Naked

febbraio 20, 2012

Ogni tanto è giusto smettere di indossare i sorrisi e lasciarsi andare alle lacrime. Capitano poi quelle sere, dopo giornate difficili, che non riesci nemmeno a nascondere il dolore tramite le parole di un semplice sms, e chi sta dietro capisce che non stai bene da un po’. Cominciano a scavare dentro i tuoi pensieri composti da frasi quali “mi sento brutta”, “non ho più fiducia in me stessa”, “ho paura di rimanere sola”, “ho paura di deludere gli altri”, “mi sento oppressa” e quant’altro. Cercano di scuoterti, di farti capire che tutto dipende da te, che questa è la visione del tuo mondo. Gli altri possono vederti perfetta, ma ciò non cambia come ti vedi tu dentro. Se stai male, dipende da quello che ti inventi. Se ti senti affogare, dipende da quello che galleggia nella tua testa. Se ingrassi, dipende dallo stress che senti circolare nel tuo corpo. Hai mai pensato di fermati un momento e di lasciarti andare ad un bagno caldo che purifichi quella tristezza che sgorga dalla tua pelle? Hai mai pensato di guardarti allo specchio mentre piangi, per poter avere la possibilità di cambiar idea e di avere la voglia di rivederti “bella”?

Ci sono cose che spesso non riesci a dire a nessuno. Ci sono volte in cui nessuno se ne accorge. Ma ci sono anche momenti in cui non riesci più a fingere e togli i vestiti; cominci a camminare nuda per il bagno, senza alcun timore di essere presa in giro per il tuo corpo imperfetto, per la tua pelle piena di brufoli, per i tuoi capelli sconvolti e allora arriva quel momento in cui capisci che non hai più paura di affrontare te stessa, di abbracciarti e di consolarti.

<<Mentre il dolore sul foglio è seduto qui accanto a me
Che le parole nell’aria sono parole a metà
Ma queste sono già scritte e il tempo non passerà
Ma quando arriva la notte e resto sola con me
La testa parte e va in giro in cerca dei suoi perché…>>

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Ready to Start

febbraio 4, 2012

<<Ciao. Sono Kate, e da un po’ di tempo ho qualche problema comunicativo con chi mi sta vicino. Sono spesso triste, perché mi capita di pensare troppo al passato, al mio ex-fidanzato, agli esami universitari che non sono più riuscita a sostenere, al mio gattino che è scappato il mese scorso, agli sguardi altrui.>>

<<Ciao Kate, benvenuta.>> scrissero un po’ tutti quanti nella chat on-line del gruppo “Problematici, Of Course!” di Facebook. 

Era da tempo che non faceva un’uscita vera e propria con le sue amiche, e passava le sue sere a mangiare per noia e a fare mille tabelle per organizzare lo studio senza mai rispettarle. L’unica cosa a farle compagnia erano le grida di sua sorella teenager che non faceva altro che lamentarsi dei voti a scuola e delle false compagnie, e Bbc Radio 6 a tutto volume. 

<<Vorrei tanto parlare un po’ con voi o semplicemente leggervi. Cercare di staccare dalla realtà e smetterla di cibarmi di schifezze, una volta tanto.>>

<<Va bene Kate, io sono Thomas, e come te rifletto troppo e agisco poco. E’ da tempo che bazzico in questo gruppo e rompo le scatole ai creatori della pagina. All’università tutto apposto, nessun problema. Però, quando la sera esco, non riesco proprio a tacere quando qualcosa non mi va a genio assicurandomi così l’antipatia di varie persone.>>

<<Dai, non ci trovo niente di male nella verità, nell’onestà. Anzi, credo sia meglio di parole non dette, e atti non compiuti. Invece tu agisci con la tua voce. Il resto non ha importanza, io la penso così.>> rispose Kate. Nel mentre mangiava le patatine alla paprika avanzate dalla sera prima. 

<<Dici? E perché tutti mi domandano perché sono sempre rancoroso con il mondo e non me ne va mai bene una?>>

<<Perché forse questo mondo ti sta stretto, oppure fraintendono ciò che in realtà vorresti dire. A volte capita di pensarla allo stesso modo su certe cose, ma non sempre lo si esprime allo stesso modo. A me capita di star spesso in silenzio a riflettere quando qualcosa dinnanzi a me comincia ad assumere sfumature strane che non mi sono chiare. Non riesco nemmeno a chiedere esplicitamente cosa succede. E’ più forte di me. E quindi cerco di far altro, di sfruttare la poca creatività che possiedo e produrre qualcosa.>>

<<Non male come ragionamento, Kate.>>

Subito dopo la sua risposta, Kate ricevette una richiesta d’amicizia. Era Thomas. A ciò seguì un messaggio privato: <<E’ come se sentissi di avere in comune qualcosa con te. Abbiamo scritto poche righe, magari ti sembra affrettata la mia idea di diventare “amici”, ma vorrei capire meglio che tipo di persona sei, e perché entrambi tendiamo ad autodistruggerci.>>

Kate accennò un sorriso e cliccò su “accetta”. Rispose al suo nuovo “amico” così: <<Anche io ho la tua stessa impressione. E’ come se avessi già sentito parlare di te. Ho notato che abbiamo parecchi gusti musicali in comune tra l’altro. Ora devo disconnettermi. I miei mi aspettano per la cena. Ci sentiamo presto, okay?>>

<<Okay. Ciao Kate. Buon appetito.>>

Con quell’aria da persona curiosa scese le scale e si sedette accanto a sua madre. <<Perché hai quella faccia?>> <<Che faccia dovrei avere?>> <<Sembri contenta.>> <<Proprio contenta no, però ho letto cose interessanti stasera. Mi sono distratta un pochino.>> <<Brava. Dai ora mangia, altrimenti si raffredda.>>

Quella sera si ricollegò un’ultima volta e notò che Thomas aveva condiviso il link di Paranoid Android dei Radiohead, così si mise a canticchiare “You don’t remember, you don’t remember, why don’t you remember my name?”. Cliccò sul “mi piace” e poi spense il computer. Aveva ricevuto un sms da parte di Lola, la sua  migliore amica. In centro c’era un secret concert degli Arcade Fire. Una doccia veloce, una sistemata ai capelli, orecchini a forma di chitarra, t-shirt del gruppo, skinny jeans e borsetta in pelle nera. L’amica l’attendeva in auto impaziente. <<Oh finalmente. Come stai idiota?>> <<Sto decisamente meglio. Possiamo andare!>>

Una volta arrivate incontrarono qualche loro amica e si avvicinarono alle prime file. Il concerto iniziò con No Cars Go. Kate dondolava, chiudeva gli occhi ad intervalli regolari di un minuto. Era particolarmente emozionata, e si stava rendendo conto che aveva per la testa Thomas, le sue frasi e i suoi video. Si sentiva una stupida perché lo conosceva a malapena e già si era invaghita di un perfetto sconosciuto. Appena finirono di eseguire il primo pezzo, vide avvicinarsi un gruppo di ragazzi. Probabilmente avevano 23 anni, così come lei e Lola. Uno di loro salutò Kate e lei fece un cenno di capo. La band cominciò ad eseguire Rebellion (Lies) e lei riprese a dondolarsi come prima e a cantare. Ogni tanto si girava e quel ragazzo la guardava intensamente. Si sentiva parecchio imbarazzata e ciò la spingeva a voltarsi facilmente dall’altra parte. Ad un certo punto le disse qualcosa all’orecchio <<Non immaginavo di trovarti qui, sai?>> <<…Thomas?>> <<Già.>> 

Le prese la mano e la trascinò via. Nel mentre intonavano “If I was scared, I would. And if I was bored, you know I would…And if I was yours, but I’m not…” 

<<Qui possiamo scambiarci qualche parola. Lì sarebbe stato impossibile. Prima di venire qui ho avuto la curiosità di vedere a chi appartenevano quelle parole. Non mi aspettavo fossi tu. Ci siamo già conosciuti.>>

<<Non mi ricordo proprio. Sei sicuro?>>

<<Certo, sicurissimo. Le lezioni di piano. Davvero non ti ricordi?>>

<<No, Thomas, mi dispiace…>>

<<Mi ero chiesto dove fossi finita, sai? Hai smesso ormai da un anno di prendere lezioni nella scuola di mia madre.>>

<<…tua madre poi…è morta.>>

<<Sì. E l’ho sostituita io. Sono il nuovo insegnante di piano.>>

<<Come faccio a non…>>

<<Non ti preoccupare.>> la interruppe. 

<<Mi manca tua madre, sai? Non andavo lì soltanto per suonare.>>

<<Mamma sapeva ascoltare, sapeva dare i giusti consigli e sopratutto riusciva a spronare chi aveva vicino. Era l’eroina dei falliti o dei presunti tali.>>

Kate si mise a piangere. Thomas era “il piccolo Thom” di cui Gloria le parlava sempre. Era quel ragazzo timido e arrabbiato con tutti ma era anche il piccolo genio che sentiva suonare mentre prendeva lezioni da lei. Anche lei si era sempre chiesta che aspetto avesse e quali cose la sua tristezza avesse da raccontare. Lui le diede un bacio sulla fronte e la strinse forte a sé <<Shh… su, tranquilla. E’ tutto apposto.>> <<Scusami. Sul serio. Non voglio rattristarti.>> <<Manca anche a me. Tantissimo. Tieni questo fazzoletto, asciugati le lacrime e andiamo a sentire gli Arcade Fire. Sei meravigliosa, Kate Watson.>> Si mise a ridere perché lui era davvero carino con lei, ma lo fece anche per la situazione troppo bizzarra. 

Dopo quella sera Kate e Thomas si sentirono e videro tutti i giorni, diventando inseparabili. Non era amore, non era amicizia, era un miscuglio chimico tra il volersi molto bene e il capirsi affondo, tra il bisogno di una carezza e di un incoraggiamento e la necessità di fare sbagli e migliorare. Le sofferenze non cessarono, perché è questo che prevede la vita, ma i momenti felici non mancarono, sopratutto dopo il loro primo bacio.

Different.

gennaio 26, 2012

New York. Le luci fuori dalla finestra lo incantavano. Si era appena fatto buio e aveva di fronte la tela con il ritratto da portare per l’esame. Stava ancora pensando a quello che era appena successo.

Aveva passato l’intera mattinata nell’aula da disegno. Si rifugiavano tutti lì quando la propria casa non dava loro ispirazione. Jack aveva qualche problema con i suoi. Ormai era risaputo, lo sapevano anche i suoi insegnanti. L’aula da disegno era la sua terza casa, perché il suo secondo rifugio era l’appartamento del suo migliore amico, Ryan,  passionale, socievole, uno dei pochi che riusciva a dare significato alla sua arte. Quel pomeriggio, nonostante avesse insistito, Jack rifiutò di andare da lui. Voleva stare un po’ da solo. Aveva bisogno di capire che gli stava succedendo. Da tempo si sentiva strano, sopratutto quando stava vicino alle coppie. Provava ad immaginarsi con una ragazza, ma proprio non faceva per lui. Pensava non si sarebbe mai innamorato, e che forse avrebbe continuato a prendere in giro non solo le ragazze, ma anche i ragazzi. Jack non si faceva problemi. A lui non piacevano le Donne, tanto meno gli Uomini. Gli piacevano le Persone. Gli piacevano gli occhi chiari, le mani un po’ callose, perché ciò significava che quella persona amava scrivere, e i capelli scuri, non gli importava della lunghezza. Amava le persone più basse di lui, perché quello alto un metro e ottanta era lui, e ciò bastava e avanzava. Gli piacevano le persone sensibili e riflessive, un po’ impaurite ma molto interessate a capire il resto del mondo. Quelle che magari non sono brillanti a scuola, ma hanno un bagaglio di esperienze personali da condividere.

Ryan faceva in qualche modo parte di questa categoria. Delle persone che Jack stimava o di quelle che prendeva come esempio. Era un’ottima persona, anzi, era proprio un essere perfetto. Ci volle del tempo prima che il giovane pittore capisse che queste cose non vanno mai come ce le immaginavamo.

Ryan aveva appena rotto con la sua ragazza, Margaret, ma più che ragazza si poteva definire come il suo boss. “Ryan, se dobbiamo andare a cena con i miei, vai subito a prepararti. E tieni i capelli in ordine, mi raccomando.” “Ryan. Dai cazzo, molla il computer. Non perdere tempo a chattare con Jack, altrimenti si fa tardi e stasera non riusciamo ad andare al party di Lea.” La verità era questa: provava una certa gelosia per l’amico del suo ragazzo. Entrambi nutrivano una sorta di antipatia reciproca l’uno per l’altra. E forse, ultimamente, lei si era accorta degli strani comportamenti di Jack.

I dipinti di Jack passarono dal rappresentare l’amicizia alla messa in bella vista della solitudine. Era turbato da tempo, perché cominciava a sentirsi diverso in compagnia del suo amico. Diverso nel senso che con lui stava realmente bene. Le ultime sere aveva subito capito che era davvero a terra, anche se cercava di mostrare agli altri tutto il contrario. Pensava fosse dovuto a Margaret, anche se in realtà non aveva mica capito perché si fossero lasciati di punto in bianco. Questo poteva essere considerato come un grosso punto interrogativo. Fu così che si fece del male, e al posto di dipingere la solitudine, dipinse la speranza.

Si erano appena fatte le sei, e tutti i suoi compagni dell’Accademia d’Arte andarono a casa. “Jack, noi stiamo andando via. Vuoi un passaggio? Oggi siamo venuti in auto.” “No, grazie. Starò ancora un po’ qui.”

Cindy e Lucas erano meravigliosi. Non aveva mai visto due persone così vicine. E non perché si tenessero sempre per mano. Tutt’altro. Loro si congiungevano con un semplice sguardo. Lui ogni tanto le baciava la mano o le guance. Lei invece preferiva lasciargli un segno sulla fronte, da donna matura e protettiva qual’era. Loro sapevano cosa stava vivendo, perché lo avevano sorpreso a piangere la sera prima. Aveva paura che avessero avuto qualche pregiudizio per i suoi gusti in fatto di esseri viventi, ma furono tutt’altro che bruschi. Lo strinsero fortemente, in silenzio, regalandogli un momento di pace.

Aveva iniziato un ritratto. Prima gli occhi, poi i capelli tirati su, gli occhi grandi, le ciglia lunghe, due labbra carnose, poi il collo, il tatuaggio con il segno della pace appena visibile dietro l’orecchio sinistro, e la maglietta nera dei Joy Division con la cover di Love will tear us apart. Ricordava con un accenno di sorriso il giorno in cui accompagnò Ryan a vedere Control. Si erano appena diplomati e si erano concessi un bel viaggio a Londra. Allora erano entrambi impegnati sentimentalmente, Jack per un lasso di tempo molto breve, come al solito, e Ryan stava insieme a Margaret. Lei, all’inizio della loro storia, era più permissiva. Oggi non avrebbe mai permesso al suo ragazzo di fare un viaggio con il suo migliore amico. Avrebbe tenuto il broncio per attirare tutta l’attenzione su di sé. Forse fu proprio quel viaggio a fargli capire che non poteva fidarsi di Jack. Quest’ultimo invece, ignaro di ciò che stava cominciando a succedergli, vagava spensierato con lui per Picadilly Circus. Si erano ripromessi che un giorno sarebbero ripartiti insieme per l’Inghilterra, Jack come artista e Ryan come critico cinematografico e musicale. E lì avrebbero poi vissuto felici e contenti. Questa promessa si mantenne sino a quando la madre di Ryan morì e lui dovette farsi carico dell’albergo di famiglia. Fine degli studi, fine dei progetti a lungo termine. L’unica cosa che rimase invariata era il loro rapporto d’amicizia, che anzi si era solidificato.

Jack si rese conto che aveva passato un’ora esatta a fissare il vuoto. Non aveva finito il ritratto. Mancava di colore. Quindi decise di preparare la tavolozza; nel frattempo si mise gli auricolari e iniziò ad ascoltare Old Friends, Bookends Theme di Simon and Garfunkel. Era talmente concentrato che non si accorse che qualcuno era appena entrato nell’aula. Si avvicinò a lui e gli mise una benda, con un tocco abbastanza delicato. Si sentiva in imbarazzo, ma allo stesso tempo era curioso, a proposito di quello che gli stava succedendo. Queste mani estranee presero le sue e furono poggiate su un volto. Jack cominciò a toccarlo. La pelle era delicata, liscia, ma era anche umida. Forse quei nuvoloni si erano tramutati in pioggia. Ad un certo punto sentì due labbra sulle sue. Non capiva più niente. Preso dall’emozione si tolse la benda. Era Ryan. Il cuore gli batteva all’impazzata. E l’unico istinto che provò in quel momento fu quello di abbracciarlo e di sussurrargli che l’aveva sempre amato. Che aveva torto. Che odiava Margaret ma non gliel’aveva mai confessato perché temeva di perderlo. Ma Ryan gli riprese il volto e lo baciò ancora una volta. Così se ne andarono.

Appena rientrò a casa, si sedette di fronte alla finestra, e dopo essersi ripreso capì che l’ultima cosa da fare per concludere la serata era finire il ritratto. Ora poteva colorarlo con nuove sfumature di rosso sul viso, poteva regalare una nuova luce agli occhi del suo soggetto. Poteva finalmente osservare i grattacieli e rispecchiarvi i suoi pensieri. Poteva finalmente sorridere e provare quella felicità che a malapena stava imparando a conoscere, ma che da tempo desiderava. E stavolta non era un sogno. E a confermarlo era il suo profumo che ancora giaceva nella sua camicia.

Non era un sogno. Jack, questa è la realtà, ora puoi svegliarti.

Untitled.

gennaio 21, 2012

17 Febbraio 2012. Giornata piovosa e noiosa. Lei giaceva sul letto e continuava senza pace a cambiare posizione. Ma c’erano quelle cose che spesso la soffocavano, altre volte la seducevano e che in altri momenti tendeva ad ignorare. Prima di dormire ultimamente passava diverso tempo a pensare a questo o quell’altro, e si facevano le tre del mattino.

Rimaneva incantata a guardare la televisione, quasi tutte le sere. Lo sguardo spento, un bicchiere di latte al cioccolato a scaldare le sue mani, occhiaie sottolineate da un lungo pianto.

Mi raccontava che le giornate che trascorreva erano sempre uguali e quando cercava di organizzare qualcosa di diverso il suo ragazzo era troppo impegnato a studiare per darle ragione. Ultimamente avevano molti problemi e la loro idea di divertimento, di svago era differente. Lui preferiva andare a prendere un aperitivo con gli amici e passare ore a discutere dei tirocini fatti all’ospedale, mentre lei preferiva di gran lunga stare a casa, guardare un bel film o leggere un buon libro. I suoi colleghi spesso la rimproveravano perché si dimenticava di possedere un cellulare, di avvertire quando stava a casa da sola, di sfogarsi quando ne aveva bisogno. Io ogni tanto le telefonavo, ma era davvero perplessa e insicura. Stava svanendo dietro l’ombra che si era insediata nel muro del suo appartamento. Stava spesso in silenzio a capire dove sbagliava e se poteva ancora risolvere la situazione, migliorarla o prendere il coraggio di concluderla. Aveva lasciato i sorrisi dentro l’armadio, assieme ai vestiti che non le stavano più perché ormai portava due taglie in più. Ho provato tante volte a dirle che lei è bella così com’è, di non dar retta a lui, che dopo aver visto i corpi di quelle modelle minute rifugiarsi all’ospedale per chiedere una taglia in più di reggiseno, un naso nuovo e delle labbra carnose, non ricordava più l’aspetto di una donna semplice, che si alzava tutti i giorni alle 5 e prendeva la prima metro per andare in redazione e sfornare pezzi nuovi.

<<Giò, ti devo chiedere un compito extra. Per favore, potresti partecipare alla rassegna che si terrà al Cinema degli Specchi e vedere One Day? Pietro ha chiesto una settimana di ferie, sua moglie sta partorendo, e ho bisogno urgentemente della recensione di questo film. Ti chiedo scusa per il poco anticipo, ma sono veramente nella merda.>>

<<Va bene, Gianluca. Stai tranquillo. Inizia Sabato alle 15.00, giusto?>>

<<Sì, grazie! Sei un tesoro.>>

<<Figurati. Non avevo preso altri impegni. E’ un piacere.>>

Era la sua prima “trasferta”. Attendeva da tempo che le affidassero qualche incarico che le permettesse di partecipare a qualche evento particolare. Oggi Simone sarebbe ritornato a casa per il compleanno di sua madre, e anche se ci fosse stato ormai non faceva differenza. Erano sempre più vicini a scambiarsi soltanto un “ciao”, ad augurarsi “buona giornata”, ma niente baci, nemmeno sulle guance.

Quel pomeriggio decise di indossare le cose che aveva comprato il primo giorno di saldi. La camicia a fiori azzurra e rossa, la gonna a tubino nera, le ballerine rosse e una piccola borsetta nera. Parlava tra sé e sé di fronte allo specchio dicendo <<Capelli sciolti o legati? oggi proprio non hanno fine di sgonfiarsi.>> Ad un certo punto si rese conto di essere in ritardo, così ricontrollò ancora una volta che tutto fosse al suo posto, prese il taccuino al volo e corse a prendere la metro.

Mentre ascoltava un po’ di musica e osservava il paesaggio, ad un certo punto ricevette un messaggio di Simone: <<Giò… potresti chiamarmi un attimo? ti devo dire una cosa.>> Non sapeva nemmeno lei il perché, ma si sentì mancare il respiro. Poi, una volta che si riprese, compose il numero e cominciarono a parlare. Simone stava frequentando un’altra da circa un anno. Giorgia più che arrabbiarsi per chiudergli poi la chiamata rimase in silenzio e ascoltò ogni singola parola che lui ebbe da dirle. Non riuscì nemmeno a piangere. A fine chiamata disse solo un misero sì per rispondere alla richiesta di Simone di lasciargli i suoi libri in una scatola affinché lui potesse passare a prenderli in sua assenza.

Prima di entrare al cinema rimase un attimo ferma. Cercava di ricomporsi, di togliere la pesantezza di una fine dal proprio volto. Era difficile, però si ripeté varie volte che era lì per lavoro e che bisognava essere professionali. La rassegna cinematografica era appena cominciata. Le luci in sala erano basse e quasi inciampò tra le gambe di questo giovane che a dire il vero era un po’ imbarazzato. Appena si sedette fece dei lunghi respiri, cercava di smettere di tremare o avrebbe fatto preoccupare la signora asmatica che le sedeva accanto. Poteva solo arrecare più danni a chi le stava vicino se avesse continuato a comportarsi così. Dunque decise che era il caso di darsi una calmata.

Il film ebbe inizio. Giorgia rimase affascinata dall’alchimia dei due protagonisti, dagli sguardi di Dexter nei confronti di Emma. La loro amicizia, la loro vicinanza anche nei momenti più intensi e meno sereni erano elementi a cui non riusciva a dare un nome. Durante la proiezione viveva sentimenti contrastanti. In alcuni momenti si sentiva come il disinibito protagonista maschile, in altri si sentiva dalla parte di quella ragazza impacciata con gli occhiali rotondi e spessi, non perfetta, ma con una graziosa femminilità. Entrambe volevano diventare scrittrici, andavano a ricercare un’ideale di felicità che molti non condividevano o non avrebbero condiviso. I minuti scorrevano semplici e piacevoli ma ad un certo punto del film accadde qualcosa che la fece piangere come un rubinetto rotto. Sentì un’altra mano sfiorare la sua. Il ragazzo di prima. Anche lui non scherzava, aveva gli occhi lucidissimi, qualche accenno di pianto sugli zigomi, un po’ di rossore sul naso. Le aveva messo un fazzoletto nella mano. Lei fece un sorriso, per poi ritornare a piangere sino alla fine del film. Una volta finito ci fu un piccolo inconveniente in sala: si guastò il proiettore. Per oggi la rassegna si concludeva in questo modo, con tantissime persone che piangevano e la signora asmatica che respirava a stento da quanto era rimasta scossa.

Giorgia si alzò e, dopo essersi data una rinfrescata in bagno, firmò dei fogli che confermavano la presenza della sua testata all’evento. Prima di uscire però si avvicinò a quel ragazzo. Doveva ringraziarlo per il fazzoletto. <<Scusami per il disturbo…Ti ringrazio, davvero. Li avevo scordati a casa. E non immaginavo sarebbe accaduto.>> <<Figurati. Sapevo già a cosa andavo incontro e ho portato con me una confezione di Kleenex. E’ il mio film preferito basato sul mio libro preferito.>> Sorridette e ripeté a se stessa che o lui era gay oppure aveva conosciuto il primo uomo che non si vergognava di piangere in una sala composta da cento posti, tutti occupati. <<Wow. Allora posso dire di essere stata fortunata ad averti vicino in sala.>> Ad un certo punto gli squillò il telefono e si allontanò promettendole che sarebbe tornato il prima possibile. Peccato che fossi arrivata a prendere Giorgia proprio in quel momento e non ebbe nemmeno modo di chiedergli il suo nome.

Le ore che erano passate dalla rottura con Simone sembravano essersi annullate. Era quasi come se fosse distratta, sbadata e in un mondo parallelo, distante. Le avevo chiesto di raccontarmi bene ciò che era successo, ma non aveva molta voglia di parlarne. Mi parlò invece di quel misterioso ragazzo e io la sfottevo dicendole che in realtà si era addormentata al cinema e l’aveva semplicemente sognato.

Decidemmo di mangiare al ristorante messicano situato dietro il multisala. Lei continuava a stare in silenzio e io cercavo di colmare quei vuoti raccontandole del viaggio che avevo appena fatto lungo l’Italia. Annuiva, ogni tanto sorrideva, ma avevo come l’impressione che non mi stesse ascoltando (e in effetti fu così, ma me lo rivelò solo due settimane dopo, alla vigilia del suo viaggio).

Dopo aver mangiato il contorno vidi il suo volto illuminarsi. Mi disse che andava in bagno ma la vidi raggiungere la zona opposta del locale. Non feci in tempo a dirle “stai sbagliando direzione” che lei si fermò a parlare con questo giovanotto dall’aria timida e gentile. Lui le diede un biglietto e poi lei ritornò a sedersi di fronte a me. <<Era lui. Il ragazzo del cinema! Quello del fazzoletto! Mi ha dato il suo biglietto da visita. E’ un fotografo ed è anche il figlio di Gianluca, il mio capo.>> <<Che coincidenza!>> <<Incredibile…>>

Non smisero nemmeno per un attimo di guardarsi. Lei giocava con i capelli ed era il segnale che indicava che provava interesse per un altro essere vivente. Non la vedevo farlo da due anni e mezzo esatti, quando mio fratello le presentò per la prima volta il suo amico d’infanzia Simone, nonché suo ex-ragazzo, nonché grandissima carogna.

Dopo la cena lei decise di tornare immediatamente a casa. Quindi le diedi un passaggio e poi andai dritta a casa a dormire. La mia bambina mi aspettava così come mi aspettavano i libri di sociologia per il mio primo esame universitario. Seppi soltanto il giorno dopo che lui l’aveva già chiamata. Si chiama Antonio e lavorava come photo-reporter alle prime dei film e dei festival musicali sia in Italia che in alcuni Paesi d’Europa. Amava leggere, scrivere poesie, andare al cinema e ascoltare musica anni settanta e un po’ di indie rock attuale. Dopo quella sera si aggiunsero su Facebook, ma Giorgia si collegò poco perché aveva almeno sei articoli da preparare per le due settimane successive e non ebbe modo di parlarci tantissimo.

C’era una cosa che non sapeva, che forse era sfuggita ai suoi occhi. Entrambi dovevano andare, per puro divertimento, al concerto dei Florence and The Machine a Dublino nel mese di Marzo. Ma decisi di non dirglielo perché volevo che provasse di nuovo interesse per le persone, per le cose, per gli attimi strani, pieni di coincidenze, che la vita può ancora offrirci anche quando perdiamo la fiducia che provavamo per lei. Volevo farle capire che si era rialzata da sola, che non avevo parlato con Gianluca e che non avevamo realizzato questo piano malefico per farli incontrare. Volevo farla rinascere, volevo dirle che la mia migliore amica era ritornata e che questo era solo l’inizio di un nuovo percorso strano, a volte tortuoso, ma più sereno del precedente che diverrà soltanto un angolo buio da raccontare nel futuro più remoto, quando il presente sarà passato e sentirà il suo spirito come fortificato, il respiro regolare, come quando era bambina e non doveva pensare a nient’altro che scrivere e sognare.

Madness/Normality

novembre 28, 2011

Chi è pazzo in realtà è normale. Chi è normale in realtà è un po’ pazzo. 

Chi ritiene di essere normale tende ad allontanare gli altri o ad allontanarsi, a dire bugie, a dire di aver ragione anche quando invece sta consapevolmente sbagliando. In alcuni momenti si comporta in modo bizzarro, talvolta psicopatico. Non fanno altro che dire di essere calmi e invece sono sempre alla ricerca di vendetta.  

Il pazzo è sincero. Ti dà una sua opinione senza peli sulla lingua, ti avverte se stai sbagliando, vive la vita intensamente, immerso nelle sue passioni. Ama condividere delle opinioni anche quando queste sono diverse da quelle che possiede il suo interlocutore, traendone degli insegnamenti. 

Io forse sono un ibrido. Sono a tratti normale, perché mi è capitato di allontanare delle persone o di allontanarmi da esse quando queste non avevano più senso all’interno della mia vita. Ma so anche essere pazza, so anche lasciarmi andare e godere la vita per ciò che essa è. Riesco anche ad essere sincera sino infondo con pochi, con chi mi piace, con chi dimostra di riuscire a conoscermi prima di ridermi in faccia. Sono complicata, non sono perfetta, sbaglio molte volte con la consapevolezza che sto apprendendo qualcos’altro e non si tratta di veri e propri errori. O chissà, lo dirà il tempo. Ogni tanto mando a fanculo il risparmio. Un libro diventa anche un nuovo punto di vista, un cd diventa una colonna sonora per quei dati momenti di vita, un dvd diventa la descrizione di un’esperienza altrui che vediamo come nostra. Dietro vi sono dei soggetti che parlano, che scrivono, che a volte si sfogano o si esaltano. Ogni tanto mi capita pure di immedesimarmi in loro o addirittura di voler essere come loro. Ho smesso di piangere, ho ripreso a sorridere. Ho ricominciato a camminare, e non mi importa se il cielo è triste. Sto imparando a cavarmela da sola, a sbagliare, a fare anche il giusto ogni tanto, ed è questo che mi rende un pizzico felice. 

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(ascolto durante la scrittura: Laura MarlingA creature I don’t know)

Sì, viaggiare.

novembre 24, 2011

Ho vissuto un’esperienza diversa dal solito. Ho messo alla prova me stessa in maniera seria. A Luglio con gli euro conservati da Dicembre ho controllato il sito Ryanair e ho prenotato per Roma. Ma la meta vera e propria che ho raggiunto si trova a sud, più precisamente in Calabria. La mia missione era quella di arrivare a Paola in treno per poi raggiungere una delle mie più care amiche a Cosenza. Dopo quattro anni di sms, email, chattate su msn siamo finalmente riuscite a parlarci, confidarci di persona. Ci siamo ritrovate così come ci immaginavamo. E chi dice che le amicizie su internet fanno schifo o tendono a terminare questo può dimostrare proprio il contrario. Credo che vederci sia stata la cosa più bella di quest’anno che ormai sta per concludersi, insieme al vivere questa esperienza di viaggio da sola (e anche ad un altro concerto di Cesare che attendevo da anni). Credo di aver maturato delle consapevolezze in più sul chi sono e cosa voglio. Mi è piaciuto molto il fatto di aver scambiato quattro chiacchiere anche con persone mai viste che come me si ritrovavano in quel volo di andata. Ricordo bene di una coppia di signori di mezza età che nel momento di imbarazzo e imbranataggine mi hanno guidata nei controlli dei bagagli. Riscopri sia la gentilezza che il lato bizzarro del genere umano. C’è stato anche un ragazzo con cui ho viaggiato che mi ha rasserenata con qualche chiacchiera durante quei strani 40 minuti di esperienza nuova per aria e il ritorno con un’amica ha completato la bella esperienza. Una volta tornata a casa mi sono chiesta se avessi davvero vissuto quest’esperienza o se fosse uno dei soliti sogni che faccio. Viaggiare in aereo mi piace, ti fa provare quella sensazione di spostarti altrove rispetto a dove stai di solito, e di staccare la spina per un po’.

Ricorderò i miei venticinque anni sopratutto per questa esperienza. E’ stato soddisfacente organizzare e fare un viaggio da sola, mi ha fatto capire che devo essere meno autolesionista e più consapevole che ho delle capacità che prima non avrei mai immaginato di avere. E ho capito che voglio migliorare ancora di più il mio inglese dopo aver ascoltato per metà viaggio di ritorno in treno degli americani con altri turisti parlare. A causa della mia timidezza non sono riuscita a dialogare, ma è stato bellissimo sentire le spiegazioni delle loro usanze, di cui prima mi ero sempre chiesta mille perchè.

Spero sia stato il primo di altri innumerevoli viaggi. Ho quel qualcosa in più che prima non avevo e che volevo tanto possedere. E una volta che si vive questa esperienza la prima volta, si vogliono fare ancora più esperienze di questo tipo per far crescere ancora di più lo spirito e conoscere il mondo in tutte le sue sfaccettature. Quando lo stare altrove ti riporta poi alla realtà una volta tornati in patria è una perturbazione interiore. Ma la cosa più bella è pensare che presto potrai rifarlo, magari con le persone che hai incontrato e con quelle che fanno parte della tua vita da sempre o quasi. Image

Lost and Found

ottobre 1, 2011

Ho dimenticato parte di me stessa in qualche luogo ignoto che ostinatamente voglio ritrovare ma non ci sono ancora riuscita. 

Ho dimenticato la luce che abitava nei miei occhi dentro uno spazio e un tempo ormai oltrepassati. 

Ho dimenticato come muovere i muscoli facciali quando rido troppo e nessuno mi ferma.

Ho dimenticato di immobilizzare l’ultimo sorriso che ho fatto. 

Ho dimenticato di riparare il serbatoio, perché ultimamente ho notato che perde un po’ troppo. 

Ho dimenticato come accelera il cuore mentre corro con un buon sottofondo musicale, perché ora compie lo stesso percorso mentre sto semplicemente ferma su un punto. 

Ho dimenticato la forza che mi dà la gioia. Ma che cos’è la gioia vera e propria? Forse è solo un formicolio che proviamo di tanto in tanto e nemmeno ce ne accorgiamo. 

Ho dimenticato di spegnere la sveglia e mi sono alzata un’ora dopo. Eppure Ottobre è iniziato. 

Ho dimenticato il coraggio per riacquisire tutto questo… ma sto cominciando a capire che sono stanca ed è giunto il momento di passeggiare per poter avere la possibilità di cercarlo. Me lo devo riprendere, tenermelo stretto. Perché è il portavoce del mio mondo e me lo stavo proprio…DIMENTICANDO. 

“And for a minute there, I lost myself, I lost myself .”

agosto 17, 2011

Calci, pugni,mani all’aria e una corsa infinita verso l’oblio sino a quando persi ogni traccia della stanza in cui alloggiavo. Avevo staccato ogni fotografia dalla parete perché l’unica mia intenzione era quella di eliminare ogni possibile ricordo delle amicizie che stavo per lasciare alle spalle. Mentre agli inizi vedevo me stessa attraverso quelle che erano le loro finte passioni, negli ultimi tempi vedevo soltanto uno specchio rotto che non poteva che portarmi sfortuna e brutti pensieri. Quello che restava delle loro interiora spirituali era soltanto un mite ricordo adolescenziale, una piccola avventura della mia vita che stava andando a concludersi per l’ennesima volta.

Quando cominci a ricordare solo le cose brutte capisci che ormai non c’è più niente da salvare, nemmeno l’immagine dei loro volti, nemmeno l’eco della loro voce.

Mi resi conto che più tempo passavo con loro, più mi sentivo vuota e stupida. Ero una fallita che ormai aveva perso anche la minima intenzione di continuare una pacifica convivenza. I muri la notte accoglievano in una bottiglia le mie lacrime, e la mia gola irrigidita cercava di scacciare via ciò che era rimasto dei singhiozzi. Ciò che più mi diede fastidio era il senso di colpa per questa mia decisione, perché non avevo tutti i torti, mi sentivo proprio esclusa, invisibile. Ogni incontro che seguiva era un giorno senza fine seduta a fissare il vuoto. Non era producente. Non era per niente facile ed io ero più che mai fragile, avvolta da un asciugamano dopo essermi fatta una doccia coi vestiti addosso, ormai inzuppati di parole non dette e scuse preconfezionate. 

Ma dovrò pur decidere in cosa consista il bene. E non è soltanto un’ondata di vento, ma è un sole che deve rimanere anche quando fa troppo freddo e le idee scorrono talmente veloci da farci agonizzare. Voglio guardare un film senza rumori di sottofondo. Le chiacchiere delle persone ignoranti che calpestano l’arte altrui con massime della loro inutile vita non fanno che spezzare gli incantesimi che avevano fatto prima di incontrarmi. 

Devo ancora fare tanti sforzi prima di gettare via le chiavi. Ma credo di esserci abbastanza vicina. Sto per cambiare stanza, la sto per dipingere e adornare per poterci inserire i ricordi migliori di quest’anno che a poco a poco se ne sta andando. 

E aspetto quel viaggio che ho sempre sognato. Con la fotocamera osservo con ingegno un musicista che suona già prima di poterlo vedere nella realtà. Voglio continuare a compiere il mio viaggio in solitude. Voglio ancora raccogliere dei fiori e regalarli a mia madre, dirle che le dimostrerò che ha creato qualcosa di profondo, di voluto e poco ingannevole. Un essere che è ancora in continua lotta contro gli sforzi altrui di sembrare veri, quando dietro a quella stupida maschera raccolgono un mondo vuoto e corrotto.

 

luglio 22, 2011

Ho capito che le stelle non stavano lì dove di solito osavo cercarle. Sino a quel momento mi sembravano le cose più belle esistenti. Hanno smesso di brillare, di toccare le mie corde vocali, di farmi provare emozioni. E’ stato difficile ammettere che ormai non potevo più abitare quel terrazzo la notte. Lì mi balenavano le idee migliori, i progetti per un futuro prossimo, le catene si rimettevano apposto e non strizzavano più i miei ricordi. Era un via libera a tutto. Non c’erano corse ad ostacoli, c’era uno spazio bianco che doveva diventare a colori a seconda di ciò che raccontava la mia fantasia. Non ho mai chiesto di essere capita, ne tanto meno inseguita. Vado dove ritengo giusto andare, e rimango vicina ai posti, alle persone, alle cose che raggiungono il canone di bellezza da me definito nel tempo. 

Non sono più stanca, non sono più persa. Vedo palazzi in costruzione, strade nuove, mercatini dell’usato e mercatini che vendono cose provenienti da tutto il mondo. Ascolto dischi che prima ignoravo o che tenevo lontani per non riprovare dolore. Ma è andato via. E’ tornato il sorriso, è tornata la malinconia che provo ascoltando canzoni, guardando film, identificandomi in tutto quello che gli altri hanno provato, hanno visto, prima di me. 

Me l’hanno detto anche le onde gelate del mare, me l’ha detto pure il sole mentre calava, che giorno per giorno l’avrei accolta di nuovo. L’amica Indi. Ha deciso che era arrivato il momento di riparlarci di nuovo. Ogni tanto ci perdiamo di vista perché siamo geograficamente distanti. Sapevo che sarebbe tornata. Lei mi conosce, sa cos’ho provato e sa che tutto ciò mi darà degli spunti per scrivere ancora. Magari un giorno racconterò tutto ciò che ho vissuto in questi anni, e chissà, magari qualcuno ne farà pure buon uso. 

Chi l’ha detto che non sarei mai riuscita a ritrovarmi? chi si ostina a dire che sarò per sempre sfortunata? chi si ostina a dire che sono ingenua? Pochi, forse tanti. Ho capito tante cose. Ho capito che la sincerità è per pochi, che i segreti devono essere propri di ciascuno, che posso dire le cose a chi mi pare e piace.

Chi ha detto che so perdonare? chi ha detto che in silenzio non sono capace di osservare? Pochi, tanti. Sono sempre la stessa, solo un po’ più consapevole delle scelte che faccio, delle persone che incontro. 

Chi ha detto che il mondo è pieno di persone vuote? Io, forse anche qualcun altro che come me è stufo di scoprire che le persone più  interessanti si rivelano essere le più ipocrite, false ed egoiste. 

Chi ha detto che un giorno noi poveri perdenti non faremo il culo a tutti? chi ha detto che perso un amico rimarremo soli? Persone circondate da conoscenti, probabilmente. Ho degli Amici. Non sono rimasta sola. E ci sono anche conoscenti che cominciano a volermi bene, forse. Quindi,

… si gira pagina. 

Another book, another life, another story. Still mine. 

Le persone fanno in fretta a dimenticarsi che esisti. Però tu ci impieghi sempre un po’ di più per non infastidirti della loro presenza o dimenticarle.

 

Bisogna sempre preferire di essere veri amici per pochi, che essere dei conoscenti per tanti. Anche perché nell’essere conoscenti con tutti spesso ci si trova a chiedersi il perché dell’abbandono o del silenzio da parte di qualcuno che aveva frainteso le intenzioni dell’altro. Non si può essere amici di tutti. E spesso nel farlo si rischia di ferire qualcuno o addirittura di perderlo.