maggio 19, 2011

Il veleno scorreva nel mio corpo appena lavato. Mi apprestavo ad uscire dalla doccia canticchiando un motivetto degli MGMT. Dopo vari minuti passati ad immaginare parole ondeggiare in quella che era la mia mente confusa, aprì di nuovo gli occhi, e poggiai i piedi uno per volta nel tappetino in gomma. Feci un respiro profondo. Mi infilai nell’accappatoio, e poi raccolsi i miei ribelli capelli lunghi in un asciugamano. La doccia ultimamente era il mio luogo di perdizione preferito. La via di fuga dallo studio, dai sogni e dalle delusioni. Era il luogo in cui potevo essere più lucida, in cui potevo capire meglio cosa mi capitasse ultimamente. Cercavo sempre di non fermarmi, di stare sempre con il corpo e la mente impegnata.
C’era stato un periodo in cui mi capitò il contrario e il ritiro quotidiano in doccia era soltanto un modo per tornare alla realtà, alle preoccupazioni, a ciò che gli altri in qualche modo si aspettavano da me mentre il resto del tempo lo passavo a capire cosa provavo. Niente contava di più che il messaggio del mio cuore che correva spedito per cospargere di zucchero e sale i miei oggetti preferiti grazie allo stereo che a tutto volume mi accompagnava.
Fino a pochi giorni prima mi trovavo a riflettere in spiaggia con altre persone che come me volevano soltanto trovare una soluzione, una scappatoia. Una di loro mi disse “ma se mi mettessi ad urlare disturberei qualcuno?” per poi restare seduta in silenzio perchè nessuno avrebbe potuto fare qualcosa per le nostre richieste d’aiuto. Non era colpa nostra se chi ci circondava decideva per sé senza badare alle conseguenze che avrebbe provocato nel nostro mondo.
Il nostro unico rimorso fu quello di sentirci sbagliate.

Ci hanno fatto sentire sole, insicure, ci hanno fatto vivere nel dubbio, ci hanno seppellite vive, ci hanno fatto trattenere il respiro. Ci hanno ignorato, ci hanno fatto sentire invisibili, ci hanno bisbigliato delle bugie per poi compiere delle verità che noi abbiamo afferrato e digerito. Un sorso amaro, lucide menti che contavano le stelle in cielo. L’orsa maggiore, l’orsa minore e Venere ad illuminare le onde che si scioglievano nel bagnasciuga. La luna ogni tanto sembrava quasi sorriderci. Quella notte portava un po’ di pace, ci diceva che tutto andava bene, che noi potevamo stare lì per sempre e che il cielo sarebbe rimasto lì a proteggerci. Sentivo il cuore battere lento, non ricordavo più cosa volesse dire stare tranquilli. Avevo portato con me la mia macchina fotografica. Non volevo sbiadire quelle emozioni, lontana da casa e lontana da tutto. Mi misi ad intrappolare quelle luci che in un dolce temperamento formavano una catena infinita di speranze alle quali non avrei mai smesso di appoggiarmi, anche nel momento di più profonda solitudine, anche nelle notti in cui le lacrime avrebbe sostituito i sogni.

<<Sweet disposition
never too soon
oh, reckless abandon
like no one’s watching you
a moment
a love
a dream
a laugh
a kiss
a cry
our rights
our wrongs>>

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