More tears in a smile

luglio 25, 2010

Pezzi di vetro respinti da una melodia decadente,
un’anima affranta ma sempre sorridente.
Nascondere le emozioni era il suo passatempo preferito,
così come passare da un mondo all’altro
senza preavviso.
Gli alberi spogli,
inverno non era
anche se dentro di sé già lo sapeva.
Il gelo, la neve anche col sole
i giorni non passano e il cuore gli duole.
Spirito assente, lacrime al vento
per cambiare la vita
credici ancora, c’è tanto tempo.
Questi momenti ti doneranno una corazza più dura,
nonostante ti ritrovi a provare una forte paura.
Fra qualche anno, ne riparleremo
perchè arriverà il giorno in cui
ti rivedremo sereno.



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luglio 23, 2010

Uno skate scorreva veloce giù per le strade più strette. Chi lo guidava era consapevole della sua solitudine, dei suoi capelli al vento, del sorriso spensierato che manteneva sincerità, anche dopo innumerevoli batoste.
Fotografie in movimento, che si stringevano per mano di un unico sguardo osservatore. La creazione di frammenti di esistenza visti a modo suo, senza ricorrere a delle parole sparse pronte ad essere emesse dalle labbra di ognuno.
Solo i click, qualche luce, e per il resto il silenzio. Il fotografo in sella ad una bici, la inseguiva.
I boccoli si appoggiavano prima davanti e poi dietro sulla schiena. Delle onde che seguivano il movimento del maestrale. La strada si era riempita di vita. Due anime ribelli e un solo piccolo pensiero, il perchè dei loro gesti, l’uno con l’altra.
La discesa era finita e furono costretti a fermarsi. Le parole mute e il caos della loro presenza.
Ripresero la corsa, le arti si mescolarono e furono segnate da un unico strumento di perfezione, di memorie, di idee che si vorrebbero far materializzare.
Il tempo passò troppo veloce e due sole mani furono agitate, realizzando un arrivederci. I segni di un colpo all’anima giocarono forte, si intrecciarono nelle loro menti, e non smisero mai di pensarci, di capire e di sognarsi.
Sino a quando non si rincontrarono in altri giorni, in altri luoghi, in momenti diversi, sotto altre spoglie. Due tavole da surf e una luna che li assaliva, quasi a voler gioire per loro.
Due solitudini che rincorrevano le piaghe del mare,
due isole perdute e poi ritrovate,
due note di esistenza perfette che andavano a congiungersi nella folla,
il sogno di un pomeriggio,
i brividi di una mattina,
e il luccichio di una notte.
Solo loro due, e nessun altro.
Questo ottennero, questo desiderarono.
Questa è la storia di un’anima che ballava e di un’anima che camminava,
è la storia di due bambini che una volta cresciuti si erano tanto cercati, e tanto amati.



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luglio 21, 2010

Una musica folk rock americana accompagnava i suoi passi nel marciapiede. Aveva voglia di ballare per strada, di incorniciare quei ritmi, di non preoccuparsi di nulla e avere solo un attimo di respiro per sé.
La solitudine la raggiungeva di tanto in tanto, ma lei continuava a ballare. Era raro che si lasciasse abbracciare troppo da lei. Cercava compagnia attraverso lo sguardo degli altri. Nel tempo libero assaporava gli occhi altrui e disegnava le parole che avrebbero detto.
Era arrivata a destinazione.
Stavolta si sedette nella panchina che stava tra la terra e la sabbia. Mentre osservava il mare, si accorse di aver cominciato a cantare “So for once in my life, let me get what I want. Lord knows, it would be the first time”.
Giocava con i capelli, che non facevano altro che farsi dondolare dal vento. Aspettava qualcuno? Può darsi. Nel frattempo si segnava tutte le frasi più importanti dei libri che leggeva. Sapeva che prima o poi qualcuna di queste le sarebbe servita per qualche messaggio di auguri. Presto anche lei avrebbe spento le sue stesse candeline. Gli anni passavano, e lei mutava di forma senza accorgersene. I suoi sorrisi si facevano più autentici, e le poesie passate rappresentavano solo una fase di transito dalla vita di prima a quella di oggi.
Ogni tanto ripensava a lui, quello che tre anni fa l’aveva resa una persona stanca, sofferente, senza accorgersi che le aveva solo concesso una vita migliore.
Sapeva che un giorno avrebbe riparlato di lui a qualcuno, perché anche se si trattò di un breve periodo, lui era uno dei motivi del suo cambiamento.
Prima o poi tra quei passanti ci sarebbe stato qualcuno che avrebbe capito quanto ci teneva a scrivere, quanto voleva fare di questo il suo futuro. E quanto il passato l’aveva aiutata a poterlo fare.
Le parole si erano nascoste per due mesi, per lasciarle i suoi spazi, ma era arrivato il momento di farle tornare.
Ed eccole poi arrivare, calde, tenere e soffici attorniate da un sorriso e da una lacrima. Le erano mancate, e anche a loro mancava il suo modo di prepararle. Si decise a scrivere dopo aver osservato le luci colorate, tenendo gli occhi chiusi. Prima di potersi togliere gli indumenti, correre per la spiaggia, tuffarsi e nuotare.


 

past, present, future.

luglio 16, 2010

Un muro separa le vite, le persone, le cose
quelle che prima persistevano, si ingrandivano, formavano parte del nostro universo.
Un pezzo di ghiaccio si sparge dentro diversi corpi che ormai tendono a sbiadire dal nostro cuore
.Non c’è nemmeno un segno che possa essere scolpito, per ricreare certe situazioni. Quelle che prima avevano un senso, rappresentavano un pieno, la nostra essenza, i nostri stessi sorrisi, in molte occasioni.
Un po’ di amarezza ci spinge a creare un muro ancora più alto, per non appesantirci attraverso quelle immagini che erano rimaste impresse a lungo nella nostra mente.
Non hanno avuto tatto,
non hanno avuto sensi di colpa,
non si sono mai sentite qualche volta come coloro che ogni tanto sbagliano,
non si sono sentiti umani,
non sono stati capaci di dirci “E’ vero, ho sbagliato”così come noi molto spesso abbiamo fatto con loro, anche quando non era necessario.
Quando si sentono soli, tornano, tendono la loro mano verso di noi.
Qualcosa di già visto e vissuto, da parte di qualcuno la cui maschera si sta frantumando,
e quando ti dicono che sei tu, uno dei pochi, che riesci ancora a capirli, stanno mentendo.
Individui che non si accontentano nemmeno delle piccole cose che hanno,
che possiedono ciò che molti non hanno nemmeno visto, tantomeno assaporato.
Ora, seduti al nostro posto, guardiamo avanti e anche se loro saranno ciechi, muti o sordi e faranno finta che nulla sia cambiato, quando ci domanderanno qualcosa, noi risponderemo
“La valigia è già piena, cercati qualcun altro”.

marzo 9, 2010

Credendoci ciecamente prese un cero e andò verso il corridoio. La notte ormai non riusciva più a prendere sonno, sentiva la sua pelle ingrigire e i suoi occhi annerire, quasi fosse una luce che poco dopo viene spenta.

Cercava di compiere silenziosamente i suoi passi, per poter giungere all’ingresso ormai deserto della sua casa. Dormivano tutti sereni e tranquilli, ma lei aveva un peso che non riusciva più a contenere.

Era stufa di stare ferma, di non poter fare niente per curare quest’insonnia che ormai la disturbava da un anno e mezzo. Dormiva qualche ora la mattina sino a quando gli incubi non arrivavano a farle compagnia. Era stufa di vivere solo la notte, voleva anche vedere il sole. Voleva partire, ma i confini tracciati non glielo permettevano.

Voleva andare lontano, imparare nuove cose, vedere i giorni prendere una piega diversa, voleva lasciarsi trascinare dai cambiamenti, dai sentimenti che ancora lei non conosceva. Non conosceva l’amore e il motivo per cui esso regnava sovrano negli esseri umani di tutte le età.

Le sue idee non potevano mutare, così come il senso di vita che le apparteneva. Vedeva solo la neve cadere, e la pioggia che bagnava i vetri della finestra e quel mondo fuori.

Desiderava oltrepassare quella linea rossa, voleva vedere il suo corpo cambiare così come la sua mente. Aveva semplicemente bisogno di preparare una valigia, stampare quel biglietto e avere il coraggio di rischiare.

C’era qualcuno che l’aspettava lì fuori, e non era così semplice per lei mostrare ciò che aveva dentro, in un mare di infinite sensazioni che non trovavano spiegazioni.

La mattina successiva non fu più risvegliata da un incubo, ma vi erano delle semplice immagini nella sua mente che le indicavano cosa avrebbe dovuto fare e anche quali vestiti indossare. Provò a seguire quei comandi, scoprendo poi che erano il trucco per andar via senza lasciare tracce. Mise il cappotto bianco, la sua fedele sciarpa blu, dei jeans striminziti e delle all star viola. I ricci erano raccolti in uno chignon e la borsetta in Jeans le avvolgeva schiena e petto. Prese la valigia e oltrepassò il passato, presa dall’idea di una vita ingestibile, incalcolabile e piena di dubbi. Ma a lei piaceva così. Dentro quella casa era tutto troppo scontato. Le mancavano i brividi del rischio, il fatto di poter incontrare qualcuno che non aveva mai visto, mai parlato, mai sentito nominare. Le mancava sapere cosa si provava fisicamente e mentalmente prendere un aereo, vedere il cielo alla sua stessa altezza, andare incontro alle nuvole.

Voleva capire perchè lì dentro aveva così tanti pensieri ma non era mai riuscita a scriverli. Voleva conoscere il perchè fosse difficile credere ancora in qualcosa di bello.

Era semplicemente giunto il momento di iniziare a conoscere, ad imparare, a recepire e a modellare dei sentimenti. Era giunta l’ora di aprire gli occhi e di vivere anche le proprie paure.

 


Il cassetto del passato. Un mare di cose vecchie, talvolta inutili. Momenti vissuti, la lettera per quel ragazzo che non ho mai conosciuto e che due giorni fa mi era parso di vedere in stazione a Cagliari, persona a cui ho dedicato un personaggio in quel libro che non ho più rivisto ne corretto, il biglietto del treno che mi ha riportata a casa dopo quel Concerto, le lettere di persone che non ho più visto, la lettera di una persona che mi ha ferita e che dal giorno di quella famosa litigata ho cercato di nascondere nella mia mente, monetine da cento lire, vecchi biglietti del cinema alcuni spesi bene altri male, un segnalibro di Paulo Cohelo, un orologio, delle cartoline che non hanno più senso, più valore, delle vecchie foto in cui viene ritratta una me stessa più giovane, il vecchio libretto universitario che credevo perso, una foto delle superiori che non ho esitato a gettare via, i braccialetti contro la nausea in auto e dei vecchi cd musicali che ero solita ascoltare. I miei occhi d’impatto sono diventati lucidi quando poi parte unintended ed inizio a capire che sta per compiersi un passaggio cruciale da ieri a oggi. Non sono più ferma mentre il mondo va veloce. Sono veloce insieme a lui, e corro sempre più forte per dimenticare e per continuare a ricordare.

marzo 5, 2010

Una casa nuova, che si affacciava in un panorama che con il passare degli attimi cambiava. Da una vista sull’oceano ad una distesa verde. Dipendeva tutto dalla sua immaginazione, da quella pianista che tanto si ostinava a riprendere a suonare, nonostante fosse un pò arruginita. Il mondo cadeva là fuori, così come gli obbiettivi di qualcuno. Donne e uomini, pronti con la macchina fotografica in mano, dipingevano una guerra tra media, dentro una scatola di diverse dimensioni e di diversi colori. Giocavano a chi scopriva più scandali, a chi faceva più ascolti, a chi aveva più pubblico.
La pianista si dimenticava di aprire quella scatola di informazioni, perchè la data di scadenza era già stata oltrepassata da un pezzo. Ormai non era più buona, e l’unica cosa importante era addomesticare quei tasti.
Nonostante al di là della finestra vi era un mondo che moriva, che nasceva, che piangeva o che gioiva, lei trovava la sua forza in quell’unica cosa che magari per gli altri non aveva alcuna importanza, ma per lei costituiva la vita e il modo che essa deteneva per affrontarla.
Aveva letto che l’anima di un Samurai risiede nella Katana, così come la loro forza. La sua Katana era il piano, e ad ogni nota corrispondeva un colore, l’arcobaleno che regnava dentro di lei dopo una giornata di pioggia. Aspettando il sole scriveva, raccontava la sua storia, che da sempre era stata conservata in un cassetto, nell’attesa di un cambiamento che l’avrebbe resa parte di un universo più grande, e non solo una misera esistenza che per la nostra società non contava.

marzo 4, 2010

C’erano le idee dell’infanzia
quelle piccole storie inventate
quei giochi in miniatura
quegli occhi sognatori
quegli abiti indossati
perché la mamma ci guidava.
C’erano le emozioni dell’adolescenza
i cambiamenti allo specchio
le gocce che rigavano il volto
i sorrisi apparsi mentre una canzone passava alla radio
e costituiva la melodia delle tue prime riflessioni.
C’era una rivoluzione
dagli occhi di una bambina agli occhi di una adulta
che troppo cresciuta
chiedeva un po’ di anni
persi ad osservare
una vita troppo complicata
per poter essere già entrata nella sua ottica.
C’era un libro, un film,
una nuova amica
che passeggiava con te in ogni dove
e ancora si ostina ad appartenere al tuo mondo
perché li ci sarà sempre il suo posto,
quel “qui” che cambia vento e direzione,
quel “dove” che gioca tra le orme di una sabbia bagnata
quel “quando” che ci portò a sentire più vive noi stesse e gli altri.
Gli stessi “altri” che ci prendono e ci lasciano
ci deludono e ci sorprendono
nella corsa animata da quel rumore che ritorna sempre.

gennaio 15, 2010

Seduta su uno scoglio, ritraevo il paesaggio davanti a me. Le onde giacevano sul bagnasciuga, si distendevano e tornavano indietro indecise. Il sole accarezzava la sabbia, rendendola più chiara e ai miei occhi più fine. C’era solo qualche fotografo, che come me aveva voglia di godersi il mare in una stagione fredda. Il mare desolato, senza bagnanti. Il mare delle riflessioni, della malinconia. Ma anche dei sogni.

Ci misi tutta la mattina, per poi accorgermi la sera che avevo scordato di disegnare qualche particolare. Sarei tornata in quel posto il giorno dopo, per completare le parti mancanti. Mi soffermavo sempre nei dettagli, avevo la fissazione di voler lasciare impresso nella mia mente quel momento.
La notte sognai di trovarmi vicino alla riva, camminando a pieni nudi, con un vestito bianco. La pelle segnata dai brividi, gli occhi lucidi e un libro in mano. Mi sedetti, e sfogliai qualche pagina. Avevo scritto un resoconto dei miei sbagli da un lato e le mie speranze dall’altro. Però poco dopo strappai quella pagina per poi buttarla da una parte. La prese un ragazzo che passava lì vicino. Era volata via col vento. Mi chiese perchè mi autodemolivo. Riteneva che il solo accettare i miei difetti fosse frutto della riflessione di una vita, che avevo capito il senso delle cose. Che la ruota non gira sempre a nostro favore. Che non esistono anni belli e anni brutti. Esiste la vita, esistono le persone che contano, quelle che restano, così come quelle che vanno via. Chi perchè ha una malattia e non ha più le forze fisiche per restare vivo, chi perchè noi in un certo senso lo abbiamo costretto vista l’incompatibilità caratteriale, di ideali e di sfide.
Il ragazzo mi salutò, si spostò verso la pedana per scrutare l’orizzonte. Aveva una barca a vela. Era il suo diversivo quotidiano. Quello che gli permetteva di fermare il tempo, di pensare a ciò che vorrebbe fare anche se vivendo si è colmi di dubbi. La stessa cosa facevo io con i ritratti.
Appena mi svegliai capì che non avevo scordato di disegnare i particolari e che forse avrei potuto creare un altro disegno, perchè da un giorno all’altro anche il paesaggio che poteva sembrare statico è cambiato.

<<Ci sono momenti come questo in cui riesco a sentirmi felice. Voglio che rimanga tutto così per sempre. Anche se so che per sempre non esiste.>> [Lorenzo – Saturno Contro]

Il freddo trasparì dalla neve bianca sui tetti. La vedevo, volevo prenderne un pò per capire se questa fosse la realtà o se fosse solo un sogno, in cui avrei voluto che i mesi fossero già passati. Mi avviavo verso quella stradina stretta, con lo zaino in spalla. Era insolitamente vuota, c’ero solo io, che così presto volevo abbandonare quesi luoghi in cui il sole batteva sempre, ma la luce non arrivava mai sino in fondo alla nostra anima. Mi sentì un pò perduta, priva di emozioni, provavo a lasciarmi andare, ma la rabbia mi copriva dalla testa ai piedi. Quel vestito cominciava a starmi un pò stretto, come se avessi accolto dentro di me il peso dell’agonia. Facevo male a desiderare un pò di calore umano? La strada era ancora lunga sino alla fermata degli autobus. Stavo pensando di dirigermi verso l’aeroporto, per sconfiggere la mia paura di volare e per realizzare il mio sogno di restare sospesa per aria, in mezzo a ciò che esiste di più bello in natura, e che si specchiava spesso sul mare. Quel cielo era pieno di nubi bianche e grigio chiaro, i cui fiocchi formavano delle forme vicine a quelle che un tempo disegnavo sul mio album. Necessitavo sempre dei colori adatti per esprimere ciò che i miei occhi mi avevano donato. Un’immagine nitida, un cancello aperto verso terre ancora sconosciute.
Da un incrocio sbucarono delle ragazze, con il mio stesso zaino, mi chiesero dov’era la fermata dell’autobus. Volevano andare in una meta diversa dalla mia, ma si sentivano talmente vicine a quello che desideravo fare che mi chiesero di proseguire con loro.
Nessuno ci avrebbe fermato in quell’istante. Nemmeno la paura, che spesso ci spinge a fermare certi istinti.
Decisi di partire con loro. In fin dei conti, avevamo lo stesso scopo. Aprii il mio diario, e cominciai a scrivere qualcosa di indefinito, ma che continuava ad echeggiare da ore nella mia mente: “La neve cade solo se tu desideri vederla, i tuoi obiettivi avranno importanza solo se tu gliene darai, i tuoi occhi cercheranno sempre di vedere il cielo stellato, perchè è ciò che ti conforta la notte prima di recitare quella filastrocca.”
Da giorni non riuscivo a dormire granchè, continuavo a fare sogni che avevano sicuramente un senso, ma erano intrisi della mia fantasia. Aprivo la mia mente verso storie sempre differenti. Mi piaceva l’idea che un giorno ci sarei riuscita anche io. Addirittura una notte sognai che traducevo articoli per una rivista musicale inglese. Non ero più qui, non avevo più paura, ero sicura. Cosa che non sono mai stata. Ma forse se continuo a lavorarci sopra, riuscirò a conquistare quel lato di me stessa. E’ questo il motivo per cui decisi di chiudere i battenti verso persone diverse da me, la mia mente era bloccata dalle loro idee fasulle. Da quel momento, riuscii ad aprire la mente. Cominciai ad utilizzare il mio tempo e i miei pochi quattrini, in libri, cd, dvd e quant’altro per poterla aprire ancora di più, per documentarmi sull’intelletto umano, sulle sue capacità, per arricchire la mia mente di dettagli, per conoscere persone capaci di far provare delle emozioni a qualcun altro. E’ da quel momento che ho deciso di intraprendere quel viaggio, rincontrando persone che hanno sempre avuto piacere nell’ascoltare, e incontrando per la prima volta persone che condividono un’altra visione del mondo rispetto a quella di un passato ormai remoto, di cui ho gettato via la chiave. Questo fu il mio viaggio, da quel giorno riuscii ad osservare tutti gli agenti atmosferici mescolarsi tra loro in un unico specchio che raccoglieva grosse quantità di ali, prodotte per noi. Era giunto il momento di credere che ci fosse un posto nel mondo anche per noi, che di tanto in tanto viviamo dentro un’apposita cisterna chiamata Crisi, che contiene al suo interno questa storia:

“Si chiamava Stress, ormai aveva un numero infinito di anni, cercava di approcciarsi con tutti, ma si sentiva spesso rifiutato per qualcosa più forte di lui. Coraggio era il suo nemico. Stringeva i denti ogni qualvolta Stress interveniva per fare del male alle persone a cui voleva più bene. Paura continuava tra l’altro a stargli dietro pensando che fosse un caso disperato, aumentando la sua sete di anime. Pace continuava a fare le sue ricerche, voleva aiutare Coraggio a svelare i segreti che ormai regnavano nel pianeta Aria. Non erano tutti degni di abitarci, ma continuavano a persistere, perchè dicevano che non esistono le molecole di ossigeno se non si impregna la terra di tutti i suoi abitanti. Umano voleva conquistare Coraggio ed uccidere Stress, ma continuava a conviverci perchè era sposato con Speranza, che raccoglieva in sè tutta la luce del mondo.”