriggio alle 16.00?” Controllai velocemente sull’agenda del caporedattore e fortunatamente era libero. “Va benissimo. La ringrazio. Ha anche la copia del disco?” “Ah, sì, giusto.” Me la porse. Cover accattivante ma semplice. “Perfetto. Allora aspettiamo lei o il suo capo e l’artista per martedì pomeriggio. Arrivederci.” “Okay. Arrivederci.”

Andai via dal bar felice e spensierata perché si trattava del primo compito semiserio che mi assegnavano. Fortunatamente la fermata era vicina e la camminata fu abbastanza corta. Mentre attendevo arrivasse la metropolitana vidi Stefano, sembrava essere tra le nuvole, ricciolute come i suoi capelli. Appena il nostro mezzo arrivò, entrammo dalla stessa parte. Mi sorrise e poi mi disse ciao, però in playback, neanche un filo di voce. Ed io feci lo stesso, tanto non mi sentiva. Mossi giusto le labbra e simulai quelle due sillabe. Mi sedetti nel primo posto libero che trovai, e ad un certo punto si avvicinò e mi chiese, sempre in playback, “posso?” e io simulai un “certo”. Sentivo la musica uscire da quegli auricolari. Ascoltava i Radiohead. Ottimi gusti, vicino. Senza accorgersene si mise a canticchiare High and Dry, e io cominciai a sorridere. La mia canzone preferita. Mi voltai verso il finestrino, e di tanto in tanto notai che guardava la mia immagine riflessa sul vetro. Arrossii un po’ e poi ripresi a far finta di niente. Quando scendemmo, si tolse le cuffie e mi rivolse la parola. “Come stai, Emma?” ”Stefano, Ciao di nuovo. Bene, bene. Tu?” “Anch’io. Sei di ritorno a casa?” “Purtroppo no, sto passando a ritirare un cappotto in tintoria poi filo dritta al lavoro. Tu?” “Per ora ho finito. Più tardi vado di nuovo in studio.” Pensai che lavorasse in uno studio dentistico perché i suoi erano i denti più bianchi che avessi mai visto. Spesso mi divertivo ad indovinare i mestieri altrui e Stefano per me era un simpatico igienista dentale. “Bene, bene. Allora buon pranzo e buon riposo.” Sorrise e poi mi ringraziò. Ci guardammo ancora una volta prima di separarci. Poi andai a prendere quel benedetto cappotto e ritornai alla ‘base’.

Appena rientrai, mi arrivò una chiamata dal padrone del bar per cui lavoravo. Una delle cameriere era a casa con la varicella, ed io, nuova cittadina di quest’immenso caos, necessitavo di denaro extra, qualora fosse possibile. Così, appena arrivai a casa, misi la mia divisa e corsi giù veloce. “Emma, mi dispiace per il poco preavviso, ma oggi è venerdì, serata pianobar, e vengono sempre molti clienti.” “Non si preoccupi, Signor Germano. Mi metto subito all’opera.” Presi qualche ordinazione, poi ad un certo punto, non accorgendomi che fossero già le 21.00 si abbassarono le luci. Stavo quasi per inciampare perciò decisi che era il caso di stare un attimo ferma. Per fortuna mi trovavo vicino al bancone e potei passare le ordinazioni a Michele, il mio simpatico collega fiorentino. Qualcuno cominciò a suonare il pianoforte. Era una canzone familiare, mi sembrava di conoscerla. Sì, era quella della pubblicità di una macchina, ora non ricordo bene quale. Ma era un brano bellissimo. Scordavo sempre di cercare il nome e questa forse era l’occasione giusta per scoprirla. Appena terminò, tutti, me compresa, cominciarono ad applaudire. Poi il musicista disse “Grazie. Sono Stefano e questa era Silent sleeping of a morning light.” Stefano, era Stefano, il mio vicino Stefano. “Ora vi presenterò la cover di Girl dei Beatles.” Di nuovo un applauso. Muoveva velocemente le sue dita delicate e sottili, e il suo polso era adornato da un bracciale nero. Sembrava uno di quei bracciali che preparavo per le mie amiche del cuore con il cotone grosso. Ad un tratto mi accorsi persino che era scalzo. Stefano. Bravissimo Stefano. Fece almeno altre due cover, e tra queste vi fu anche High and Dry. Da quel momento, ogni volta che pensavo a lui canticchiavo <<Don’t leave me high, don’t leave me dry… Don’t leave me high, don’t leave me dry.>> e sorridevo come una cretina. Stefano, che bravo Stefano. Poi mi resi conto che dovevo finirla. Quella sera rientrammo alla stessa ora, e mentre aprivamo ciascuno la porta della propria casa ci girammo e risalutammo. “Complimenti Stefano, sei bravissimo.” “Grazie… ma per cosa?” “La tua musica, Stefano. Sai… faccio la cameriera al bar qua sotto. Ti ho sentito suonare e cantare. Stavolta sono stata io a beccare te.” Ridemmo. “Oh, sì, osservavo la cameriera e mi dicevo ‘questa ragazza l’ho già vista’” “Ero io, ero io. Mamma mia, poi hai fatto High and Dry, è la mia canzone preferita.” Sorrise, imbarazzato e contento. Stavolta si grattò dietro la nuca. “Davvero? Mi fa piacere. I Radiohead mi piacciono tanto, poi trovavo che fosse nelle mie corde e quindi l’ho preparata tra ieri e oggi.” “Scelta azzeccata direi.” Sbadigliai, ero davvero sfinita. “Allora Stefano, ci vediamo presto okay?” “Sì. Buonanotte Emma.” “Buonanotte”. Non fu proprio una buonanotte perché mentre mi facevo la doccia scivolai sulla vasca e mi slogai la caviglia. Fortunatamente, avevo il telefono vicino e riuscii a chiamare la guardia medica. Fecero un po’ di baccano, tanto che Stefano, ancora in piedi, si accorse che qualcosa non andava ed entrò insieme a loro a casa mia. “Emma che ti è successo?” “Sono scivolata come un imbecille. E ora come faccio? Devo andare al bar di pomeriggio, sabato e domenica turno extra.” “Signorina, lei non andrà proprio da nessuna parte. La caviglia va fasciata e lei dovrà stare almeno una settimana a riposo.” Così dissero i medici. “Lei è il fidanzato?” “No… no. Sono il vicino di casa.” “Ecco, faccia un favore, si prenda cura di lei e controlli che non vada a lavorare in queste condizioni”. Dopo questo avvertimento al mio giovane vicino, Stefano mi rivolse la parola e mi chiese se volessi andare a casa sua. Davide non c’era e aveva scordato le chiavi. Io invece vivevo da sola, non avevo ancora trovato qualcuno che condividesse l’appartamento con me. Quindi mi aiutò ad arrivare al suo divano. Mi resi conto che rispetto a me era altissimo. Ci facemmo compagnia, e dopo tanti attimi di silenzio si sedette al pianoforte e cominciò a far rivivere Chopin, Ryuichi Sakamoto e il nostrano Einaudi. Mi rilassai talmente tanto che mi addormentai. Il mattino seguente, mi ritrovai con addosso un plaid con raffigurati dei gatti neri. Era soffice e profumava ancora di ammorbidente. Annusai meglio nell’aria, e c’era un buon profumo di saccottini riscaldati al micro-onde. Erano proprio loro, inconfondibili amici ripieni di nutella. Stefano me ne porse uno su un vassoio, accompagnato da una tazza di cappuccino e una zuccheriera colma di tempo da passare insieme.

Ancora oggi, quando mi ritrovo al bar e le luci si spengono, continuo a sentire quegli odori. E anche quando lui comincia a suonare il suo nuovo brano, penso a quella mattina e ai mille discorsi che cominciammo e non concludemmo. Ai giorni successivi, al mio incidente e ai suoi abbracci mentre guardavamo i film che avevamo in comune. Al bacio che mi diede quella sera stessa, così delicato che sembrava suonasse il pianoforte con le mie labbra. Ai suoi occhi gentili che si posavano sui miei, i quali, a poco a poco si rilassavano. A me, che parlavo da sola di fronte allo specchio del bagno di casa sua mentre lui si vestiva per andare alle prove con i suoi nuovi musicisti. E pensando a come vanno le cose oggi, mi balenano per la mente una serie di piccola cose speciali. La sua sveglia sul cellulare che spaventa Davide tutte le mattine, il quale, a sua volta, ci prende in giro per i nostri scherzi stupidi. Le mie lacrime di felicità ogni volta che lo vedo salire quei gradini con i piedi nudi, bianchi quasi quanto i suoi denti, e si presenta al pubblico ogni volta come se fosse la prima, perché qualche nuovo spettatore c’è sempre. Ma anche le sensazioni che provo quando lo osservo mentre se ne sta seduto da solo in mezzo al buio, con solo un riflettore attorno, ammaliante come quel suono armonico, quelle onde cerebrali che solo il tocco del suo pianoforte riesce a darmi. E ancora gli abbracci, i suoi sguardi specchiati sulla mia immagine riflessa nel vetro della metro, della finestra della cucina, nello specchio di camera mia, nei miei stessi occhi che ringraziano la vita per l’esistenza della musica.

Non importa quanto tu possa essere ricco, elegante o se tu sia fisicamente perfetto. Passeresti per essere invisibile, perché cretini come te che se la tirano ne vedo tanti, tutti i giorni. Vogliono tutti diventare delle star, sfondare, fingere di vivere di musica quando sono i primi a non ricordarsi le parole delle canzoni composte per loro da altri come Stefano, dotati di un vero talento e una buona passione senza essere mai stati notati. Persone così non le ho mai osservate e non le osserverei mai. Osserverei solo un ragazzo timido come il mio vicino di casa, come il mio adorato amico e amante, il quale mi riempie le giornate di sogni che prima non avevo, di sicurezze che prima non pensavo di poter vedere sul mio fisico imperfetto, pieno di cellulite, smagliature, le quali, quando lui mi osserva, spariscono. Perché ciò che più gli piace sono i miei occhi e i miei denti storti, le mie guance rosse, e i racconti sulla mia moleskine, compresi quelli con le descrizioni di noi due, vicini, mano nella mano ai concerti al circolo degli artisti, mentre fingiamo ogni volta di incontrarci e conoscerci per la prima volta, rivelando parti del nostro passato che ci saremo vergognati di raccontare a chiunque altro.

Discorsi interiori.

aprile 27, 2012

Mi sono svegliata di sussulto e ho sentito una voce urlare dentro di me. Era l’universo di emozioni che parlavano della mia storia, di come stanno funzionando e si stanno arrugginendo i marchingegni del mio corpo. Ho scordato di mettere via un paio di cose che ultimamente non funzionano. La sveglia si è guastata, il telefono si sta guastando, io mi sto guastando. Ho cambiato la disposizione delle cose, ho spostato la mia mente altrove, ma non ha ancora funzionato. Ritorno sempre indietro, forse sbaglio o forse è giusto così. Non c’è più tempo, solo un piccolo giorno di poche ore. Il resto è fatto di pensieri che vagano, non misurabili in secondi. Il pianoforte mi guida in una danza solitaria. Mi muovo senza accorgermene. Fingo di ballare con qualcuno che poi mi stringe a sé e dice che non devo preoccuparmi. Mi dice di assorbire le negatività, di sorridere al mondo. Ma il dolore mi dice di restare ancora un po’ e allora decido di assecondarlo. Entrambi riflettiamo sulle stranezze della vita, dei sentimenti umani. “Prova a capire il perché ci sono delle cose che ogni tanto non quadrano, perché passiamo da un giorno bellissimo a un giorno passato fingendo di non esistere”. “Io l’ho già capito. E’ questo il problema” gli rispondo. “Prima o poi finisce tutto. Finirai anche tu. Mi lascerai e io smetterò di cercarti. So che probabilmente un giorno ritornerai a visitarmi. Ti inventerai qualche scusa. Fingerai che mi sono spenta e che ho bisogno di affogare su di te.” Ha replicato: “Sei solo una piccola stella che ogni tanto si spegne per poi ricrearsi. Concediti un po’ di tregua. Metti il silenziatore e sparami. Vedrai una nuvola dissolversi e cospargersi nell’aria. Concedimi di andar via. Ci vediamo presto.” “Sapevi che gli androidi sono più sentimentali degli esseri umani? I loro corpi brillano di innocenza, sincerità, amore per il mondo e odio per i prodotti dell’uomo. Cos’è la guerra dinnanzi al loro sguardo candido? E’ polvere da sparo, è un’arma che disarma gli innocenti e li priva della loro essenza. Cos’è un fiore? Una piccola parte di me che si è richiusa. Nemmeno la primavera ci ha pensato. Se ne sta sulle sue, lo ignora per il momento. Credo proprio sia colpa tua. Ma dovevi proprio creare la tua ‘casa bianca’ in questo universo? Ci sono tanti posti bellissimi nelle galassie e hai scelto proprio di sederti qui accanto a me. In un tiepido buco dimenticato da tutti.” “Sparami e me ne vado. Te lo giuro. Mi piace tanto ragionare, prendere delle scelte con te. Mi mancherai.” “A me no.” Questa è stata la mia ultima battuta.

Uno sparo nell’aria ha colpito il dolore che si è tramutato in una strana pioggia. Il mio viso si è bagnato di materiale invisibile. Infondo non gli dovevo niente, perché avrei dovuto reagire diversamente? Il mio cuore mi spingeva a smuovere quelle gambe mollicce, a rimetterle in sesto. Devo ritornare al corso naturale delle cose. Far tornare l’aria dentro, per poi riportarla fuori. Vivere fingendo che il mondo è realtà e il mio percorso una magnifica bugia. Devo portare le mani sugli occhi e dire a me stessa “E’ tutto finito. Torniamo a casa”.

I have to stay here.

marzo 29, 2012

Erano le sei del mattino, ed era tempo di fare la sua passeggiata mattutina. Dopo una colazione a base di caffé e pane tostato con marmellata alle fragole, si mise la tuta e si diresse verso il vialetto che separava la sua abitazione e la spiaggia. Mise gli auricolari, e con la sua nuova fissazione musicale attraversò la strada. Quella mattina c’era un vento forte, ma ciò non lo scoraggiò né gli impedì di fare il suo solito giro. Ad un certo punto cominciò a vibrargli il telefono e poteva essere soltanto una persona. Si strinse la giacca con la mano sinistra, e con l’altra rispose alla chiamata.

<<Buongiorno Lucia. Mi risponderò da solo alle solite domande. Oggi non sono proprio di buon umore. Ho dormito male, e durante le poche ore in cui sono riuscito a sonnecchiare ho visto in sogno delle persone sgradevoli. Quando credo di essere sulla buona strada ecco cosa accade. Tu come stai?>>

<<Non c’è male. Dai, pensa che è stata soltanto una nottata difficile. Hai tutta una giornata per rimediare e per fingere di non ricordarti nulla. Ci vediamo alle 8 e 30 in ufficio, okay? Ricordati di portarmi il DVD di American Beauty. Te lo scordi sempre.>>

<<Va bene. Lo segno nell’agenda del telefono. Sei sola?>>

<<Non proprio Chris.>> Rise fragorosamente. Lui sorrise perché sapeva che ogni mattino, quando suo marito usciva di casa per andare a lavoro, arrivava suo figlio Luca ad abbracciarla e a dormire con lei. Sei anni e già tante storie inventate. Era talmente bravo che Christopher pensava già ad una sua imminente carriera come scrittore di favole per bambini, pubblicato esclusivamente dalla casa editrice di sua madre.

<<Dagli un bacio sulla fronte da parte mia. Continuo la mia passeggiata. A dopo.>>

Tolse la vibrazione e stavolta mise il cellulare nella tasca destra dei pantaloni. Era stravolto, stanco. Pensava di aver dimenticato ma ad un certo punto rivide nuovamente i suoi ricordi passargli davanti. Si fermò per un attimo, strinse forte gli occhi con l’intento di concentrarsi sulla musica e di andare avanti. “E’ proprio vero che quando ci si sveglia in malo modo poi la giornata si arricchisce di dettagli. Possono passare mesi, anni, ma quell’angoscia provata resta, seppur nascosta, nel nostro cuore. Mi definiscono uomo, ma spesso non mi sento come tale. Forse non mi sentirò come un adulto. Ogni volta che mi riprometto di fare la cosa giusta, non vedo altro che un nuovo errore. Quest’ultimo viene accompagnato da vecchi pensieri, che come degli amici pericolosi gli vanno vicino e lo inondano di botte. Sono andato via dal mio Paese per stare meglio, ed ora che sono stato ferito nella terra che con affetto mi ha adottato mi sento di nuovo perso. Per fare la cosa giusta, devo restare, vedere e sentire. Devo rattristarmi tutte le volte che la vedo, altrimenti non potrò raggiungere l’indifferenza, non potrò crescere come vorrei. Forse devo proprio sopportare per stare bene.”

A trenta minuti trascorsi da quel pensiero, la spiaggia cominciò ad affollarsi. A 4 km da casa sua tutte le mattine si svolgeva un raduno di donne e uomini di tutte le età. Facevano yoga. Cercavano di mettere d’accordo la propria mente con il proprio corpo attraverso un rilassamento totale del corpo e il richiamo alla spiritualità. Avevano dei volti sereni, sembrava quasi non avessero alcun tipo di problema. Incuriosito, Christopher tolse gli auricolari e si sedette nei dintorni per osservarli. Vigeva un perfetto silenzio in cui echeggiavano soltanto i respiri e il rumore delle onde che sbattevano nel bagnasciuga. Non si facevano intimidire nemmeno dal fischio di quel terribile vento. La pace dei loro sensi contrastava il maltempo e sembrava quasi lo facesse calmare. Le nuvole si distanziarono le une dalle altre e cominciò ad apparire un sole raggiante. Quel paesaggio che percorreva tutte le mattine non gli era mai parso così bello. Sembrava quasi diverso. “I posti non mutano, ma lo fanno le persone per loro. Se il punto in cui si sono posizionati per meditare era quello in cui passavo il mio tempo libero a parlare con Lei, ora ho la possibilità di cambiare quel ricordo e sostituirlo con uno nuovo.”

Erano ormai le sette. Tutti si alzarono e presero il proprio telo. Andarono ciascuno per la propria strada. Christopher si mise il cappuccio, si sdraiò e chiuse nuovamente gli occhi. Sentiva filtrare il sole sulla sua pelle, era come se vedesse il calore appropriarsi di lui. Di lì a poco si sarebbe rialzato per tornare a casa e andare a fare il suo dovere quotidiano. Aveva dei libri da leggere e correggere sulla scrivania del suo studio. Ma quei cinque minuti in più gli servivano per fingere che andasse tutto bene.

<<Dovresti aggiungerti al nostro gruppo, sai. Ti farebbe proprio bene.>>

Aprì gli occhi di soppiatto. C’era una donna, forse un po’ più giovane di lui, che lo fissava posizionata di lato.

<<Ho un aspetto terribile?>>

<<Più che terribile, sembra ti sia passata la morte sotto gli occhi.>>

Christopher sorrise e le domandò:<<Aiuta davvero stare in silenzio?>>

Cominciarono a parlare, senza fermarsi. Stava davvero creando un nuovo ricordo. Non si era mosso. Era stata un’altra presenza ad avvicinarsi a lui. Poteva cominciare a mettere da parte colei con la quale si svegliava la mattina e si riaddormentava la sera. Quella donna che non era poi stata così tanto donna. Era una bambina che in quel momento aveva bisogno di essere amata, che quando raggiunse il successo e mise via l’insicurezza non esitò ad andare via senza neanche ringraziarlo. Si era tormentato per ben 90 giorni, fingendo di non aver versato neanche una lacrima e interrogandosi sui suoi difetti invece di comprendere che doveva sbarazzarsi di quell’insensato senso di colpa.

Appena rientrò a casa, si prese il giorno libero e comincio a scrivere ciò che aveva appena imparato. “Il destino spesso aiuta a togliere i paletti che ciascuno di noi dispone tra sé e il proprio passato, quasi senza far rumore. Si sente solo un fruscio di sottofondo. Il rumore di un giradischi che ha terminato di farci ascoltare le tracce della nostra vita. Lottando contro noi stessi, ci rendiamo conto che passiamo le giornate andando, inconsapevolmente, alla costante ricerca di qualcuno che lo riposizioni e ci consenta di ascoltarlo da capo, per poterlo concepire ed interpretare in modo diverso. L’unica cosa da fare in questi momenti è abbracciare sé stessi come non siamo mai riusciti a farlo con qualcun altro. Dobbiamo ascoltarci un po’ di più, capire di non essere sempre nel torto. Bisogna gestire la propria mente e accettare ciò che la vita ci propone. Non si può sempre annegare nel dispiacere, tanto meno nella gioia. La rotta ci porta nella terra di mezzo, dove tutto comincia ad avere un senso. Rivedere fiorire il piacere per noi stessi in modo progressivo ma cauto, ricominciare ad ascoltare i suggerimenti della mente e applicarli in modo istintivo sono solo l’inizio del nostro percorso di restaurazione. Ho conosciuto una persona stamattina e tra poco andrò a pranzo con lei. Ascoltare le sue parole, la sua storia, mi hanno fatto capire che sono meno solo di quanto pensassi. Perché dobbiamo aspettarci qualcosa dal futuro se non lavoriamo per noi stessi nel presente? L’unica soluzione per il momento è stare qui, muoverci prima stando al nostro posto e poi correre per altre corsie. Non c’è una via d’uscita se non quella di stare nello stesso posto in cui ci siamo feriti, perché abbiamo tutto il diritto di chiedere in cambio al cielo di essere curati.”

When I was inspired…

marzo 24, 2012

In memoria dei tempi in cui l’ispirazione mi faceva tanta compagnia, pubblico nel blog questo racconto che avevo realizzato tempo fa sulla base di un racconto di Cechov.

The Black Lady

Ritmo incalzante. I riflettori puntati al centro del palco. Una ballerina si muoveva su una musica macinata da un giovane pianista. Ne aveva visto tante esibirsi in quel pianobar, ma la donna dal volto coperto e dai passi di un delicato velluto, difficilmente poteva essere dimenticata. Gioco di piedi, in una moltitudine di secondi confusi che portavano lo spettatore a credere di trovarsi in una dimensione temporale quasi inesistente, dinnanzi all’essenza di quell’immagine. Trasparivano solo dei ricci lunghi e castani che la accarezzavano sino a metà schiena. Era fasciata da un abito di seta nera,  che rinforzava la sua muscolatura, quasi volesse sottolineare la forza del suo corpo nel trasformare quelle note in una catena di emozioni. Sensazioni così vive che il pianista Charles Morris designò la mora danzatrice come il più bel ricordo della sua carriera, della sua intera vita.

 

Nessuno gli aveva mai chiesto prima chi fosse la black lady che aveva dato il nome al suo brano più celebre. Tranne Ella, la ragazzina indiana di cui lui decise di occuparsi cinque anni fa. Le era stato assegnato per casa un racconto e l’unica cosa da fare, una volta arrivata a casa, fu chiudere gli occhi e guardare oltre il buio. Per trovare l’ispirazione mise il vinile di Charles, che la spinse ad interrogarsi su una serie di immagini sparse che le passavano per la mente. Alcuni di questi scatti luminosi si sarebbero poi messi d’accordo con la penna che impugnava, per trovare le parole atte a descrivere una realtà diversa, desiderata, sognata.

 

Cominciò a descrivere un prato fiorito immerso in una piena giornata di sole primaverile. Con Black Lady l’immagine di una donna che correva al centro del prato e cominciava a danzare e  roteare. Veloce, lento, veloce, un giocoso crescendo che poi la portò a lasciarsi stravolgere da quell’uomo che ostinatamente la osservava. Al termine della canzone la sua immaginazione si bloccò. Così ripeté l’ascolto del brano con un volume più cauto, e porse subito a Charles delle domande che lo spinsero a raccontare la sua storia.

 

<<Ella, mettiti comoda e prendi carta e penna. E’ giunto il momento di raccontarti la mia storia.   Avevo soli ventidue anni, e ormai congedato dall’esercito, facevo tutti i lavori che gli amici di mio padre mi offrivano. Prima barista, poi commesso e cameriere. Il tutto nell’arco di una sola giornata. Allora era difficile anche solo avere del denaro per un po’ di pane, dell’acqua e un quotidiano. Mio padre faceva il pescatore a Liverpool, non lo vedevo quasi mai, perciò la mia solitudine una volta tornato a casa veniva occupata dal mio pianoforte. La nonna mi aveva insegnato la tecnica, le strade mi avevano regalato delle storie da impiegare, le mie dita giocavano con delle parole che andavano a far recepire il mio messaggio al mondo. Cominciai a comporre qualche brano riuscendo a formare una scaletta. Una volta perfezionato lo stile, feci domanda in tutti i pianobar del centro. Mi sentivo un cantastorie che voleva dar colore agli ambienti cupi in cui i lavoratori inglesi andavano a bersi la loro birra preferita, dopo un’estenuante giornata di lavoro. La mia e la loro valvola di sfogo. Relax e riflessione, era questo il miscuglio di emozioni che volevo suscitare loro. Poi finalmente arrivò una risposta: il pianobar del Signor Thompson. Te lo ricordi? Quel signore paffutello, con i baffi, che veniva sempre a trovarci. Ecco. Da quel momento cominciai quella che ormai posso definire dopo lunghi anni “la mia più importante avventura musicale”, soprattutto a partire dal momento in cui le mie musiche furono assaggiate da quel corpo, da quell’anima danzante. La donna in nero, la donna mascherata, la donna del mistero e della notte che ci accompagnava.

 

Arrivava sempre a metà concerto. Poggiava le scarpe accanto all’ingresso e a piedi nudi raggiungeva il palcoscenico. La prima volta che la vidi portava una maschera bianca. Aveva un fisico semplice e composto, una lunga treccia e un altro particolare che la caratterizzava era dato da dei bracciali colorati da gitana, che accompagnavano il sound che promuoveva il mio piano.

 

Tutte le notti, una volta terminata la sua canzone preferita, correva verso l’uscita continuando a simulare una danza. Lasciava il suo profumo, un aroma intenso che la distingueva da qualsiasi altra creatura all’interno di quella sala.

 

La sognavo tutte le notti e ancora oggi è un ricordo vivido nella mia mente. Neanche la distanza mi separa dall’idea che ho sempre avuto di lei.

 

Una sera mi aspettò fuori dal locale. Quel giorno portava solo una metà del viso scoperta. Potevo vedere le sue labbra scure e carnose e la sua pelle ambrata e luminosa. Mi parlò attraverso un biglietto. Mi fece i suoi complimenti, dicendomi di avere talento, che mai nessuno avrebbe saputo accompagnare le sue coreografie come facevo io. Una volta letto, mi sentì il calore salire sulle gote ma lei era già andata via, trascinata da quella nottata di vento.

 

La sera successiva suonai i soliti brani della scaletta più due pezzi nuovi che avevo preparato la mattina. Volevo farle una sorpresa, perché uno di questi brani era quello che più apparteneva all’alchimia che si era formata tra noi. Era come se in quel posto ci fossimo solo io e lei. I passi felpati e la musica, a riempire i nostri cuori.

 

Non si presentò al pianobar per due settimane, suscitando in me uno strano vuoto. Non mi sarebbe mai passato per la mente che una donna con cui avevo a malapena parlato tramite un bigliettino potesse mancarmi così tanto. Appena uscito dal lavoro mi ritrovai a cercarla fuori disperatamente. Era la mia musa, vivevo una certa passione per lei, inspecificabile e non classificabile. Ormai stanco di camminare, mi sedetti sulla panchina del parco che sta affianco a casa nostra. Ad un tratto sentii il fruscio di piccoli pezzi di metallo in movimento che furono poi interrotti da un brusco silenzio. Scorgeva un’ombra sull’asfalto e non feci in tempo ad inseguirla che era già svanita. Così tornai a casa e mi addormentai di soppiatto. La sognai e scrissi una seconda canzone, ma sulla sua assenza. Una sola base musicale con una voce assente, un assaggio di malinconia e un pizzico della speranza che conservavo di poterla rivedere, ancora una volta.

 

L’indomani mi accorsi che nel pubblico c’era una nuova spettatrice. Una donna in tailleur, con i capelli raccolti in uno chignon. Stava parlando con un signore che tentava di corteggiarla forgiando un inglese masticato. Sembrava ascoltarlo, prestandogli una minima attenzione, ma continuavo a sentire il suo sguardo poggiarsi su di me. Era un volto famigliare, una presenza già sentita. Ma ancora non mi diceva niente, come quando per strada ti trovi dinnanzi una persona che ti hanno già presentato, ma in quel momento sfugge dai tuoi ricordi. Durante l’esecuzione di Black Lady la vidi allontanarsi. Sorpresi il pubblico abbandonando la mia postazione e la inseguì. Il battito del cuore aumentava con il crescere dei passi che mi distanziavano da lei. Curiosità mista a frustrazione e il cuore che esplodeva. Ad un tratto si fermò. Rimase di spalle il tempo necessario per raggiungerla, per prendere la mia mano e continuare a passeggiare sotto il dominio di una notte senza fine. Ogni volta che provavo ad aprire bocca mi zittiva. Lo fece sino a quando non mi invitò ad entrare nella sua villa.

 

Quel signore che sedeva affianco a lei nel pianobar era l’uomo che aveva pagato per averla con sé. Chiarì subito che non era una prostituta, ma la sua bellezza indescrivibile convinse lo straniero a stipulare un accordo con i suoi genitori. Aveva pagato per dare agli altri l’immagine di essere un uomo fortunato oltre che ricco, e questo poteva pure ingannare gli altri ma ciò che potevo dedurre dalle lacrime appena riprodotte sul viso di questa donna andava controcorrente, al di là di  ogni possibile travestimento. Il suo compagno aveva scoperto il suo rifugio quotidiano e le aveva vietato tassativamente di venire al pianobar, eccetto nel caso in cui uscisse con lui. Doveva indossare necessariamente solo gli abiti che lui acquistava per lei, e parlare solo quando lui glielo concedeva. Una donna d’immagine, che non poteva esprimere alcuna idea o opinione. Una donna privata della libertà di essere una persona. Solo un’icona di bellezza. Non poteva più danzare e a questo punto nemmeno sorridere e meritare un po’ di felicità.

 

Presi l’abitudine di andare a trovarla quando suo marito non c’era, cercando di non lasciare le mie tracce. Ci innamorammo clandestinamente, ci facemmo travolgere dal palco che noi stessi avevamo costruito. Trovai il modo di farla esibire in altri locali, sino a quando non mi accorsi dei suoi dolori all’addome. Continuava comunque a ballare, nonostante cercassi di fermarla. La portai dal dottore e scoprì che aspettava un bambino.>>

 

Ella, incuriosita, cercò di capire se quella donna di cui parlava fosse sua madre e se Charles fosse il  padre biologico. Nutrì da sempre il desiderio di scoprirlo.
Era stata abbandonata da sua madre, una donna problematica che soffriva di depressione, quando aveva soli dieci anni. Non riusciva più ad andare avanti e, malgrado la presenza di sua figlia, si sentiva sola e annullò l’idea di avere una compagnia preziosa. Ella, nonostante la tenera età, si prendeva cura di lei e aiutava le zie nelle faccende domestiche per racimolare qualche paghetta e poter comprare le medicine per sua madre. Era una donna bellissima e anche lei, come la black lady, aveva una forte passione per la musica e parlava tanto di un uomo che cambiò la sua vita durante la gioventù. Tutto combaciava in quell’oasi emotiva fino ad allora inscenata.

 

<<Ma quindi si tratta di mia madre? Vuoi dirmi tutto questo per rivelarmi, solo oggi, dopo cinque anni, che io e te abbiamo amato diversamente la stessa donna e ci siamo presi cura di lei? E soprattutto… mi stai dicendo che sei mio padre?>>

 

Charles sorrise. Sembrava indossare la maschera dell’aspra verità, ma spiazzò la piccola Ella terminando il racconto.

 

<<Mi piacerebbe farti credere che si tratta di tua madre, ma di una di queste donne porto solo il ricordo ed un fardello troppo pesante mentre dell’altra non ho più avuto notizie.

 

La black lady si chiamava Jasmine, come te era indiana ed aveva due sorelle, Sureny e Shanika. Purtroppo Jasmine morì prima di poter partorire. Non si capacitava dell’idea che dentro di sé si stesse formando una nuova vita. Non poteva sopportare il fatto che quei dolori all’addome le impedissero di esprimere la propria libertà. Prima della visita medica aveva pensato al peggio, ad un tumore in quella stessa zona del corpo. Non aveva mai riflettuto sull’idea di diventare madre un giorno, e morì in un momento della sua vita in cui non aveva nemmeno avuto il tempo di concepire cosa potesse essere la morte, cosa significasse non vivere più. E nemmeno io ebbi il tempo di abituarmi all’idea che lei potesse svanire così in fretta, quasi fossimo stati protagonisti di un brevissimo sogno. Ma era la realtà e dovevo abituarmici.

 

Lo straniero, dopo la morte di Jasmine, andò in India per parlare nuovamente con i suoi genitori. Voleva un’altra donna, alla svelta, altrimenti gli abitanti della città si sarebbero presto resi conto della sua assenza. Scelse quella che più le somigliava, Shanika, una donna fragile, vulnerabile, che aveva sofferto moltissimo a causa dell’allontanamento di Jasmine dalla loro terra.

 

Il cammino della sua sofferenza continuò per lungo tempo. In Inghilterra la vita era difficile, non riusciva a parlare con nessuno. Quando la vidi credevo di aver visto un fantasma. Te lo giuro, portava gli stessi vestiti di Jasmine e quei famosi bracciali.

 

Ma un giorno Shanika venne a farmi visita. Mi raccontò la sua storia in India e di come era arrivata qui. In particolare mi spiegò come aveva scoperto il mio indirizzo. Jasmine aveva un diario di viaggio, e lo definiva come tale perché non era mai riuscita a sentire l’Inghilterra come sua terra madre, benché vi permanesse da tanti anni. Voleva tornare in India, dai genitori e dalle sorelle, in particolare da Sureny, sua sorella minore. Le aveva fatto da madre, da sorella e da amica. Non sopportava l’idea di abbandonarla, ma i genitori, abbastanza poveri, dovettero concederla a quell’uomo in cambio di denaro. Jasmine visse un’esistenza infelice sino a quando non conobbe me e la mia musica, che la aiutavano a continuare a sperare anche solo in un piccolo attimo di serenità. Ero l’uomo che l’aveva segnata, le aveva dato speranza, amore e giornate diverse. Ero un giovane romantico, e avevo da sempre sperato di incontrare una donna come lei, che potesse farmi sentire pieno. Shanika mi confidò che aspettava anche lei un figlio, ed aveva paura di morire come era successo in precedenza a sua sorella. La guidai verso il dottore più bravo che conoscessi, e riuscì a vivere una gravidanza controllata e tranquilla.
Così nascesti tu, Ella.

La aiutai a scappare dall’Inghilterra agli Stati Uniti grazie ad una nave che trasportava merci. Non si fece più chiamare Shanika, ma Nina, il nome con cui la chiamava Jasmine quando erano piccole. Tuo padre invece, quell’uomo ricco e insensato, è morto qualche anno fa di vecchiaia. Io sono semplicemente quello che puoi definire tuo zio. Sono l’uomo che promise a tua madre di prendersi cura di te qualora lei se ne fosse andata. Sono la persona che ha deciso di dedicarti l’ultimo brano della sua carriera, in memoria degli anni che mi hai regalato e dei ricordi che ti hanno preceduta.>>

 

 

Ready to Start

febbraio 4, 2012

<<Ciao. Sono Kate, e da un po’ di tempo ho qualche problema comunicativo con chi mi sta vicino. Sono spesso triste, perché mi capita di pensare troppo al passato, al mio ex-fidanzato, agli esami universitari che non sono più riuscita a sostenere, al mio gattino che è scappato il mese scorso, agli sguardi altrui.>>

<<Ciao Kate, benvenuta.>> scrissero un po’ tutti quanti nella chat on-line del gruppo “Problematici, Of Course!” di Facebook. 

Era da tempo che non faceva un’uscita vera e propria con le sue amiche, e passava le sue sere a mangiare per noia e a fare mille tabelle per organizzare lo studio senza mai rispettarle. L’unica cosa a farle compagnia erano le grida di sua sorella teenager che non faceva altro che lamentarsi dei voti a scuola e delle false compagnie, e Bbc Radio 6 a tutto volume. 

<<Vorrei tanto parlare un po’ con voi o semplicemente leggervi. Cercare di staccare dalla realtà e smetterla di cibarmi di schifezze, una volta tanto.>>

<<Va bene Kate, io sono Thomas, e come te rifletto troppo e agisco poco. E’ da tempo che bazzico in questo gruppo e rompo le scatole ai creatori della pagina. All’università tutto apposto, nessun problema. Però, quando la sera esco, non riesco proprio a tacere quando qualcosa non mi va a genio assicurandomi così l’antipatia di varie persone.>>

<<Dai, non ci trovo niente di male nella verità, nell’onestà. Anzi, credo sia meglio di parole non dette, e atti non compiuti. Invece tu agisci con la tua voce. Il resto non ha importanza, io la penso così.>> rispose Kate. Nel mentre mangiava le patatine alla paprika avanzate dalla sera prima. 

<<Dici? E perché tutti mi domandano perché sono sempre rancoroso con il mondo e non me ne va mai bene una?>>

<<Perché forse questo mondo ti sta stretto, oppure fraintendono ciò che in realtà vorresti dire. A volte capita di pensarla allo stesso modo su certe cose, ma non sempre lo si esprime allo stesso modo. A me capita di star spesso in silenzio a riflettere quando qualcosa dinnanzi a me comincia ad assumere sfumature strane che non mi sono chiare. Non riesco nemmeno a chiedere esplicitamente cosa succede. E’ più forte di me. E quindi cerco di far altro, di sfruttare la poca creatività che possiedo e produrre qualcosa.>>

<<Non male come ragionamento, Kate.>>

Subito dopo la sua risposta, Kate ricevette una richiesta d’amicizia. Era Thomas. A ciò seguì un messaggio privato: <<E’ come se sentissi di avere in comune qualcosa con te. Abbiamo scritto poche righe, magari ti sembra affrettata la mia idea di diventare “amici”, ma vorrei capire meglio che tipo di persona sei, e perché entrambi tendiamo ad autodistruggerci.>>

Kate accennò un sorriso e cliccò su “accetta”. Rispose al suo nuovo “amico” così: <<Anche io ho la tua stessa impressione. E’ come se avessi già sentito parlare di te. Ho notato che abbiamo parecchi gusti musicali in comune tra l’altro. Ora devo disconnettermi. I miei mi aspettano per la cena. Ci sentiamo presto, okay?>>

<<Okay. Ciao Kate. Buon appetito.>>

Con quell’aria da persona curiosa scese le scale e si sedette accanto a sua madre. <<Perché hai quella faccia?>> <<Che faccia dovrei avere?>> <<Sembri contenta.>> <<Proprio contenta no, però ho letto cose interessanti stasera. Mi sono distratta un pochino.>> <<Brava. Dai ora mangia, altrimenti si raffredda.>>

Quella sera si ricollegò un’ultima volta e notò che Thomas aveva condiviso il link di Paranoid Android dei Radiohead, così si mise a canticchiare “You don’t remember, you don’t remember, why don’t you remember my name?”. Cliccò sul “mi piace” e poi spense il computer. Aveva ricevuto un sms da parte di Lola, la sua  migliore amica. In centro c’era un secret concert degli Arcade Fire. Una doccia veloce, una sistemata ai capelli, orecchini a forma di chitarra, t-shirt del gruppo, skinny jeans e borsetta in pelle nera. L’amica l’attendeva in auto impaziente. <<Oh finalmente. Come stai idiota?>> <<Sto decisamente meglio. Possiamo andare!>>

Una volta arrivate incontrarono qualche loro amica e si avvicinarono alle prime file. Il concerto iniziò con No Cars Go. Kate dondolava, chiudeva gli occhi ad intervalli regolari di un minuto. Era particolarmente emozionata, e si stava rendendo conto che aveva per la testa Thomas, le sue frasi e i suoi video. Si sentiva una stupida perché lo conosceva a malapena e già si era invaghita di un perfetto sconosciuto. Appena finirono di eseguire il primo pezzo, vide avvicinarsi un gruppo di ragazzi. Probabilmente avevano 23 anni, così come lei e Lola. Uno di loro salutò Kate e lei fece un cenno di capo. La band cominciò ad eseguire Rebellion (Lies) e lei riprese a dondolarsi come prima e a cantare. Ogni tanto si girava e quel ragazzo la guardava intensamente. Si sentiva parecchio imbarazzata e ciò la spingeva a voltarsi facilmente dall’altra parte. Ad un certo punto le disse qualcosa all’orecchio <<Non immaginavo di trovarti qui, sai?>> <<…Thomas?>> <<Già.>> 

Le prese la mano e la trascinò via. Nel mentre intonavano “If I was scared, I would. And if I was bored, you know I would…And if I was yours, but I’m not…” 

<<Qui possiamo scambiarci qualche parola. Lì sarebbe stato impossibile. Prima di venire qui ho avuto la curiosità di vedere a chi appartenevano quelle parole. Non mi aspettavo fossi tu. Ci siamo già conosciuti.>>

<<Non mi ricordo proprio. Sei sicuro?>>

<<Certo, sicurissimo. Le lezioni di piano. Davvero non ti ricordi?>>

<<No, Thomas, mi dispiace…>>

<<Mi ero chiesto dove fossi finita, sai? Hai smesso ormai da un anno di prendere lezioni nella scuola di mia madre.>>

<<…tua madre poi…è morta.>>

<<Sì. E l’ho sostituita io. Sono il nuovo insegnante di piano.>>

<<Come faccio a non…>>

<<Non ti preoccupare.>> la interruppe. 

<<Mi manca tua madre, sai? Non andavo lì soltanto per suonare.>>

<<Mamma sapeva ascoltare, sapeva dare i giusti consigli e sopratutto riusciva a spronare chi aveva vicino. Era l’eroina dei falliti o dei presunti tali.>>

Kate si mise a piangere. Thomas era “il piccolo Thom” di cui Gloria le parlava sempre. Era quel ragazzo timido e arrabbiato con tutti ma era anche il piccolo genio che sentiva suonare mentre prendeva lezioni da lei. Anche lei si era sempre chiesta che aspetto avesse e quali cose la sua tristezza avesse da raccontare. Lui le diede un bacio sulla fronte e la strinse forte a sé <<Shh… su, tranquilla. E’ tutto apposto.>> <<Scusami. Sul serio. Non voglio rattristarti.>> <<Manca anche a me. Tantissimo. Tieni questo fazzoletto, asciugati le lacrime e andiamo a sentire gli Arcade Fire. Sei meravigliosa, Kate Watson.>> Si mise a ridere perché lui era davvero carino con lei, ma lo fece anche per la situazione troppo bizzarra. 

Dopo quella sera Kate e Thomas si sentirono e videro tutti i giorni, diventando inseparabili. Non era amore, non era amicizia, era un miscuglio chimico tra il volersi molto bene e il capirsi affondo, tra il bisogno di una carezza e di un incoraggiamento e la necessità di fare sbagli e migliorare. Le sofferenze non cessarono, perché è questo che prevede la vita, ma i momenti felici non mancarono, sopratutto dopo il loro primo bacio.

Different.

gennaio 26, 2012

New York. Le luci fuori dalla finestra lo incantavano. Si era appena fatto buio e aveva di fronte la tela con il ritratto da portare per l’esame. Stava ancora pensando a quello che era appena successo.

Aveva passato l’intera mattinata nell’aula da disegno. Si rifugiavano tutti lì quando la propria casa non dava loro ispirazione. Jack aveva qualche problema con i suoi. Ormai era risaputo, lo sapevano anche i suoi insegnanti. L’aula da disegno era la sua terza casa, perché il suo secondo rifugio era l’appartamento del suo migliore amico, Ryan,  passionale, socievole, uno dei pochi che riusciva a dare significato alla sua arte. Quel pomeriggio, nonostante avesse insistito, Jack rifiutò di andare da lui. Voleva stare un po’ da solo. Aveva bisogno di capire che gli stava succedendo. Da tempo si sentiva strano, sopratutto quando stava vicino alle coppie. Provava ad immaginarsi con una ragazza, ma proprio non faceva per lui. Pensava non si sarebbe mai innamorato, e che forse avrebbe continuato a prendere in giro non solo le ragazze, ma anche i ragazzi. Jack non si faceva problemi. A lui non piacevano le Donne, tanto meno gli Uomini. Gli piacevano le Persone. Gli piacevano gli occhi chiari, le mani un po’ callose, perché ciò significava che quella persona amava scrivere, e i capelli scuri, non gli importava della lunghezza. Amava le persone più basse di lui, perché quello alto un metro e ottanta era lui, e ciò bastava e avanzava. Gli piacevano le persone sensibili e riflessive, un po’ impaurite ma molto interessate a capire il resto del mondo. Quelle che magari non sono brillanti a scuola, ma hanno un bagaglio di esperienze personali da condividere.

Ryan faceva in qualche modo parte di questa categoria. Delle persone che Jack stimava o di quelle che prendeva come esempio. Era un’ottima persona, anzi, era proprio un essere perfetto. Ci volle del tempo prima che il giovane pittore capisse che queste cose non vanno mai come ce le immaginavamo.

Ryan aveva appena rotto con la sua ragazza, Margaret, ma più che ragazza si poteva definire come il suo boss. “Ryan, se dobbiamo andare a cena con i miei, vai subito a prepararti. E tieni i capelli in ordine, mi raccomando.” “Ryan. Dai cazzo, molla il computer. Non perdere tempo a chattare con Jack, altrimenti si fa tardi e stasera non riusciamo ad andare al party di Lea.” La verità era questa: provava una certa gelosia per l’amico del suo ragazzo. Entrambi nutrivano una sorta di antipatia reciproca l’uno per l’altra. E forse, ultimamente, lei si era accorta degli strani comportamenti di Jack.

I dipinti di Jack passarono dal rappresentare l’amicizia alla messa in bella vista della solitudine. Era turbato da tempo, perché cominciava a sentirsi diverso in compagnia del suo amico. Diverso nel senso che con lui stava realmente bene. Le ultime sere aveva subito capito che era davvero a terra, anche se cercava di mostrare agli altri tutto il contrario. Pensava fosse dovuto a Margaret, anche se in realtà non aveva mica capito perché si fossero lasciati di punto in bianco. Questo poteva essere considerato come un grosso punto interrogativo. Fu così che si fece del male, e al posto di dipingere la solitudine, dipinse la speranza.

Si erano appena fatte le sei, e tutti i suoi compagni dell’Accademia d’Arte andarono a casa. “Jack, noi stiamo andando via. Vuoi un passaggio? Oggi siamo venuti in auto.” “No, grazie. Starò ancora un po’ qui.”

Cindy e Lucas erano meravigliosi. Non aveva mai visto due persone così vicine. E non perché si tenessero sempre per mano. Tutt’altro. Loro si congiungevano con un semplice sguardo. Lui ogni tanto le baciava la mano o le guance. Lei invece preferiva lasciargli un segno sulla fronte, da donna matura e protettiva qual’era. Loro sapevano cosa stava vivendo, perché lo avevano sorpreso a piangere la sera prima. Aveva paura che avessero avuto qualche pregiudizio per i suoi gusti in fatto di esseri viventi, ma furono tutt’altro che bruschi. Lo strinsero fortemente, in silenzio, regalandogli un momento di pace.

Aveva iniziato un ritratto. Prima gli occhi, poi i capelli tirati su, gli occhi grandi, le ciglia lunghe, due labbra carnose, poi il collo, il tatuaggio con il segno della pace appena visibile dietro l’orecchio sinistro, e la maglietta nera dei Joy Division con la cover di Love will tear us apart. Ricordava con un accenno di sorriso il giorno in cui accompagnò Ryan a vedere Control. Si erano appena diplomati e si erano concessi un bel viaggio a Londra. Allora erano entrambi impegnati sentimentalmente, Jack per un lasso di tempo molto breve, come al solito, e Ryan stava insieme a Margaret. Lei, all’inizio della loro storia, era più permissiva. Oggi non avrebbe mai permesso al suo ragazzo di fare un viaggio con il suo migliore amico. Avrebbe tenuto il broncio per attirare tutta l’attenzione su di sé. Forse fu proprio quel viaggio a fargli capire che non poteva fidarsi di Jack. Quest’ultimo invece, ignaro di ciò che stava cominciando a succedergli, vagava spensierato con lui per Picadilly Circus. Si erano ripromessi che un giorno sarebbero ripartiti insieme per l’Inghilterra, Jack come artista e Ryan come critico cinematografico e musicale. E lì avrebbero poi vissuto felici e contenti. Questa promessa si mantenne sino a quando la madre di Ryan morì e lui dovette farsi carico dell’albergo di famiglia. Fine degli studi, fine dei progetti a lungo termine. L’unica cosa che rimase invariata era il loro rapporto d’amicizia, che anzi si era solidificato.

Jack si rese conto che aveva passato un’ora esatta a fissare il vuoto. Non aveva finito il ritratto. Mancava di colore. Quindi decise di preparare la tavolozza; nel frattempo si mise gli auricolari e iniziò ad ascoltare Old Friends, Bookends Theme di Simon and Garfunkel. Era talmente concentrato che non si accorse che qualcuno era appena entrato nell’aula. Si avvicinò a lui e gli mise una benda, con un tocco abbastanza delicato. Si sentiva in imbarazzo, ma allo stesso tempo era curioso, a proposito di quello che gli stava succedendo. Queste mani estranee presero le sue e furono poggiate su un volto. Jack cominciò a toccarlo. La pelle era delicata, liscia, ma era anche umida. Forse quei nuvoloni si erano tramutati in pioggia. Ad un certo punto sentì due labbra sulle sue. Non capiva più niente. Preso dall’emozione si tolse la benda. Era Ryan. Il cuore gli batteva all’impazzata. E l’unico istinto che provò in quel momento fu quello di abbracciarlo e di sussurrargli che l’aveva sempre amato. Che aveva torto. Che odiava Margaret ma non gliel’aveva mai confessato perché temeva di perderlo. Ma Ryan gli riprese il volto e lo baciò ancora una volta. Così se ne andarono.

Appena rientrò a casa, si sedette di fronte alla finestra, e dopo essersi ripreso capì che l’ultima cosa da fare per concludere la serata era finire il ritratto. Ora poteva colorarlo con nuove sfumature di rosso sul viso, poteva regalare una nuova luce agli occhi del suo soggetto. Poteva finalmente osservare i grattacieli e rispecchiarvi i suoi pensieri. Poteva finalmente sorridere e provare quella felicità che a malapena stava imparando a conoscere, ma che da tempo desiderava. E stavolta non era un sogno. E a confermarlo era il suo profumo che ancora giaceva nella sua camicia.

Non era un sogno. Jack, questa è la realtà, ora puoi svegliarti.

Untitled.

gennaio 21, 2012

17 Febbraio 2012. Giornata piovosa e noiosa. Lei giaceva sul letto e continuava senza pace a cambiare posizione. Ma c’erano quelle cose che spesso la soffocavano, altre volte la seducevano e che in altri momenti tendeva ad ignorare. Prima di dormire ultimamente passava diverso tempo a pensare a questo o quell’altro, e si facevano le tre del mattino.

Rimaneva incantata a guardare la televisione, quasi tutte le sere. Lo sguardo spento, un bicchiere di latte al cioccolato a scaldare le sue mani, occhiaie sottolineate da un lungo pianto.

Mi raccontava che le giornate che trascorreva erano sempre uguali e quando cercava di organizzare qualcosa di diverso il suo ragazzo era troppo impegnato a studiare per darle ragione. Ultimamente avevano molti problemi e la loro idea di divertimento, di svago era differente. Lui preferiva andare a prendere un aperitivo con gli amici e passare ore a discutere dei tirocini fatti all’ospedale, mentre lei preferiva di gran lunga stare a casa, guardare un bel film o leggere un buon libro. I suoi colleghi spesso la rimproveravano perché si dimenticava di possedere un cellulare, di avvertire quando stava a casa da sola, di sfogarsi quando ne aveva bisogno. Io ogni tanto le telefonavo, ma era davvero perplessa e insicura. Stava svanendo dietro l’ombra che si era insediata nel muro del suo appartamento. Stava spesso in silenzio a capire dove sbagliava e se poteva ancora risolvere la situazione, migliorarla o prendere il coraggio di concluderla. Aveva lasciato i sorrisi dentro l’armadio, assieme ai vestiti che non le stavano più perché ormai portava due taglie in più. Ho provato tante volte a dirle che lei è bella così com’è, di non dar retta a lui, che dopo aver visto i corpi di quelle modelle minute rifugiarsi all’ospedale per chiedere una taglia in più di reggiseno, un naso nuovo e delle labbra carnose, non ricordava più l’aspetto di una donna semplice, che si alzava tutti i giorni alle 5 e prendeva la prima metro per andare in redazione e sfornare pezzi nuovi.

<<Giò, ti devo chiedere un compito extra. Per favore, potresti partecipare alla rassegna che si terrà al Cinema degli Specchi e vedere One Day? Pietro ha chiesto una settimana di ferie, sua moglie sta partorendo, e ho bisogno urgentemente della recensione di questo film. Ti chiedo scusa per il poco anticipo, ma sono veramente nella merda.>>

<<Va bene, Gianluca. Stai tranquillo. Inizia Sabato alle 15.00, giusto?>>

<<Sì, grazie! Sei un tesoro.>>

<<Figurati. Non avevo preso altri impegni. E’ un piacere.>>

Era la sua prima “trasferta”. Attendeva da tempo che le affidassero qualche incarico che le permettesse di partecipare a qualche evento particolare. Oggi Simone sarebbe ritornato a casa per il compleanno di sua madre, e anche se ci fosse stato ormai non faceva differenza. Erano sempre più vicini a scambiarsi soltanto un “ciao”, ad augurarsi “buona giornata”, ma niente baci, nemmeno sulle guance.

Quel pomeriggio decise di indossare le cose che aveva comprato il primo giorno di saldi. La camicia a fiori azzurra e rossa, la gonna a tubino nera, le ballerine rosse e una piccola borsetta nera. Parlava tra sé e sé di fronte allo specchio dicendo <<Capelli sciolti o legati? oggi proprio non hanno fine di sgonfiarsi.>> Ad un certo punto si rese conto di essere in ritardo, così ricontrollò ancora una volta che tutto fosse al suo posto, prese il taccuino al volo e corse a prendere la metro.

Mentre ascoltava un po’ di musica e osservava il paesaggio, ad un certo punto ricevette un messaggio di Simone: <<Giò… potresti chiamarmi un attimo? ti devo dire una cosa.>> Non sapeva nemmeno lei il perché, ma si sentì mancare il respiro. Poi, una volta che si riprese, compose il numero e cominciarono a parlare. Simone stava frequentando un’altra da circa un anno. Giorgia più che arrabbiarsi per chiudergli poi la chiamata rimase in silenzio e ascoltò ogni singola parola che lui ebbe da dirle. Non riuscì nemmeno a piangere. A fine chiamata disse solo un misero sì per rispondere alla richiesta di Simone di lasciargli i suoi libri in una scatola affinché lui potesse passare a prenderli in sua assenza.

Prima di entrare al cinema rimase un attimo ferma. Cercava di ricomporsi, di togliere la pesantezza di una fine dal proprio volto. Era difficile, però si ripeté varie volte che era lì per lavoro e che bisognava essere professionali. La rassegna cinematografica era appena cominciata. Le luci in sala erano basse e quasi inciampò tra le gambe di questo giovane che a dire il vero era un po’ imbarazzato. Appena si sedette fece dei lunghi respiri, cercava di smettere di tremare o avrebbe fatto preoccupare la signora asmatica che le sedeva accanto. Poteva solo arrecare più danni a chi le stava vicino se avesse continuato a comportarsi così. Dunque decise che era il caso di darsi una calmata.

Il film ebbe inizio. Giorgia rimase affascinata dall’alchimia dei due protagonisti, dagli sguardi di Dexter nei confronti di Emma. La loro amicizia, la loro vicinanza anche nei momenti più intensi e meno sereni erano elementi a cui non riusciva a dare un nome. Durante la proiezione viveva sentimenti contrastanti. In alcuni momenti si sentiva come il disinibito protagonista maschile, in altri si sentiva dalla parte di quella ragazza impacciata con gli occhiali rotondi e spessi, non perfetta, ma con una graziosa femminilità. Entrambe volevano diventare scrittrici, andavano a ricercare un’ideale di felicità che molti non condividevano o non avrebbero condiviso. I minuti scorrevano semplici e piacevoli ma ad un certo punto del film accadde qualcosa che la fece piangere come un rubinetto rotto. Sentì un’altra mano sfiorare la sua. Il ragazzo di prima. Anche lui non scherzava, aveva gli occhi lucidissimi, qualche accenno di pianto sugli zigomi, un po’ di rossore sul naso. Le aveva messo un fazzoletto nella mano. Lei fece un sorriso, per poi ritornare a piangere sino alla fine del film. Una volta finito ci fu un piccolo inconveniente in sala: si guastò il proiettore. Per oggi la rassegna si concludeva in questo modo, con tantissime persone che piangevano e la signora asmatica che respirava a stento da quanto era rimasta scossa.

Giorgia si alzò e, dopo essersi data una rinfrescata in bagno, firmò dei fogli che confermavano la presenza della sua testata all’evento. Prima di uscire però si avvicinò a quel ragazzo. Doveva ringraziarlo per il fazzoletto. <<Scusami per il disturbo…Ti ringrazio, davvero. Li avevo scordati a casa. E non immaginavo sarebbe accaduto.>> <<Figurati. Sapevo già a cosa andavo incontro e ho portato con me una confezione di Kleenex. E’ il mio film preferito basato sul mio libro preferito.>> Sorridette e ripeté a se stessa che o lui era gay oppure aveva conosciuto il primo uomo che non si vergognava di piangere in una sala composta da cento posti, tutti occupati. <<Wow. Allora posso dire di essere stata fortunata ad averti vicino in sala.>> Ad un certo punto gli squillò il telefono e si allontanò promettendole che sarebbe tornato il prima possibile. Peccato che fossi arrivata a prendere Giorgia proprio in quel momento e non ebbe nemmeno modo di chiedergli il suo nome.

Le ore che erano passate dalla rottura con Simone sembravano essersi annullate. Era quasi come se fosse distratta, sbadata e in un mondo parallelo, distante. Le avevo chiesto di raccontarmi bene ciò che era successo, ma non aveva molta voglia di parlarne. Mi parlò invece di quel misterioso ragazzo e io la sfottevo dicendole che in realtà si era addormentata al cinema e l’aveva semplicemente sognato.

Decidemmo di mangiare al ristorante messicano situato dietro il multisala. Lei continuava a stare in silenzio e io cercavo di colmare quei vuoti raccontandole del viaggio che avevo appena fatto lungo l’Italia. Annuiva, ogni tanto sorrideva, ma avevo come l’impressione che non mi stesse ascoltando (e in effetti fu così, ma me lo rivelò solo due settimane dopo, alla vigilia del suo viaggio).

Dopo aver mangiato il contorno vidi il suo volto illuminarsi. Mi disse che andava in bagno ma la vidi raggiungere la zona opposta del locale. Non feci in tempo a dirle “stai sbagliando direzione” che lei si fermò a parlare con questo giovanotto dall’aria timida e gentile. Lui le diede un biglietto e poi lei ritornò a sedersi di fronte a me. <<Era lui. Il ragazzo del cinema! Quello del fazzoletto! Mi ha dato il suo biglietto da visita. E’ un fotografo ed è anche il figlio di Gianluca, il mio capo.>> <<Che coincidenza!>> <<Incredibile…>>

Non smisero nemmeno per un attimo di guardarsi. Lei giocava con i capelli ed era il segnale che indicava che provava interesse per un altro essere vivente. Non la vedevo farlo da due anni e mezzo esatti, quando mio fratello le presentò per la prima volta il suo amico d’infanzia Simone, nonché suo ex-ragazzo, nonché grandissima carogna.

Dopo la cena lei decise di tornare immediatamente a casa. Quindi le diedi un passaggio e poi andai dritta a casa a dormire. La mia bambina mi aspettava così come mi aspettavano i libri di sociologia per il mio primo esame universitario. Seppi soltanto il giorno dopo che lui l’aveva già chiamata. Si chiama Antonio e lavorava come photo-reporter alle prime dei film e dei festival musicali sia in Italia che in alcuni Paesi d’Europa. Amava leggere, scrivere poesie, andare al cinema e ascoltare musica anni settanta e un po’ di indie rock attuale. Dopo quella sera si aggiunsero su Facebook, ma Giorgia si collegò poco perché aveva almeno sei articoli da preparare per le due settimane successive e non ebbe modo di parlarci tantissimo.

C’era una cosa che non sapeva, che forse era sfuggita ai suoi occhi. Entrambi dovevano andare, per puro divertimento, al concerto dei Florence and The Machine a Dublino nel mese di Marzo. Ma decisi di non dirglielo perché volevo che provasse di nuovo interesse per le persone, per le cose, per gli attimi strani, pieni di coincidenze, che la vita può ancora offrirci anche quando perdiamo la fiducia che provavamo per lei. Volevo farle capire che si era rialzata da sola, che non avevo parlato con Gianluca e che non avevamo realizzato questo piano malefico per farli incontrare. Volevo farla rinascere, volevo dirle che la mia migliore amica era ritornata e che questo era solo l’inizio di un nuovo percorso strano, a volte tortuoso, ma più sereno del precedente che diverrà soltanto un angolo buio da raccontare nel futuro più remoto, quando il presente sarà passato e sentirà il suo spirito come fortificato, il respiro regolare, come quando era bambina e non doveva pensare a nient’altro che scrivere e sognare.

Madness/Normality

novembre 28, 2011

Chi è pazzo in realtà è normale. Chi è normale in realtà è un po’ pazzo. 

Chi ritiene di essere normale tende ad allontanare gli altri o ad allontanarsi, a dire bugie, a dire di aver ragione anche quando invece sta consapevolmente sbagliando. In alcuni momenti si comporta in modo bizzarro, talvolta psicopatico. Non fanno altro che dire di essere calmi e invece sono sempre alla ricerca di vendetta.  

Il pazzo è sincero. Ti dà una sua opinione senza peli sulla lingua, ti avverte se stai sbagliando, vive la vita intensamente, immerso nelle sue passioni. Ama condividere delle opinioni anche quando queste sono diverse da quelle che possiede il suo interlocutore, traendone degli insegnamenti. 

Io forse sono un ibrido. Sono a tratti normale, perché mi è capitato di allontanare delle persone o di allontanarmi da esse quando queste non avevano più senso all’interno della mia vita. Ma so anche essere pazza, so anche lasciarmi andare e godere la vita per ciò che essa è. Riesco anche ad essere sincera sino infondo con pochi, con chi mi piace, con chi dimostra di riuscire a conoscermi prima di ridermi in faccia. Sono complicata, non sono perfetta, sbaglio molte volte con la consapevolezza che sto apprendendo qualcos’altro e non si tratta di veri e propri errori. O chissà, lo dirà il tempo. Ogni tanto mando a fanculo il risparmio. Un libro diventa anche un nuovo punto di vista, un cd diventa una colonna sonora per quei dati momenti di vita, un dvd diventa la descrizione di un’esperienza altrui che vediamo come nostra. Dietro vi sono dei soggetti che parlano, che scrivono, che a volte si sfogano o si esaltano. Ogni tanto mi capita pure di immedesimarmi in loro o addirittura di voler essere come loro. Ho smesso di piangere, ho ripreso a sorridere. Ho ricominciato a camminare, e non mi importa se il cielo è triste. Sto imparando a cavarmela da sola, a sbagliare, a fare anche il giusto ogni tanto, ed è questo che mi rende un pizzico felice. 

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(ascolto durante la scrittura: Laura MarlingA creature I don’t know)

Sì, viaggiare.

novembre 24, 2011

Ho vissuto un’esperienza diversa dal solito. Ho messo alla prova me stessa in maniera seria. A Luglio con gli euro conservati da Dicembre ho controllato il sito Ryanair e ho prenotato per Roma. Ma la meta vera e propria che ho raggiunto si trova a sud, più precisamente in Calabria. La mia missione era quella di arrivare a Paola in treno per poi raggiungere una delle mie più care amiche a Cosenza. Dopo quattro anni di sms, email, chattate su msn siamo finalmente riuscite a parlarci, confidarci di persona. Ci siamo ritrovate così come ci immaginavamo. E chi dice che le amicizie su internet fanno schifo o tendono a terminare questo può dimostrare proprio il contrario. Credo che vederci sia stata la cosa più bella di quest’anno che ormai sta per concludersi, insieme al vivere questa esperienza di viaggio da sola (e anche ad un altro concerto di Cesare che attendevo da anni). Credo di aver maturato delle consapevolezze in più sul chi sono e cosa voglio. Mi è piaciuto molto il fatto di aver scambiato quattro chiacchiere anche con persone mai viste che come me si ritrovavano in quel volo di andata. Ricordo bene di una coppia di signori di mezza età che nel momento di imbarazzo e imbranataggine mi hanno guidata nei controlli dei bagagli. Riscopri sia la gentilezza che il lato bizzarro del genere umano. C’è stato anche un ragazzo con cui ho viaggiato che mi ha rasserenata con qualche chiacchiera durante quei strani 40 minuti di esperienza nuova per aria e il ritorno con un’amica ha completato la bella esperienza. Una volta tornata a casa mi sono chiesta se avessi davvero vissuto quest’esperienza o se fosse uno dei soliti sogni che faccio. Viaggiare in aereo mi piace, ti fa provare quella sensazione di spostarti altrove rispetto a dove stai di solito, e di staccare la spina per un po’.

Ricorderò i miei venticinque anni sopratutto per questa esperienza. E’ stato soddisfacente organizzare e fare un viaggio da sola, mi ha fatto capire che devo essere meno autolesionista e più consapevole che ho delle capacità che prima non avrei mai immaginato di avere. E ho capito che voglio migliorare ancora di più il mio inglese dopo aver ascoltato per metà viaggio di ritorno in treno degli americani con altri turisti parlare. A causa della mia timidezza non sono riuscita a dialogare, ma è stato bellissimo sentire le spiegazioni delle loro usanze, di cui prima mi ero sempre chiesta mille perchè.

Spero sia stato il primo di altri innumerevoli viaggi. Ho quel qualcosa in più che prima non avevo e che volevo tanto possedere. E una volta che si vive questa esperienza la prima volta, si vogliono fare ancora più esperienze di questo tipo per far crescere ancora di più lo spirito e conoscere il mondo in tutte le sue sfaccettature. Quando lo stare altrove ti riporta poi alla realtà una volta tornati in patria è una perturbazione interiore. Ma la cosa più bella è pensare che presto potrai rifarlo, magari con le persone che hai incontrato e con quelle che fanno parte della tua vita da sempre o quasi. Image